Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36383 del 24/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 24/11/2021, (ud. 08/06/2021, dep. 24/11/2021), n.36383

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2254-2020 proposto da:

G.C., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato CARMELO CINNIRELLA;

– ricorrente –

contro

INPS, – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati MANUELA MASSA,

PATRIZIA CIACCI, CLEMENTINA PULLI;

– controricorrente –

avverso l’ordinanza n. 18038/2019 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

di ROMA, depositata il 04/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’08/06/2021 dal Consigliere Relatore Dott. DANIELA

CALAFIORE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

G.C. ricorre per revocazione avverso l’ordinanza n. 18038 del 2019 della Corte di cassazione che ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dalla medesima parte avverso la sentenza della Corte d’appello di Catania che, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva riconosciuto il diritto all’indennità di accompagnamento con decorrenza successiva alla presentazione della domanda amministrativa;

il ricorrente ha depositato memoria;

resiste l’INPS con controricorso;

la proposta del relatore, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale non partecipata, è stata comunicata alle parti.

Diritto

CONSIDERATO

che:

ritiene il ricorrente, con motivo proposto ai sensi dell’art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, ed illustrato con la successiva memoria, che la decisione della Corte di cassazione sia “fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontrastabilmente esclusa dal confronto tra il testo della stessa e il ricorso introduttivo” ed in particolare che l’errore si sostanzi nell’aver affermato che il ricorrente avesse proposto “riconsiderazioni del quadro clinico e diagnostico già valutato in sede di merito”;

sostiene il ricorrente che la Corte di cassazione sia incorsa in errore di fatto nella lettura degli atti interni al suo giudizio dal momento che non si è avveduta che con il primo motivo di ricorso, relativo all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per “omessa considerazione dell’avvenuto accertamento del requisito sanitario già alla data della domanda giudiziale con conseguente contraddittorietà se non illogicità della motivazione”, non era stato contestato l’esito della c.t.u. ma bensì che la Corte territoriale, aderendo acriticamente alla medesima c.t.u., non avesse condiviso con il ricorrente non già la riconsiderazione del quadro clinico ma il giudizio sull’anticipazione degli effetti del riconoscimento del requisito sanitario sin dal 2 novembre 2005, come risultava dal verbale della commissione medica riferito alla domanda di “pensione di invalidità”;

il ricorso per revocazione deve ritenersi inammissibile in conformità con la giurisprudenza di questa Corte di legittimità che ha affermato il principio secondo il quale, in tema di revocazione delle sentenze della Corte di cassazione, la configurabilità dell’errore revocatorio presuppone un errore di fatto, che si configura ove la decisione sia fondata sull’affermazione di esistenza od inesistenza di un fatto che la realtà processuale induce ad escludere o ad affermare, non anche quando la decisione della Corte sia conseguenza di una pretesa errata valutazione od interpretazione delle risultanze processuali, essendo esclusa dall’area degli errori revocatori la sindacabilità di errori di giudizio formatisi sulla base di una valutazione (Cass. 20635/2017; Cass. 17179/2020);

nel caso di specie, il ricorrente pretende di configurare quale errore di fatto l’interpretazione del motivo del ricorso per cassazione con il quale si denunciava un vizio di motivazione della sentenza della Corte territoriale, scaturente dal non aver considerato quale documento dirimente il verbale della commissione medica del 2 novembre 2005;

tale rappresentazione della vicenda processuale è inammissibile sotto un doppio profilo;

innanzi tutto essa presuppone erroneamente che l’errore di fatto possa ravvisarsi non nel momento della percezione del contenuto del documento richiamato nel motivo nella sua realtà effettuale ma nella interpretazione complessiva del motivo stesso e ciò è in aperto contrasto con quanto affermato dalla giurisprudenza di questa Corte di legittimità (Cass. n. 3760 del 2018; n. 10466 del 2011) secondo la quale in tema di revocazione delle sentenze della Corte di Cassazione, configurabile solo nelle ipotesi in cui essa sia giudice del fatto ed incorra in errore meramente percettivo, non può ritenersi inficiata da errore di fatto la sentenza della quale si censuri la valutazione di uno dei motivi del ricorso ritenendo che sia stata espressa senza considerare le argomentazioni contenute nell’atto d’impugnazione, perché in tal caso è dedotta un’errata considerazione e interpretazione dell’oggetto di ricorso;

inoltre, il ricorso non si relaziona in alcun modo con l’effettivo contenuto dell’ordinanza di cui si chiede la revocazione;

essa, infatti, ha puntualmente riferito il contenuto del primo motivo di ricorso evidenziando che la parte aveva denunciato la mancata considerazione delle risultanze del verbale della Commissione medica del 2 novembre 2005, da cui, ad avviso della parte medesima, emergeva che le condizioni sanitarie poste a presupposto del beneficio oggetto di domanda erano già allora presenti;

alla luce di tale inequivoco contenuto, che è per l’appunto quello che si fa valere con il ricorso per revocazione, la Corte di cassazione (richiamando le proprie precedenti pronunce) ha fatto applicazione sia del principio secondo il quale, nelle controversie in materia di prestazioni previdenziali ed assistenziali derivanti da patologie dell’assicurato, in sede di legittimità le conclusioni del consulente tecnico d’ufficio sulle quali si fonda la sentenza impugnata possono essere contestate solo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, – nella misura in cui le censure contengano la denuncia di una documentata devianza dai canoni fondamentali della scienza medico legale o dai protocolli praticati per particolari assicurazioni sociali, che del principio relativo alla formulazione vigente dell’art. 360 c.p.c., citato n. 5 secondo il quale l’omesso esame deve riguardare un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti ed abbia carattere decisivo;

nel caso di specie, ha osservato la Corte di cassazione, il collegio peritale nominato dalla Corte d’appello aveva dato conto delle osservazioni di parte legate al contenuto del verbale del 2 novembre 2005 ed il ricorrente in cassazione non aveva denunciato quale fatto decisivo alcuna devianza dai canoni fondamentali della scienza medica;

da quanto sin qui esposto emerge con chiarezza l’inammissibilità del ricorso per revocazione giacché lo stesso non si conforma ai contenuti previsti dall’art. 391-bis c.p.c. e art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4; nulla va disposto sulle spese avendo il ricorrente rilasciato in sede di ricorso per cassazione la dichiarazione di cui all’art. 152 disp. att. c.p.c..

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma del citato D.P.R., ove dovuto, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 8 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2021

 

 

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