Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3636 del 10/02/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 10/02/2017, (ud. 24/11/2016, dep.10/02/2017),  n. 3636

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 19827-2010 proposto da:

F.S. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA DON MINZONI 9, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO

AFELTRA, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUIGI

ZEZZA, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del Presidente e

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA L.G. FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO

MARESCA, che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 477/2010 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 11/06/2010 R.G.N. 1196/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/11/2016 dal Consigliere Dott. BOGHETICH ELENA;

udito l’Avvocato SCANU CESIRA TERESINA per delega orale Avvocato

MARESCA ARTURO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO RITA che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con sentenza depositata l’1.6.2010 la Corte d’Appello di Milano riformava la pronuncia di prime cure che aveva dichiarato illegittimo il contratto di lavoro a termine stipulato tra F.S. e Poste Italiane spa, relativo al periodo (OMISSIS) e stipulato ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, con mansioni di addetto all’attività di smistamento presso il CMP Peschiera Borromeo.

2 La Corte distrettuale, per quel che qui rileva, a sostegno del decisum, rimarcava – avendo riguardo alla ricostruzione teleologica nonchè al tenore lessicale del D.Lgs. n. 368, art. 2, comma 1 bis, – la natura aggiuntiva (nel senso di tipizzata e speciale) di tale tipologia di contratti a termine, in quanto contratti acausali previsti per il settore dei servizi postali, legittimi in quanto rispettosi dei determinati limiti temporali e quantitativi ivi previsti.

3. Avverso la suddetta sentenza della Corte territoriale, il lavoratore ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi. La società intimata ha resistito con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il collegio ha autorizzato la redazione di motivazione semplificata come da decreto del Primo Presidente in data 14.09.2016.

2. Con il primo motivo parte ricorrente denuncia omessa pronuncia sulla “contraria/lacunosa/sanzionata attuazione della direttiva e attraverso il particolare iter previsto dal nostro ordinamento dalla 1.11/05” (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), avendo la Corte trascurato di pronunciarsi sul punto.

3. Con il secondo motivo parte ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 – bis, con riguardo all’art. 12 preleggi c.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) avendo, la Corte territoriale, trascurato di verificare se ricorrevano le “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo di cui al D.Lgs. n. 368, art. 1, requisiti oggettivi imprescindibili ai fini della legittimità del contratto, richiesti in concorso con i limiti dettati e del rispetto dei criteri dettati dall’art. 2, comma 1 – bis citato.

4. Con il terzo motivo parte ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1-bis, con riguardo alla direttiva 1999/70 CE (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) avendo, la Corte territoriale, trascurato di verificare se, in assenza di ragioni obiettive, ricorreva un abuso del contratto a termine.

5. Con il quarto motivo parte ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 – bis, (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) avendo, la Corte territoriale, soprasseduto di verificare il rispetto della clausola di contingentamento pari al 15% a fronte della documentazione prodotta dalla società Poste Italiane che indicava la media dei contratti a tempo determinato stipulati nell’anno 2006.

6. I primi tre motivi del ricorso, che possono essere trattati congiuntamente in quanto strettamente connessi, non sono fondati.

7. Questa Corte di legittimità ha recentemente affermato il seguente principio di diritto: “Le assunzioni a tempo determinato effettuate da imprese concessionarie di servizi nel settore delle poste, che presentino i requisiti specificati dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 – bis, non necessitano anche dell’indicazione delle ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo ai sensi dell’art. 1, comma 1 del medesimo decreto legislativo” (S.U. n. 11374/2016).

Invero, dalla lettura sistematica del D.Lgs. n. 368 del 2001 emerge che l’apposizione del termine è consentita in generale dall’indicazione delle causale di cui all’art. 1, mentre nello specifico settore del trasporto aereo e dei servizi aeroportuali l’apposizione del termine è consentita in presenza di altri specifici requisiti. Si tratta di due regole autonome, che operano in parallelo: nella generalità dei settori produttivi il contratto a tempo determinato è consentito se si indicano le ragioni di ordine produttivo, tecnico, organizzativo o sostitutivo della scelta; nel trasporto aereo è consentito in presenza di alcuni requisiti specificamente indicati dal legislatore.

Al pari del settore del trasporto aereo (che configura un’eccezione alla regola della necessità di indicare la causale dell’apposizione del termine), lo spazio in cui è consentita l’apposizione del termine senza necessità di specificare nel contratto le ragioni organizzative, produttive, tecniche o sostitutive, viene individuato delineando un settore (i servizi postali) e una serie di delimitazioni temporali e quantitative (periodo massimo complessivo di sei mesi, compresi tra aprile ed ottobre di ogni anno, e di quattro mesi per i periodi diversamente distribuiti; comunicazione alle organizzazioni sindacali provinciali e “percentuale non superiore al quindici per cento dell’organico aziendale, riferito al 1 gennaio dell’anno in cui le assunzioni si riferiscono”).

Quindi, se l’assunzione avviene nei settori su indicati e nel rispetto di tali limiti, non è necessario indicare in contratto, ai sensi dell’art. 1, le ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo che lo giustificano. La valutazione in ordine alla sussistenza della giustificazione è stata fatta ex ante dal legislatore.

La ricostruzione esegetica che propone la sommatoria dei requisiti previsti dall’art. 1, comma 1, con i limiti dettati dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, – invece che l’alternatività – contrasta con le ragioni testuali, teleologiche e sistematiche indicate, ed è già stata respinta sia dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 3309/2006), sia dalla Corte di giustizia dell’ Unione europea (11 novembre 2010, Vino c. Poste italiane.spa, C-20/10) sia dalla Corte costituzionale (sentenza n. 214 del 2009).

