Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36384 del 24/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 24/11/2021, (ud. 10/06/2021, dep. 24/11/2021), n.36384

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Lucia – Presidente –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3043-2020 proposto da:

ACAPO, – SOCIETA’ COOPERATIVA SOCIALE INTEGRATA, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, V.LE MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI

FIORILLO, rappresentata e difesa dall’avvocato ADALBERTO PERULLI;

– ricorrente –

contro

A.I., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TACITO, 50,

presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO RUGGIERO, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

contro

CONSORZIO SOCIALE GRUPPO DARCO SOCIETA’ COOPERATIVA SOCIALE a r.l.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 659/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 09/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 10/06/2021 dal Consigliere Relatore Dott. FABRIZIO

AMENDOLA.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. la Corte d’Appello di Roma, con la sentenza impugnata, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, ha condannato la Cooperativa Capodarco al pagamento, in favore di A.I., per i titoli retributivi specificati in motivazione, della somma di Euro 8.660,43, oltre accessori, mentre ha confermato il rigetto delle domande nei confronti del Consorzio Sociale Gruppo Darco, precedente datore di Lavoro dell’ A.;

2. la Corte territoriale, per quanto ancora qui interessa, “poiché dalla CTU espletata è emerso che a seguito del passaggio dal Consorzio alla Cooperativa al ricorrente è stata riconosciuta una retribuzione lorda annua di Euro 46.575,49, laddove, in base all’accordo, doveva essergli riconosciuto un trattamento economico lordo annuo non inferiore ad Euro 49.106,66”, ha riconosciuto al lavoratore “un credito di Euro 2.531,17 annui, pari ad Euro 194,70 mensili”;

la Corte, poi, sulla base dell’istruttoria svolta in relazione alle mansioni, ha riconosciuto il diritto dell’ A. ad essere inquadrato dal settembre 2010. al secondo livello del CCNL Terziario, in luogo dell’inquadramento di terzo livello attribuito dall’impresa datrice di lavoro, negando invece il primo livello originariamente richiesto dal lavoratore; infine, la Corte romana ha ritenuto “documentalmente provato” il compenso per il lavoro straordinario svolto dall’appellante;

3. per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso Acapo -Società Cooperativa Sociale Integrata, già Capodarco – Società Cooperativa Sociale Integrata, con 3 motivi; ha resistito con controricorso l’ A., mentre non ha svolto attività difensiva il Consorzio Sociale Gruppo Darco Cooperativa Sociale a r.l., già contumace in secondo grado;

4. la proposta del relatore ex art. 380 bis c.p.c. è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale;

parte ricorrente ha comunicato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. con il primo motivo del ricorso si denuncia, a mente dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione dell’art. 112 c.p.c. per ultrapetizione, con riferimento “al rigetto del secondo motivo di appello ed alla condanna al pagamento delle differenze retributive”; si lamenta che “il Collegio, (…) pur non essendo investito della specifica domanda di appello da parte del Signor A., ha inspiegabilmente ed illegittimamente accertato il mancato rispetto dell’obbligo retributivo nella misura del 95% della retribuzione precedenti condannando parte appellata al pagamento della differenza”;

il motivo, per come formulato, non può trovare accoglimento;

come noto, nel caso di denunciata violazione dell’art. 112 c.p.c. che governa il rapporto tra le istanze delle parti e la pronuncia del giudice, l’inosservanza del precetto processuale che regola la corrispondenza tra “il chiesto e il pronunciato” configura un vizio riconducibile alla previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per il quale la Corte di cassazione è giudice anche del “fatto processuale”; tuttavia detto vizio, non essendo rilevabile d’ufficio, comporta pur sempre che il potere-dovere del giudice di legittimità di esaminare direttamente gli atti processuali sia condizionato, a pena di inammissibilità, all’adempimento da parte del ricorrente – essendo insufficiente il rinvio per relationem agli atti della fase di merito – dell’onere di indicarli compiutamente, non essendo legittimato il suddetto giudice a procedere ad una loro autonoma ricerca, ma solo ad una verifica degli stessi (in termini: Cass. n. 15367 del 2014; Cass. n. 6361 del 2007);

