Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36425 del 24/11/2021

Cassazione civile sez. II, 24/11/2021, (ud. 15/06/2021, dep. 24/11/2021), n.36425

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – rel. Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20978-2019 proposto da:

U.K., rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE

BRIGANTI, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di ANCONA, depositato il 26/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/06/2021 dal Presidente FELICE MANNA.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

U.K., cittadino nigeriano nato nel 1994, proponeva ricorso innanzi al Tribunale di Ancona avverso la decisione della locale Commissione territoriale, che aveva respinto la sua richiesta di protezione internazionale o umanitaria. A sostegno della domanda il richiedente aveva dedotto d’aver abbandonato il Paese d’origine per essere stato dapprima ingannato e poi disturbato e minacciato da un gruppo di ragazzi, suoi colleghi di lavoro, che l’avevano indotto ad aderire alla confraternita “(OMISSIS)”, facendogli credere che si trattasse di un club d’altra natura.

Con decreto n. 6937/19 il Tribunale rigettava la domanda, ritenendo inattendibili le dichiarazioni del richiedente, (i) per difetto di adeguato corredo di circostanze su fatti essenziali e determinanti l’espatrio; (ii) perché i riferimenti alla pretesa confraternita erano lacunosi e denotavano una conoscenza non diretta degli accadimenti; (iii) per incoerenza interna, non essendo plausibile che il richiedente per almeno cinque mesi, pur partecipando a riunioni e feste conviviali con gli altri aderenti, non avesse compreso che non di un club, ma di una confraternita si sarebbe trattato; e (iv) per incoerenza esterna, giacché la modalità di reclutamento esposta dal richiedente non corrispondeva affatto a quelle desumibili dalle fonti qualificate (tra cui il report Easo 2017), che attestavano modalità particolarmente selettive ed elitarie.

Osservava, inoltre, che in relazione alla vicenda in oggetto non emergevano le condizioni della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e h), giacché il narrato non descriveva il pericolo di sottoposizione a pena di morte o a un trattamento inumano o degradante, tenuto conto, altresì, dell’esistenza di istituzioni statuali in grado di prestare tutela.

Escludeva, altresì, sia l’ipotesi di protezione sussidiaria di cui al cit. art., lett. c) per difetto, nell’area di provenienza del richiedente, di una situazione di violenza indiscriminata così come intesa dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea; sia la protezione umanitaria, perché, sebbene il richiedente avesse fornito prova di un rapporto di lavoro, anche piuttosto stabile, non emergeva un’incolmabile sproporzione tra il contesto di vita vissuto, o nel quale si sarebbe trovato a vivere in caso di rimpatrio, e quello esistente in Italia, potendo il richiedente godere in patria di una vita comunque dignitosa.

Avverso tale decreto il richiedente propone ricorso affidato a quattro motivi. Il Ministero dell’Interno è rimasto intimato.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione camerale ai sensi dell’art. 380-bis.l c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. – Con il primo motivo è dedotta la nullità del decreto per violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 11, lett. a), e art. 13, art. 135 Cost., art. 156 Cost., comma 2, e art. 737 Cost., art. 106 Cost., comma 2, e art. 111 Cost. e L. n. 46 del 2017, art. 2. Parte ricorrente lamenta lacune motivazionali oltre i limiti indicati da S.U. n. 8053/14, in punto di giudizio di non credibilità del racconto. Sostiene, al riguardo, che ciò sarebbe dimostrato dall’omesso esame di un documento comprovante l’iscrizione del richiedente alla confraternita; dal non aggiornamento, rispetto all’anno della decisione, delle COI (acronimo di Country of Origin Information) compulsate; e dal fatto che il danno grave, suscettibile di integrare gli estremi della protezione sussidiaria, può configurarsi anche se provocato da agenti privati, in difetto di una autorità statuale in grado di fornire adeguata ed effettiva tutela. Lamenta, inoltre, che lo scrutinio dell’integrazione socio-lavorativa del richiedente non abbia messo in relazione altri elementi di vulnerabilità presenti nella fattispecie. Cita, infine, il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, ratificato e reso esecutivo con L. n. 881 del 1977, in quanto i relativi obblighi internazionali rileverebbero ai fini del T.U. n. 286 del 1998, art. 5, stesso comma, e art. 19, comma 2; nonché la circolare prot. 00003716 del 30.7.2015 del Ministero dell’Interno, Commissione Nazionale per il diritto d’asilo, in cui sono evidenziati tra i motivi della concessione umanitaria anche gravi calamità naturali o altri gravi fattori locali ostativi il rimpatrio in condizioni di dignità e sicurezza.

Infine, lamenta quale autonoma causa di nullità, che l’udienza di audizione del richiedente sia stata tenuta da un GOT (Giudice onorario di Tribunale), non facente parte né della sezione specializzata né del collegio decidente.

