Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36404 del 24/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 24/11/2021, (ud. 19/05/2021, dep. 24/11/2021), n.36404

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORILIA Lorenzo – Presidente –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giovanni – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7307-2020 proposto da:

B.D.A., BO.MA., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA G. M. LANCISI 31, presso lo studio

dell’avvocato ANNA DI BIANCO, che li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

ISMEA, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIUSEPPE TUCCIMEI, n. 1,

presso lo studio dell’avvocato RODOLFO HALL, che la rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4800/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata l’11/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 19/05/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MILENA

FALASCHI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 10440/2016, accoglieva la domanda proposta da ISMEA – nella qualità di venditrice – nei confronti degli imprenditori agricoli B.D.A. e Bo.Ma. – nella loro qualità di compratori – volta ad ottenere la dichiarazione di risoluzione a norma dell’art. 1456 c.c. del contratto di compravendita stipulato inter partes con conseguente condanna degli acquirenti al rilascio del fondo oggetto della vendita e con diritto di ritenzione delle rate versate dagli acquirenti a titolo di risarcimento del danno; di converso veniva rigettata la domanda riconvenzionale volta ad ottenere la restituzione delle rate di prezzo versate o la riduzione equitativa delle stesse.

In virtù di impugnazione interposta dai coniugi B. – Bo., la Corte di appello di Roma, nella resistenza dell’appellata, con sentenza n. 4800/2019, rigettava l’appello e confermava integralmente il provvedimento gravato condannando in solido gli appellanti alla rifusione delle spese di lite.

Avverso la sentenza della Corte Capitolina, B. – Bo. propongono ricorso per cassazione fondato su due motivi, cui resiste l’ISMEA con controricorso.

Ritenuto che il ricorso potesse essere respinto, con la conseguente definibilità nella forma di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5), su proposta del relatore, regolarmente comunicata alle parti, il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

Atteso che:

– in via preliminare, quanto all’eccezione di inammissibilità del ricorso dedotta nel controricorso per difetto di specificità e autosufficienza, va in primo luogo ricordato che secondo giurisprudenza consolidata di questa Corte, in tema di ricorso per cassazione, il fatto che un singolo motivo sia articolato in più profili di doglianza – ciascuno dei quali avrebbe potuto essere prospettato come un autonomo motivo – non costituisce, di per sé, ragione di inammissibilità dell’impugnazione, dovendosi ritenere sufficiente, ai fini dell’ammissibilità del ricorso, la formulazione che permetta al giudice di legittimità di cogliere con chiarezza le doglianze prospettate, onde consentirne, se necessario, l’esame separato esattamente negli stessi termini in cui lo si sarebbe potuto fare se esse fossero state articolate in motivi diversi, singolarmente numerati (Cass., Sez. Un., n. 9100 del 2015; Cass. n. 24493 del 2018).

Ne’ siffatta eccezione è accoglibile sotto il profilo della mancata specifica indicazione degli atti e documenti fondanti il ricorso se riferita al ricorso nel suo insieme. A tal proposito, la giurisprudenza di questa Corte chiarisce che la verifica dell’osservanza di quanto prescritto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) deve compiersi con riguardo ad ogni singolo motivo di impugnazione e la mancata specifica indicazione (ed allegazione) dei documenti sui quali ciascuno di essi, eventualmente, si fondi può comportarne la declaratoria di inammissibilità solo quando si tratti di censure rispetto alle quali uno o più specifici atti o documenti fungano da fondamento, e cioè quando, senza l’esame di quell’atto o di quel documento, la comprensione del motivo di doglianza e degli indispensabili presupposti fattuali sui quali esso si basa, nonché la valutazione della sua decisività, risulterebbero impossibili. Di conseguenza, deve escludersi che il ricorso possa essere dichiarato “in toto” inammissibile, ove tale situazione sia propria solo di uno o di alcuno dei motivi proposti (Cass., Sez. Un., n. 16887 del 2013).

Nella specie, le singole censure sono sufficientemente chiare ed idonee a condurre all’eventuale enunciazione di un corrispondente principio di diritto ad opera di questa Corte.