in particolare, allorquando si lamenti la mancata pronuncia del giudice di appello su uno o più motivi di gravame, ma allo stesso modo deve ritenersi allorquando – come nella specie – si eccepisca una extrapetizione sul motivo di impugnazione, occorre che essi siano compiutamente riportati nella loro integralità nel ricorso, sì da consentire alla Corte di verificare la fondatezza delle censure senza dover procedere all’esame dei fascicoli di ufficio o di parte (Cass. n. 17049 del 2015; Cass. n. 26155 del 2014);

di recente si è ribadito, nella composizione più autorevole della Corte, che “allorquando sia denunciato un error in procedendo, è anche giudice del fatto ed ha il potere di esaminare direttamente gli atti di causa; tuttavia è necessario che la parte ricorrente indichi gli elementi individuanti e caratterizzanti il “fatto processuale” di cui richiede il riesame e, quindi, che il corrispondente motivo sia ammissibile e contenga, per il principio di autosufficienza del ricorso, tutte le precisazioni e i riferimenti necessari ad individuare la dedotta violazione processuale. Infatti, il potere-dovere della Corte di esaminare direttamente gli atti processuali non significa che la medesima debba ricercarli autonomamente, spettando, invece, alla parte indicarli” (Cass. SS.ITU. n. 5640 del 2019);

nella specie parte ricorrente, nell’illustrazione del motivo di ricorso per cassazione, non riporta adeguatamente il contenuto dell’atto di appello né dello specifico motivo di gravame, se non per la personale sintesi che propone, precludendo a questa Corte la possibilità di delibare in limine litis la pretesa violazione dell’art. 112 c.p.c., non potendo certo sanare l’originario vizio di formulazione la tardiva trascrizione contenuta nella memoria ex art. 380 bis c.p.c.;

inoltre va tenuto conto che, comunque, “non incorre nel vizio di ultrapetizione il giudice che esamini una questione non espressamente formulata, tutte le volte che questa debba ritenersi tacitamente proposta, in quanto in rapporto di necessaria connessione con quelle espressamente formulate” (Cass. n. 22595 del 2009; Cass. n. 17897 del 2019) e che, per principio radicato nella giurisprudenza di questa Corte, l’interpretazione della domanda giudiziale e dei suoi confini, così come dei motivi di appello, spetta al giudice del merito (cfr., tra le altre, Cass. n. 31546 del 2019; Cass. n. 29609 del 2018; Cass. n. 18 del 2015, Cass. n. 21421 del 2014; Cass. n. 12944 del 2012; Cass. n. 21208 del 2005), per cui, nella specie, la Corte territoriale ha evidentemente ritenuto che quelle somme riconosciute in sentenza fossero state comunque richieste dall’ A., anche implicitamente, perché in rapporto di necessaria connessione con le istanze espressamente formulate in relazione al complesso delle differenze retributive rivendicate;

2. il secondo motivo lamenta “violazione e falsa applicazione delle norme di cui al CCNI, Aziende del Terziario con riferimento alle declaratorie del 1 e del 3 livello, nonché con riferimento all’art. 2103 c.c.”; si critica la sentenza impugnata per avere riconosciuto il diritto all’inquadramento superiore dell’ A. senza esaminare la declaratoria di 3 livello cui il medesimo apparteneva;

la doglianza è infondata;

questa Corte ha da tempo affermato che il procedimento logico giuridico diretto alla determinazione dell’inquadramento di un lavoratore subordinato si sviluppa in tre fasi successive, consistenti nell’accertamento in fatto delle attività lavorative in concreto svolte, nell’individuazione delle qualifiche e gradi previsti dal contratto collettivo di categoria e nel raffronto tra il risultato della prima indagine ed i testi della normativa contrattuale individuati nella seconda (v., tra molte, Cass. n. 26593 del 2018, Cass. n. 10961 del 2018, Cass. n. 8142 del 2018, Cass. n. 21329 del 2017);

