Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36389 del 24/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 24/11/2021, (ud. 15/07/2021, dep. 24/11/2021), n.36389

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 30564/2019 R.G. proposto da:

M.A., P.S., Pi.Ma., S.P.,

Si.Cr. e So.Gi., rappresentati e difesi dall’Avv.

Carlo Amoruso, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma,

Via Nomentana, n. 403;

– ricorrenti –

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, rappresentata e difesa ex lege

dall’Avvocatura generale dello Stato, presso i cui uffici

domiciliano ope legis in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma, n. 1751/2019,

depositata il 13 marzo 2019;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 15 luglio

2021 dal Consigliere Emilio Iannello.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’appello di Roma ha confermato la decisione di primo grado che aveva rigettato la domanda dei medici indicati in epigrafe volta a ottenere la condanna della Presidenza del Consiglio dei ministri, al risarcimento dei danni conseguenti alla mancata attuazione della direttiva CEE 82/76/CEE, in tema di adeguata retribuzione spettante per la frequenza di corsi di specializzazione negli anni accademici compresi tra il 1983 ed il 1991.

Ha infatti ritenuto, conformemente al primo giudice, prescritto il relativo credito per essere decorso, alla data della domanda, il relativo termine decennale, dovendo questo farsi decorrere – ha affermato – dal 27 ottobre 1999, data di entrata in vigore della L. 19 ottobre 1999, n. 370, art. 11 con il quale il legislatore aveva riconosciuto il diritto ad una borsa di studio unicamente in favore degli specializzandi medici ammessi alle scuole negli anni 1983 1991 e destinatari delle sentenze passate in giudicato del Tar Lazio nn. 601 del 1993, 279 del 1994, 280 – 283 del 1994.

Ha di conseguenza condannato gli appellanti alle spese di lite, liquidate in Euro 5.500, oltre accessori e spese generali.

2. Avverso tale sentenza i medici suelencati propongono ricorso per cassazione con quattro mezzi, cui resiste la Presidenza del Consiglio dei Ministri, depositando controricorso.

3. Essendo state ritenute sussistenti le condizioni per la trattazione del ricorso ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta, che è stata notificata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

I ricorrenti hanno depositato memoria ex art. 380-bis c.p.c., comma 2.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione e/o falsa applicazione del combinato disposto dell’art. 132 c.p.c. e art. 118 disp. att. c.p.c., per essersi la corte d’appello limitata a ribadire quanto statuito, in punto di prescrizione del credito de quo e decorrenza del relativo termine, da Cass. n. 10813 del 2011.

2. Con il secondo motivo essi deducono violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2935 c.c., assumendo che la decorrenza della prescrizione avrebbe dovuto individuarsi con l’emanazione dei D.P.C.M. attuativi del D.Lgs. n. 368 del 1999, che avevano reso definitivo, per gli esclusi dalla relativa applicazione, l’inadempimento pregresso dello Stato italiano.

3. Con il terzo motivo i ricorrenti prospettano la violazione e falsa applicazione dell’art. 101 Cost., perché la corte di appello avrebbe ancorato la sua decisione a un orientamento nomofilattico neppure pacifico invece che alla legge.

4. Con il quarto motivo i ricorrenti deducono infine violazione e/o falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c. assumendo che la questione trattata, in presenza di contrasto giurisprudenziale, avrebbe giustificato la compensazione integrale delle spese.

5. I primi tre motivi, da esaminare congiuntamente per connessione, sono inammissibili.

In punto di prescrizione la decisione impugnata risulta, infatti, conforme ai principi di diritto costantemente affermati da questa Corte, che il ricorso non offre motivi idonei a rivedere, donde l’inammissibilità del secondo motivo ex art. 360-bis c.p.c., n. 1.

Secondo tali principi:

a) “in caso di omessa o tardiva trasposizione da parte del legislatore italiano nel termine prescritto delle direttive comunitarie (nella specie, le direttive n. 75/362/CEE e n. 82/76/CEE, non autoesecutive, in tema di retribuzione della formazione dei medici specializzandi), sorge, conformemente ai principi più volte affermati dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea, il diritto degli interessati al risarcimento dei danni che va ricondotto allo schema della responsabilità per inadempimento dell’obbligazione ex lege dello Stato, di natura indennitaria; tale responsabilità – dovendosi considerare il comportamento omissivo dello Stato come antigiuridico anche sul piano dell’ordinamento interno e dovendosi ricondurre ogni obbligazione nell’ambito della ripartizione di cui all’art. 1173 c.c. – va inquadrata nella figura della responsabilità contrattuale, in quanto nascente non dal fatto illecito di cui all’art. 2043 c.c., bensì dall’inadempimento di un rapporto obbligatorio preesistente, sicché il diritto al risarcimento del relativo danno è soggetto all’ordinario termine decennale di prescrizione” (Cass. 17/05/2011, nn. 1081310816; tra le molte successive conformi v. Cass. 31/08/2011, n. 17868; 18/08/2011, n. 17350; 10/07/2013, n. 17066; 20/03/2014, n. 6606; 15/11/2016, n. 23199; 31/05/2018, n. 13758);