2. – Le stesse doglianze sono variamente riprodotte, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, col secondo mezzo, che lamenta l’omesso esame: dell’attuale situazione socio-economico-politica nigeriana; delle modalità di reclutamento e delle caratteristiche del cult “(OMISSIS)”, in base a fonti internazionali aggiornate; ancora, dell’attestazione di iscrizione a detto cult prodotta dal richiedente; di tutti gli aspetti, verbali e non, della narrazione da parte di tutti i componenti del collegio giudicante; e di tutti gli elementi di vulnerabilità ai fini della domanda di protezione umanitaria.

3. – Analogamente il terzo mezzo, il quale reitera, questa volta in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 per violazione o falsa applicazione dell’art. 2 Cost., art. 10 Cost., comma 3, e art. 32 Cost., L. n. 881 del 1977, art. 11,D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8, 9, 10, 13, 27 e 32, art. 35-bis, comma 11, lett. a), art. 16 direttiva UE n. 2013/32, D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2,3,5,6,7 e 14, art. 115 c.p.c., e T.U. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e art. 19, comma 2, tutte le censure precedentemente svolte.

4. – Col quarto motivo si deduce la violazione o falsa applicazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 degli artt. 6 e 13 CEDU, art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e art. 46 direttiva UE n. 2013/32. Espressamente richiamate le argomentazioni svolte nei motivi precedenti, parte ricorrente deduce non essere stato rispettato “il principio di effettività del ricorso in presenza della denunciata violazione del dovere di cooperazione istruttoria” (così, a pag. 65 del ricorso), che impone agli Stati membri, e dunque al giudice, di provvedere ad un esame completo, rigoroso ed approfondito della domanda.

5. – Tutti i suddetti motivi non hanno pregio.

Sotto profili diversi – dell’art. 360 c.p.c., i nn. 3, 4 e 5 – essi ripropongono sempre le medesime censure, le quali, ad eccezione della doglianza relativa all’audizione del richiedente da parte di un GOT, disattendono, merce’ richiami giurisprudenziali non pertinenti e non contestualizzati, la costante giurisprudenza di questa Corte Suprema formatasi in materia.

5.1. – Quanto al dedotto difetto motivazionale e alla conseguente nullità (intendi, per violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4) che ne deriverebbe, parte ricorrente, premesso un labiale ossequio al noto dictum di S.U. n. 8053/14, se ne allontana, nei fatti, allorché nello svolgere la censura indica una serie di temi che, a suo avviso, il giudice di merito avrebbe dovuto considerare nel decidere la domanda di protezione internazionale e nazionale. Ciò contraddice proprio il citato arresto delle S.U., ed evidenzia la (vana) schermatura di una ormai inammissibile critica d’insufficienza motivazionale, secondo il paradigma normativo dell’art. 360 c.p.c., n. 5 nel testo anteriore alla modifica di cui al D.L. n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 2012.

Per il resto, nei limiti dell’unico profilo di nullità denunciabile in base all’interpretazione della citata norma fornita dalle S.U. di questa Corte, va rilevato che la motivazione del provvedimento impugnato è tutt’altro che apparente o insanabilmente contraddittoria o incomprensibile. Il Tribunale, infatti, ha fornito un adeguato riscontro delle ragioni per cui ha ritenuto il racconto del richiedente affetto da incoerenza interna ed esterna, citato le COI ed esplicitato le ragioni che escludono la vulnerabilità c.d. di rientro del richiedente, il tutto come già precisato in parte narrativa della presente ordinanza.

A ciò va aggiunto che il Tribunale ha specificamente esaminato proprio il documento, asseritamente decisivo, attestante l’iscrizione del richiedente alla confraternita “(OMISSIS)”; e sia in base all’osservazione diretta, sia richiamando fonti qualificate (refworld) sulla frequente falsificazione in Nigeria di attestazioni di vario tipo “dai certificati di nascita ai diplomi”, l’ha ritenuto non genuino (v. pagg. 2-3 decreto impugnato).

Resta, insuperato e insuperabile, l’apprezzamento dei fatti, che non basta criticare sotto lo schermo della violazione di legge per renderlo sindacabile in sede di legittimità. La violazione di legge non dipende dall’erronea valutazione di merito, ma dal dimostrato contrasto tra norme ed affermazioni (anche implicite) di diritto contenute nel provvedimento impugnato. Contrasto per dimostrare il quale occorre che il vizio della violazione e falsa applicazione della legge di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, giusta il disposto di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, sia essere, a pena d’inammissibilità, dedotto mediante la specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina, non risultando altrimenti consentito alla S.C. di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (giurisprudenza costante di questa Corte, a partire dalla n. 16132/05 fino alla n. 287/16).