Fondata è invece l’eccezione di inammissibilità della nuova documentazione prodotta dai ricorrenti, denominata “copia della relazione del professionista incaricato per la sua procedura da indebitamento pendente innanzi al Tribunale di Matera” (allegato sub 4 del ricorso).

Dalle argomentazioni delle parti risulta che i ricorrenti hanno depositato per la prima volta in questa sede siffatto documento e secondo pacifica giurisprudenza di questa Corte, nel giudizio in cassazione è ammissibile la produzione di documenti non prodotti in precedenza solo ove attengano alla nullità della sentenza impugnata o all’ammissibilità processuale del ricorso o del controricorso, ovvero al mutare di un successivo giudicato, mentre non è consentita la produzione di documenti nuovi relativi alla fondatezza del merito della pretesa, per far valere i quali, se rinvenuti dopo la scadenza dei termini, la parte che ne assuma la decisività può esperire esclusivamente il rimedio della revocazione straordinaria ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 3 (Cass. n. 4415 del 2020; Cass. n. 18464 del 2018);

– passando al merito, con il primo motivo i ricorrenti lamentano, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e la falsa applicazione dell’art. 1453 e 1455 c.c., nonché l’omessa o insufficiente motivazione circa punti decisivi della controversia ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

In primo luogo, i ricorrenti censurano la decisione della Corte di appello nella parte in cui ha ritenuto non sufficiente ad istaurare il procedimento di verifica l’istanza per la nomina di un professionista volta a vagliare la fattibilità del programma di composizione della crisi da sovraindebitamento. In particolare, i ricorrenti evocano la L. n. 3 del 2012 la quale introduce una nuova procedura concorsuale destinata al superamento della crisi da sovraindebitamento per i debitori non soggetti né assoggettabili a procedure concorsuali (tra cui rientrerebbero gli imprenditori agricoli) e, richiamata la definizione di sovraindebitamento di cui alla L. in esame, art. 6, i ricorrenti affermano che si sarebbero trovati, incolpevolmente, nella definitiva incapacità di adempiere regolarmente alle obbligazioni assunte a seguito di sfortunati eventi che li avrebbero messi nelle mani di usurai e di fenomeni atmosferici, quali abbondanti precipitazioni e forti alluvioni, che avrebbero colpito tutta la Basilicata, cagionando all’azienda agricola dei coniugi ingenti danni economici. Alla luce di siffatte osservazioni, i ricorrenti ritengono che il giudice non avrebbe dovuto dichiarare la risoluzione del contratto a norma dell’art. 1456 c.c. senza accertare previamente l’imputabilità a titolo di colpa dell’adempimento del debitore, che ad avviso dei ricorrenti sarebbe insussistente nel caso di specie. Per giunta, secondo i B.- Bo. il giudice di secondo grado avrebbe dovuto tener conto della concreta possibilità dell’adempimento, come provato dall’avvio della procedura da sovraindebitamento posto in essere dai coniugi per soddisfare le ragioni dei creditori e quindi anche dell’ISMEA.

Il motivo è privo di pregio.

Va in primo luogo premesso che la Corte distrettuale ha preliminarmente precisato che la procedura di sovraindebitamento, finalizzata alla soluzione di crisi economiche correlate a procedure di recupero dei debiti, non era applicabile al caso di specie in quanto ISMEA aveva chiesto la risoluzione del contratto di vendita al fine di ottenere la restituzione del bene e non il pagamento delle rate rimaste insolute sin dal 1994.

Ciò chiarito, il giudice del gravame, nel respingere il secondo motivo di appello concernente la domanda riconvenzionale proposta dagli appellanti al fine di ottenere la restituzione delle somme versate, ha affermato che la clausola risolutiva espressa contenuta nel contratto di compravendita, art. 6, u.c. – accettata e mai contestata dagli appellanti – stabiliva che nel caso in cui lo stato di morosità fosse perdurato per due annualità di preammortamento o ammortamento il contratto oggetto di causa si sarebbe risolto di diritto e le quote eventualmente versate sarebbero state ritenute a titolo di indennizzo per sorte capitale, interessi e risarcimento del danno (v. p. 7 sentenza impugnata).