e’ stato tuttavia precisato che l’osservanza dell’anzidetto criterio “trifasico” non richiede che il giudice si attenga pedissequamente alla rigida e formalizzata sequenza delle azioni fissate dallo schema procedimentale, essendo sufficiente che ciascuno dei momenti di accertamento, di ricognizione e di valutazione trovi ingresso nel ragionamento decisorio (Cass. n. 18943 del 2016; conf.: Cass. n. 9414 del 2018; Cass. n. 8142 del 2018);

alla stregua òdi tale principio, nella specie, la Corte territoriale non merita la censura che le viene mossa perché ha esaminato concretamente e in maniera compiuta le attività svolte dal lavoratore; ha fatto espresso riferimento alle declaratorie contrattuali dei livelli superiori, sia a quello originariamente rivendicato, sia a quello poi riconosciuto in sentenza, individuandone il tratto differenziale nel coordinamento svolto dal ricorrente di “un gruppo di sei o sette programmatori, dei quali era l’unico referente”; di talché, una volta che la Corte ha ritenuto accertato che le mansioni concretamente svolte dall’ A. erano riconducibili a quel superiore inquadramento così connotato, ha implicitamente – ma inequivocabilmente – ritenuto che le stesse fossero incompatibili con l’inquadramento inferiore assegnato dall’azienda, la quale neanche deduce che il terzo livello comportasse mansioni di coordinamento di un gruppo di lavoro;

3. con il terzo mezzo si denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 2697 c.c., in ordine alla prova del lavoro straordinario prestato dal dipendente”; si eccepisce che la prova dello straordinario nella specie sarebbe del tutto assente;

il motivo è inammissibile;

la violazione dell’art. 2697 c.c. è censurabile per cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne fosse onerata secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni e non invece laddove oggetto di censura sia la valutazione che il giudice abbia svolto delle prove proposte dalle parti (Cass. n. 15107 del 2013; Cass. n. 13395 del 2018), mentre nella specie parte ricorrente critica l’apprezzamento operato dai giudici del merito circa la prova dello straordinario, opponendo una diversa valutazione;

quanto poi al principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c., esso opera interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicché là. denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme, bensì un errore di fatto, che deve essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012 (tra le altre v. Cass. n. 23940 del 2017);

come di recente ribadito dalle Sezioni unite di questa Corte (cfr. Cass. SS.UU. n. 20867 del 2020), per dedurre la violazione dell’art. 115 c.p.c. è necessario denunciare che il giudice non abbia posto a fondamento della decisione le prove dedotte dalle parti, cioè abbia giudicato in contraddizione con la prescrizione della norma, il che significa che per realizzare la violazione deve avere giudicato o contraddicendo espressamente la regola di cui alla norma, cioè dichiarando di non doverla osservare, o contraddicendola implicitamente, cioè giudicando sulla base di prove non introdotte dalle parti e disposte invece di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio (mentre detta violazione non si può ravvisare nella mera circostanza che il giudice abbia valutato le prove proposte dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre); parimenti la pronuncia rammenta che la violazione dell’art. 116 c.p.c. è riscontrabile solo ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o, comunque, una risultanza probatoria, non abbia operato – in assenza di diversa indicazione normativa – secondo il suo “prudente apprezzamento”, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore, oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale), nonché, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia invece dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre, ove si dedu.ca che il giudice ha solamente male esercitato il suo prudente apprezzamento della prova, la censura era consentita ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo previgente ed ora solo in presenza dei gravissimi vizi motivazionali individuati da questa Corte fin da Cass. SS.UL. nn. 8053 e 8054 del 2014;

4. conclusivamente il ricorso deve essere respinto, con spese liquidate secondo soccombenza come da dispositivo in favore di A.I.;

non vi è da provvedere per le spese della parte intimata che non ha svolto attività difensiva;

occorre altresì dare atto della sussistenza dei presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, (Cass. SS.UU. n. 4315 del 2020).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese liquidate in complessivi Euro 3.000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, spese generali nella misura del 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 10 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2021

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