8. può essere ravvisata l’incompatibilità con l’accordo quadro recepito nella direttiva 1999/70 CE della normativa italiana che permette la stipulazione di più contratti a termine senza necessità di indicare le ragioni della scelta ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, ma in presenza dei soli presupposti richiesti dall’art. 2, commi 1 e 1 – bis. Invero, come hanno sottolineato le Sezioni Unite (sentenza n. 11374/2016), la Corte di giustizia ha reiteratamente precisato (Grande sezione, 4 luglio 2006, in proc. C-212/04, Adeneler c. Ellenikos Organismos Galaktos) che quella indicata dalla lett. a) del punto n. 1 della clausola 5 dell’accordo quadro (“ragioni obiettive per la giustificazione del rinnovo”) è una delle tre misure considerate idonee a prevenire gli abusi, che non devono essere tutte presenti in quanto è sufficiente che lo Stato membro ne adotti una. E con riferimento ai settori indicati nei commi 1 e 1 – bis dell’art. 2, il legislatore italiano – introducendo, con la L. n. 247 del 2007, l’art. 5, comma 4 – bis, del D.Lgs. 368 del 2001, il limite massimo dei 36 mesi, da calcolare “indipendentemente dai periodi di interruzione che intercorrono tra un contratto e l’altro” ed anche con riferimento ai contratti già stipulati – ha adottato la misura prevista dalla lett. b) (“durata massima totale dei contratti o rapporti a tempo determinato successivi”), in aggiunta peraltro ad altre restrizioni specifiche.

9. Infine, in ordine alla prospettata violazione della c.d. clausola di non regresso, la Corte di giustizia ha escluso espressamente che la modifica apportata dall’introduzione del comma 1 bis, possa “essere considerata collegata all’attuazione dell’accordo quadro”, posto che “… l’adozione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, mirava a consentire alle imprese operanti nel settore postale un certo grado di flessibilità allo scopo di garantire… un funzionamento efficace delle diverse operazioni postali rientranti nel servizio universale e, pertanto, perseguiva uno scopo distinto da quello consistente nel garantire l’attuazione dell’accordo quadro nell’ordinamento nazionale” (causa C-20110 Vino c. Poste Italiane S.p.A., cit., punti 32-49). Inoltre, nel caso in esame, l’esiguità della platea di lavoratori interessati – i dipendenti di aziende concessionarie di servizi postali – imporrebbe di escludere la violazione del divieto di reformatio in peius anche se l’introduzione della norma in questione fosse avvenuta in occasione o comunque correlata all’attuazione della Direttiva, non concretandosi, quindi, in una riduzione del “livello generale di tutela”, tale da riguardare “una porzione significativa dei lavoratori impiegati a tempo determinato nello Stato membro” (Corte di Giustizia, causa Angelidaki, 23 aprile 2009, nei procedimenti riuniti da C-378/07 a C-380/07; cfr. Cass. nn. 13221/2012, 16510/2015).

10. Il quarto motivo è inammissibile.

La censura relativa al campo di applicazione della clausola di contingentamento (“percentuale non superiore al 15 per cento dell’organico aziendale”) – da riferire a un numero determinato di assunzione a termine (e non ad una media statistica, come indicato nel prospetto depositato dalla società nel corso del giudizio di primo grado è questione non affrontata dalla sentenza impugnata, nè parte ricorrente indica in alcun modo se, con quale atto e in che termini la questione stessa sia stata sollevata in primo grado ed eventualmente riproposta in grado di appello. In particolare, la sentenza impugnata rileva che nella memoria di costituzione in primo grado della società risultava precisamente il numero dei contratti a tempo determinato stipulati e che il dato era dimostrato dalla documentazione contestualmente prodotta dalla medesima società, ove risultava il rispetto del limite relativo alla percentuale massima di assunzioni a termine previsto dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1-bis, con riferimento agli addetti al settore smistamento (sia con riguardo al CMP Peschiera Borromeo, sia con riguardo al livello regionale e nazionale), sottolineando che nessuna contestazione era stata mossa, sul punto, dal lavoratore in primo grado.

La censura è, pertanto, inammissibile a fronte della mancata specifica e tempestiva contestazione – alla prima occasione processuale utile – relativa alle modalità di redazione della documentazione (prospetto dell’organico) prodotto in primo grado dalla società ed all’ambito di valutazione della percentuale dettata dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis. Invero, come affermato da questa Corte (S.U. nn. 761/2002, 11353/2004, 8202/2005; Cass. n. 12636/2005), nel rito del lavoro si riscontra una indubbia circolarità tra oneri di allegazione, oneri di contestazione ed oneri di prova, con reciproco condizionamento, come è attestato dall’inammissibilità di contestazione tardiva dei fatti (al fine di delimitare immediatamente l’area dei fatti controversi) e dall’impossibilità di richiedere la prova oltre i termini preclusivi stabiliti dal codice di rito su fatti non allegati nonchè su circostanze che, pur configurandosi come presupposti del diritto azionati, non siano stati esplicitati in modo specifico nel ricorso introduttivo del giudizio o nella memoria di costituzione (onere gravante su entrambe le parti, per il principio di reciprocità fissato dal giudice delle leggi con la decisione n. 13/1977).

E’ stato altresì affermato che è preclusa alle parti la prospettazione di nuove questioni di diritto o nuovi temi di contestazione che postulino indagini ed accertamenti di fatto non compiuti dal giudice di merito, a meno che tali questioni o temi non abbiano formato oggetto di valutazione in primo grado e di gravame o di tempestiva e rituale contestazione nel giudizio di appello (v. Cass. nn. 9812/2002, 13819/1999).

8. In conclusione, il ricorso va rigettato. Le spese di lite sono compensate in considerazione del consolidarsi dell’orientamento giurisprudenziale in data successiva alla proposizione del ricorso.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 24 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2017

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