b) “a seguito della tardiva ed incompleta trasposizione nell’ordinamento interno delle direttive n. 75/362/CEE e n. 82/76/CEE, relative al compenso in favore dei medici ammessi ai corsi di specializzazione universitari – realizzata solo con il D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257 – è rimasta inalterata la situazione di inadempienza dello Stato italiano in riferimento ai soggetti che avevano maturato i necessari requisiti nel periodo che va dal 1 gennaio 1983 al termine dell’anno accademico 1990-1991; la lacuna è stata parzialmente colmata con la della L. 19 ottobre 1999, n. 370, art. 11, che ha riconosciuto il diritto ad una borsa di studio soltanto in favore dei beneficiari delle sentenze irrevocabili emesse dal giudice amministrativo; ne consegue che tutti gli aventi diritto ad analoga prestazione, ma tuttavia esclusi dal citato art. 11, hanno avuto da quel momento la ragionevole certezza che lo Stato non avrebbe più emanato altri atti di adempimento alla normativa Europea; nei confronti di costoro, pertanto, la prescrizione decennale della pretesa risarcitoria comincia a decorrere dal 27 ottobre 1999, data di entrata in vigore del menzionato art. 11” (oltre alle pronunce sopra indicate v. anche Cass. n. 1917 del 09/02/2012, la quale precisa che “in riferimento a detta situazione, nessuna influenza può avere la sopravvenuta disposizione di cui alla L. 12 novembre 2011, n. 183, art. 4, comma 43 – secondo cui la prescrizione del diritto al risarcimento del danno da mancato recepimento di direttive comunitarie soggiace alla disciplina dell’art. 2947 c.c. e decorre dalla data in cui il fatto, dal quale sarebbero derivati i diritti se la direttiva fosse stata tempestivamente recepita, si è effettivamente verificato trattandosi di norma che, in difetto di espressa previsione, non può che spiegare la sua efficacia rispetto a fatti verificatisi successivamente alla sua entrata in vigore, e cioè dal 1 gennaio 2012”; Cass. n. 1156 del 17/01/2013; n. 16104 del 26/06/2013; n. 17066 del 10/07/2013; n. 6606 del 20/03/2014; n. 23199 del 15/11/2016; n. 13758 del 31/05/2018; n. 16452 del 19/06/2019; n. 1589 del 24/01/2020; v. anche Cass. 29/04/2020, n. 8374 che ha disatteso un motivo sulla prescrizione vertente proprio sulla direttiva 2005/36/CE menzionata in ricorso).

La descritta condotta statale ha definitivamente palesato l’adempimento soggettivamente parziale dello Stato per gli specializzandi che hanno iniziato i corsi anteriormente all’anno accademico 1991-1992, sicché, al di là del perdurare degli effetti di tale inadempimento per gli altri (non destinatari della disciplina in parola), la ragionevole cristallizzazione derivante dall’opzione esercitata, rispetto all’astratta possibilità di un ripensamento normativo, onerava della reazione i pretermessi, innescando la decorrenza estintiva prescrizionale.

Per le medesime ragioni, non può rilevare la diversa quantificazione della remunerazione, e il suo differente regime, discrezionalmente determinati dallo Stato con il D.Lgs. n. 368 del 1999, attuato dall’anno accademico 2006-2007 (Cass., 14/03/2018, n. 6355). La decisione della Corte di giustizia del 24 gennaio 2018, invocata in ricorso, per un verso ribadisce che non vi è mai stata alcuna indicazione unionale sulla quantificazione della “adeguata remunerazione”, per altro verso non affronta il tema qui discusso della decorrenza prescrizionale.

6. Palesemente incongruo ed eccentrico è poi ipotizzare – con il terzo motivo – la violazione dell’art. 101 Cost. per il solo fatto di avere, il giudice a quo, deciso conformemente alla giurisprudenza della S.C.: uniformandosi al consolidato orientamento della giurisprudenza la corte d’appello ha, infatti, per ciò stesso reso una pronuncia conforme alla legge, quale costantemente interpretata dalla S.C.. La decisione richiama evidentemente i precedenti non in termini di stare decisis ma quale cornice nomofilattica all’ermeneutica legale positiva.

7. Alla luce di tali considerazioni è poi appena il caso di accennare alla evidente contraddittorietà della censura (primo motivo) di assenza di motivazione – inammissibile dunque ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4 – essendo al contrario questa ben chiara tanto che contro la ben compresa ratio decidendi si appunta la censura di violazione di legge sopra esaminata.

8. Il quarto motivo è parimenti inammissibile.

E’ in tal senso dirimente il rilievo che, secondo principio pacificamente acquisito nella giurisprudenza di questa Corte, in tema di spese processuali, la facoltà di disporne la compensazione tra le parti rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale non è tenuto a dare ragione con una espressa motivazione del mancato uso di tale sua facoltà, con la conseguenza che la pronuncia di condanna alle spese, anche se adottata senza prendere in esame l’eventualità di una compensazione, non può essere censurata in cassazione, neppure sotto il profilo della mancanza di motivazione (Cass. Sez. U n. 14989 del 15/07/2005; Cass. n. 11329 del 26/04/2019).

9. Per le considerazioni che precedono deve quindi pervenirsi alla declaratoria di inammissibilità del ricorso.

Alla soccombenza segue la condanna dei ricorrenti al pagamento, in favore della amministrazione controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità.

10. Ricorrono le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per l’applicazione del raddoppio del contributo unificato a carico dei ricorrenti.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento, in favore della amministrazione controricorrente delle spese processuali, che liquida in Euro 5.000 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 15 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2021

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