Orbene, secondo la giurisprudenza di questa Corte, in presenza di una clausola risolutiva espressa, il giudice ai fini della risoluzione del contratto per inadempimento è tenuto constatare che l’evento previsto dalla clausola si sia verificato e, in riferimento al principio della buona fede, ad esaminare il comportamento tenuto dall’obbligato, potendo la risoluzione essere dichiarata solo ove sussista quanto meno la colpa di quest’ultimo, la quale si presume ai sensi dell’art. 1218 c.c. (cfr. Cass. n. 11717 del 2002; Cass. n. 15026 del 2005; Cass. n. 2553 del 2007; Cass. n. 18286 del 2016).

Nella specie, siffatta indagine è stata effettuata dalla Corte distrettuale, la quale, previo accertamento dell’inadempimento dei B.- Bo., ha rilevato, in merito all’imputabilità a titolo di colpa di detto inadempimento, che le circostanze addotte dagli appellanti a dimostrazione del loro stato di malessere economico e della loro incolpevolezza facevano innanzitutto riferimento ad una morosità decorrente dall’anno 2004 anziché dal 1994 e che gli eventi metereologici non potevano essere considerati imprevedibili in mancanza di prove circa la peculiare eccezionalità dei medesimi, mentre l’assoggettamento ad usura non escludeva di per sé la riconducibilità a condotta degli stessi appellanti in assenza di prova circa uno stato di “necessario bisogno”.

Ciò posto, i ricorrenti censurano un apprezzamento di merito auspicando una differente valutazione delle risultanze di causa, inammissibile in sede di legittimità;

– con il secondo motivo i ricorrenti lamentano, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e la falsa applicazione dell’art. 91 c.c. e dell’art. 92 c.c., comma 2, e del D.M. n. 55 del 2014; nonché l’omessa o insufficiente motivazione circa punti decisivi della controversia ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Secondo i ricorrenti il giudice del gravame, nella determinazione delle spese di lite, avrebbe dovuto tener conto della circostanza dell’incolpevole inadempimento dei coniugi, essendo rimasti vittime del reato di usura e delle avversità atmosferiche.

Inoltre, ad avviso dei coniugi la Corte sarebbe caduta in errore nell’individuare il valore della controversia e dunque lo scaglione da prendere in considerazione ai fini della liquidazione dei compensi legali. Nella specie, il giudice avrebbe dovuto considerare il valore della domanda, ossia il valore chiesto e non quello ottenuto, posto che, a norma del D.M. n. 55 del 2014, art. 5, comma 1, ove venga effettuata la liquidazione dei compensi a carico del soccombente il valore della controversia corrisponde a quello domandato nell’atto introduttivo. Ne consegue che, ad avviso dei ricorrenti, la Corte avrebbe dovuto prendere in considerazione lo scaglione da 52.000,01 a 260.000,00 e non quello successivo.

Il motivo non può trovare ingresso.

Quanto all’incolpevole inadempimento dei B. – Bo. valgono le ragioni di cui sopra, mentre, in relazione all’erronea applicazione dello scaglione per la liquidazione dei compensi legali, la Corte ha determinato correttamente il valore della controversia, tenendo conto della domanda di risoluzione del contratto per inadempimento degli acquirenti (pari ad Euro 327.873,22) e di quella di risarcimento del danno, proposte dalla venditrice.

Infine, per quanto concerne l’errore materiale dedotto da ISMEA relativo alla data di stipula del contratto intercorso tra le parti, si tratta di un errore irrilevante in quanto afferente alla sentenza di primo grado, superata dalla sentenza di appello seppur conforme, inoltre pacificamente detto contratto costituisce l’unico rapporto intercorso tra le parti.

In conclusione il ricorso deve essere respinto.

Le spese processuali seguono la soccombenza.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto al T.U. di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti in solido, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso;

condanna i ricorrenti in solido alla rifusione delle spese processuali del giudizio di legittimità in favore della controricorrente che liquida in complessivi Euro 6.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfettarie e agli accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti in solido dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della VI-2 Sezione Civile, il 19 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2021

 

 

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