Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36447 del 24/11/2021

Cassazione civile sez. II, 24/11/2021, (ud. 23/02/2021, dep. 24/11/2021), n.36447

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25259-2019 proposto da:

E.I.K., rappresentato e difeso dall’avv. LORENZO

MINACAPILLI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS) IN PERSONA DEL MINISTRO

PRO-TEMPORE, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI

12, presso. AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1242/2019 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 29/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/02/2021 dal Consigliere Dott. SERGIO GORJAN.

 

Fatto

CONSIDERATO IN FATTO

I.K.E. – cittadino della (OMISSIS) – ebbe a proporre avanti il Tribunale di Catania ricorso avverso la decisione della locale Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale, che aveva rigettato la sua istanza di ottenimento della protezione in relazione a tutti gli istituti previsti dalla relativa normativa.

Il richiedente asilo ebbe a riferire in sede amministrativa d’aver abbandonato il suo Paese, benché sposato con figli, poiché alla morte del padre – intervenuta a suo dire per stregoneria – erano insorte contese ereditarie con i parenti che provocarono la morte della madre, durante un diverbio, e lo costrinsero a fuggire per timore d’esser, a sua volta, ucciso.

L’adito Tribunale ebbe a rigettare il ricorso ed il richiedente asilo gravò detta decisione avanti la Corte d’Appello di Catania, proponendo censure rispetto alle statuizioni afferenti il rigetto di tutte le richieste di protezione internazionale avanzate.

Il Collegio etneo ritenne che, in base al racconto reso dal ricorrente a giustificazione del suo espatrio, non si configurava persecuzione D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 7 né il pericolo di grave danno in caso di rimpatrio; che nello stato nigeriano di sua residenza non concorreva situazione socio-politica connotata da violenza diffusa e che non erano stati introdotti in causa elementi fattuali atti a consentire l’accoglimento dell’istanza di riconoscimento della protezione umanitaria.

L’Enehizena ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza del Collegio territoriale articolato su tre motivi.

Il Ministero degli Interni, ritualmente vocato, resiste con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso proposto dall’ E. risulta inammissibile a sensi dell’art. 360 bis c.p.c. – siccome la norma ricostruita ex Cass. SU n. 7155/17 -.

Con il primo motivo di ricorso l’impugnante deduce violazione delle norme ex art. 112 c.p.c. e D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2 e 7 e art. 8, comma 3 e art. 27 ed art. 1 della Convenzione di Ginevra, poiché la Corte siciliana non ebbe ad individuare nell’azione violenta ed omicida dei parenti interessati ai beni ereditari di suo padre condotta persecutoria posta in essere da privati, benché nella zona della Nigeria di sua provenienza era diffusa la violenza cultista, come accertato dalla Corte d’Appello di Trieste in procedimento analogo.

La censura risulta generica eppertanto inammissibile, posto che il ricorrente si limita a riproporre la sua versione delle ragioni che lo spinsero ad espatriare e – in quanto vere queste – a lamentare la scarsa attenzione posta dal Collegio etneo al fenomeno ed alla pericolosità delle sette e culti nigeriani.

Invero la Corte territoriale ha puntualmente esaminato il narrato, reso dal richiedente asilo, ed esposte le ragioni in forza delle quali ha ritenuto che dallo stesso si configurasse una questione di natura familiare e privata – contrasti circa beni ereditari -, sicché il mero richiamo all’esistenza di violenza cultista nella zona nigeriana di provenienza non assume rilievo in forza delle stesse dichiarazioni rese dal ricorrente.

Difatti questi non ebbe ad operare cenno all’intervento di adepti a culti o sette nella vicenda e la sua mera opinione che il padre morì a seguito di magia non per ciò qualifica i suoi parenti antagonisti quali adepti a culti o sette.

Inoltre il ricorrente pur anche cennando all’uccisione, durante una lite, della madre, tuttavia nulla allega circa il suo ricorso alla protezione dell’Autorità statuale ovvero circa la ragione del mancato intervento di detta Autorità, benché condizione essenziale per ritenere rilevante anche la persecuzione messa in esser da soggetti privati ai fini della protezione internazionale.