5.1.1. – Non possiede rilievo di sorta la dedotta contraddizione tra il giudizio di non credibilità del racconto e l’affermata esclusione della protezione sussidiaria perché il danno grave, nella specie, è stato provocato da agenti privati. Si tratta di una motivazione aggiuntiva a carattere alternativo, per cui, non scalfito il primo giudizio, resta ininfluente la critica espressa sul rigetto della protezione sussidiaria (s’intende, relativa nel caso di specie al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, sola lett. b).

Infatti, la sentenza del giudice di merito, la quale, dopo aver aderito ad una prima ragione di decisione, esamini ed accolga anche una seconda ragione. al fine di sostenere la decisione anche nel caso in cui la prima possa risultare erronea, non incorre nel vizio di contraddittorietà della motivazione, il quale sussiste nel diverso caso di contrasto di argomenti confluenti nella stessa ratio decidendi, né contiene, quanto alla causa petendi alternativa o subordinata, un mero obiter dictum, insuscettibile di trasformarsi nel giudicato. Detta sentenza, invece, configura una pronuncia basata su due distinte rationes decidendi, ciascuna di per sé sufficiente a sorreggere la soluzione adottata, con il conseguente onere del ricorrente di impugnarle entrambe, a pena di inammissibilità del ricorso (nn. 10815/19 e 21490/05).

5.2. – Quanto alla seconda censura di nullità, per l’estraneità del GOT alla sezione specializzata e alla composizione del collegio giudicante, le S.U. di questa Corte hanno recentemente chiarito che non è affetto da nullità il procedimento nel cui ambito un giudice onorario di tribunale, su delega del giudice professionale designato per la trattazione del ricorso, abbia proceduto all’audizione del richiedente la protezione ed abbia rimesso la causa per la decisione al collegio della Sezione specializzata in materia di immigrazione, atteso che, ai sensi del D.Lgs. n. 116 del 2017, art. 10, commi 10 e 11, tale attività rientra senza dubbio tra i compiti delegabili al giudice onorario in considerazione della analogia con l’assunzione dei testimoni e del carattere esemplificativo dell’elencazione ivi contenuta (sentenza n. 5425/21).

5.3. – Con riguardo alla contestata attualità delle COI utilizzate dal Tribunale, va osservato che secondo la costante giurisprudenza di questa Corte Suprema il motivo di ricorso per cassazione che mira a contrastare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle cd. fonti privilegiate, di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, deve evidenziare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione, in violazione del cd. dovere di collaborazione istruttoria, sono state oggettivamente travisate, ovvero superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate (n. 4037/20). Pertanto, ai fini della dimostrazione della violazione del dovere di collaborazione istruttoria gravante sul giudice di merito, non può procedersi alla mera prospettazione. in termini generici. di una situazione complessiva del Paese di origine del richiedente diversa da quella ricostruita dal giudice, sia pure sulla base del riferimento a fonti internazionali alternative o successive a quelle utilizzate dal giudice e risultanti dal provvedimento decisorio, ma occorre che la censura dia atto in modo specifico degli elementi di fatto idonei a dimostrare che il giudice di merito abbia deciso sulla base di informazioni non più attuali, dovendo la censura contenere precisi richiami, anche testuali, alle fonti alternative o successive proposte, in modo da consentire alla S.C. l’effettiva verifica circa la violazione del dovere di collaborazione istruttoria (n. 26728/19).

5.3.1. – Nella specie, il ricorso non indica se e quali COI, diverse e/o più recenti rispetto a quelle utilizzate dal Tribunale, descrivano un contesto socio-economico e politico della Nigeria che sia altro rispetto a quello diffusamente descritto nel decreto impugnato nelle pagg. 3-5. Di riflesso, esso non trae conclusioni specifiche sull’asserito difetto o malgoverno di cooperazione istruttoria da parte del giudice di merito, limitandosi a richiamare principi generali in sé incontroversi, nella fallace convinzione che ciò basti a dimostrare la fondatezza della critica. Ne deriva che la doglianza sottostà a quanto detto supra al paragrafo n. 5.1. sulla tecnica di proposizione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge.

5.4. – Infine, manifestamente infondata è anche la dedotta violazione della CEDU e della Carta di Nizza, per l’asserita mancanza di “effettività del ricorso”.

Effettivo non è il ricorso accolto, ma quello compiutamente esaminato. Con la conseguenza che anche nel caso in esame si ripropongono intatte e insuperate le considerazioni fin qui svolte, che valgono ad escludere che l’esame della domanda da parte del Tribunale non sia stato completo sotto ogni profilo di fatto dedotto dalla parte richiedente.

6. – In conclusione il ricorso va respinto.

7. – Nulla per le spese, non avendo il Ministero dell’Interno svolto attività difensiva.

8. – Ricorrono i presupposti processuali per il raddoppio, a carico del ricorrente, del contributo unificato, se dovuto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Sussistono a carico del ricorrente i presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della seconda sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, il 15 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2021

 

 

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