Con il secondo mezzo impugnazione il ricorrente lamenta violazione delle norme ex art. 112 c.p.c. e D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2 e art. 14, lett. c) poiché il Collegio etneo ebbe erroneamente a ritenere non concorrente situazione socio-politica connotata da violenza diffusa in Nigeria, nonostante la diversa situazione desumibile da rapporto COI 2018, che riferisce di scontri nelle varie zone della Nigeria e della presenza di violenza cultista, come anche accertato da altri Tribunali in procedimenti analoghi.

La censura svolta appare generica eppertanto inammissibile, posto che si compendia in apodittiche affermazioni – contrarie alla statuizione adottata dalla Corte etnea -, fondate su datati arresti giurisprudenziali afferenti – ovviamente – la specifica situazione di altri richiedenti asilo nigeriani, e sul richiamo a rapporta rapporto Coi 2018 che riporta notizia delle situazioni di conflitto esistenti in varie zone della Nigeria.

Viceversa il Collegio etneo ha puntualmente esaminata la situazione sociopolitica dell’Edo State – luogo di provenienza del ricorrente – sulla scorta di indicati rapporti aggiornati redatti da Organismi Internazionali all’uopo preposti, così escludendo il concorrere di situazione che, sulla base dell’insegnamento della Corte Europea, possa definirsi di violenza diffusa.

La critica portata dal ricorrente e fondata sul rapporto COI si riduce alla conferma dell’osservazione operata dalla Corte etnea circa l’azione di gruppo terroristico nel nord-est del Paese e nel valutare siccome indice di violenza diffusa le altre criticità esistenti in altre zone del Paese, così proponendo a questa Suprema Corte opzione interpretativa meramente alternativa dei medesimi dati fattuali alla base della statuizione elaborata dai Giudici siciliani. Con il terzo mezzo d’impugnazione il ricorrente deduce violazione dell’art. 112 c.p.c. e del D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 5 e 19 poiché il Collegio etneo non ha esaminato la sua specifica condizione di vulnerabilità alla luce delle sue dichiarazioni e della situazione di violazione dei diritti umani esistente in Nigeria come illustrato nel ricorso.

Inoltre la Corte territoriale non ha tenuto conto del suo soggiorno in Libia per due anni fatto, ex se, rilevante stante la situazione socio-politica libica, come riconosciuto da altro Tribunale siciliano, e neanche dei dati fattuali lumeggianti il suo inserimento sociale in Italia – frequenza corsi scolastici e volontariato L’argomento critico esposto s’appalesa siccome inammissibile poiché non si confronta effettivamente con l’argomentazione svolta dal Collegio etneo a suffragio della sua statuizione sul punto, bensì si limita a riproporre la propria tesi difensiva, già sviluppata in ordine alle altre domande relative alla protezione internazionale e confutata dalla Corte di merito nella motivazione relativa.

Difatti i Giudici d’appello hanno sottolineato come il ricorrente non aveva allegato specifiche condizioni di vulnerabilità e tale conclusione rimane confermata proprio dalle ragioni a sostegno dell’impugnazione.

Difatti l’impugnante ripropone la sua vicenda personale, già valutata dianzi, ed enfatizza la perdita dei genitori benché lo stesso dichiari di esser sposato con due figli – famiglia rimasta in Nigeria -; enfatizza le problematiche socioeconomiche del suo Paese ma la sua decisione di espatriare non ebbe a fondarsi su dette problematiche; ricorda il suo soggiorno in Libia senza anche precisare quando e come sottopose ai Giudici di merito le vicende della sua vita in detto Paese e le ragioni che imponessero il suo rimpatrio verso detto Paese; lamenta l’omessa valutazione degli elementi versati in atti lumeggianti suo inserimento sociale, ma precisa che in effetti sono rappresentati solo da frequenza scolastica ed azione di volontariato, ossia attività proprie del circuito dell’accoglienza.

In definitiva l’argomento critico svolto si fonda su dati o puntualmente esaminati dalla Corte distrettuale ovvero su fatti nuovi ovvero irrilevanti, senza che si sia proceduto ad effettivo confronto con la motivazione resa dalla Corte etnea in relazione alla sua domanda.

Alla declaratoria d’inammissibilità del ricorso non segue, ex art. 385 c.p.c., la condanna del ricorrente alla rifusone delle spese di questo giudizio di legittimità in favore dell’Amministrazione resistente poiché il controricorso non presente i requisiti propri di detto atto processuale.

Concorrono in capo al ricorrente le condizioni processuali per l’ulteriore pagamento del contributo unificato.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza di camera di consiglio, il 23 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2021

 

 

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