Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36358 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 23/11/2021, (ud. 27/10/2021, dep. 23/11/2021), n.36358

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 18896/2017 R.G. proposto da:

R.G., rappresentata e difesa dall’Avv. PIERO SANDULLI,

presso il cui studio in Roma, Via Fulcieri Paulucci de’ Calboli 9,

e’ elettivamente domiciliata;

– ricorrente –

contro

CORTE DEI CONTI, rappresentata e difesa dall’AVVOCATURA GENERALE

DELLO STATO, domiciliata in Roma, via dei Portoghesi 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 714/2017 della Corte d’Appello di Roma,

depositata il 30.5.2017, N. R.G. 4664/2013.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 27.10.2021

dal Consigliere Dott. Roberto Belle’.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. R.G. ha agito davanti al Tribunale di Roma esponendo di essere stata assunta come dirigente di 2 fascia presso la Corte dei Conti, con attribuzione dell’incarico, avente caratura dirigenziale non generale, di preposta, nell’ambito del Servizio di Supporto alla Sezione delle Autonomie, al Supporto della funzione di Referto al Parlamento e di avere tuttavia svolto, dopo il pensionamento del Dirigente Generale del Servizio di Supporto e quindi a far data dal 1 novembre 2008, le attività proprie di quest’ultimo, ovverosia di direzione generale e gestione della segreteria e di tutto il personale assegnato all’ufficio, di cui aveva assicurato la piena funzionalità e continuità operativa;

la ricorrente ha quindi rivendicato le differenze retributive tra le remunerazioni previste per il Direttore Generale, dirigente di 1 fascia, e le retribuzioni ad essa corrisposte quale dirigente di 2 fascia, ma la domanda, dapprima accolta dal Tribunale, è stata poi rigettata, in riforma della sentenza di primo grado, dalla Corte d’Appello di Roma;

2. la Corte territoriale riteneva che il riconoscimento del diritto retributivo riconnesso alla “superiore qualifica” non potesse che discendere dallo svolgimento in maniera prevalente delle “corrispondenti mansioni superiori”;

essa sosteneva quindi che la R., anche nel periodo interinale rispetto alla nomina del nuovo dirigente, avesse svolto funzioni, riguardanti il personale, che erano comunque “sue proprie”, espandendo l’area di intervento rispetto a tutto il personale, ma restando “principalmente impegnata” nello svolgimento del suo incarico di preposta alla funzione di Referto al Parlamento, senza contare che i compiti più estesi riguardanti il personale dell’intera Sezione non erano assimilabili a quelli di un dirigente di 1 fascia, le cui “funzioni peculiari di direzione, programmazione e indirizzo” investivano “atti e poteri più ampi di quelli prodotti ed esercitati” dalla ricorrente;

3. R.G. ha proposto ricorso per cassazione con due motivi, poi ulteriormente illustrati da memoria e resistiti da controricorso della P.A. datrice di lavoro.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. il primo motivo di ricorso denuncia (art. 360 c.p.c., n. 3) la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 16, 17 e 19, del decreto del segretario generale n. 163/2008 e del contratto di lavoro individuale; con esso si sostiene, rimarcando come il posto della R. non fosse una dirigenza generale, che i compiti svolti nel periodo in cui era mancato il dirigente di vertice della Sezione esulassero manifestamente e non fossero riconducibili a quelli previsti nel decreto di incarico ad essa conferito quale dirigente di 2 fascia;

il secondo motivo è rubricato come “errata ricostruzione del fatto” ed “errata percezione degli atti e dei documenti di causa”, di cui si afferma la riferibilità all’ipotesi di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5;

il motivo si incentra sull’assunto della ricorrente di avere svolto, nel periodo di circa cinque mesi e mezzo oggetto di causa, “tutte” le funzioni dirigenziali, ovverosia quelle di dirigenza generale e quelle di dirigenza di 2 fascia, negando in particolare di avere mai svolto prima di allora la gestione del personale di entrambe le articolazioni (Supporto alla Sezione Autonomie e Supporto alla funzione di Referto al Parlamento) e riepilogando le attività svolte al fine di assicurare un’ordinata continuità al servizio della Sezione nel suo insieme;

nel motivo si aggiunge poi come quanto affermato dalla Corte d’Appello di Roma, in ordine al contenuto dell’incarico proprio della R. quale dirigente di 2 fascia, trovasse smentita negli stessi documenti istitutivi del posto dirigenziale generale e di quello di 2 fascia, sicché era al primo posto che dovevano essere riferite le attività, assai più estese e rilevanti, che i giudici di secondo grado avevano ritenuto riguardare l’incarico originario attribuito alla ricorrente, così palesandosi l’esistenza di un errore macroscopico nella percezione dei documenti di causa:

infine, la R. sostiene che sarebbe del tutto incoerente ed illogico che, a fronte della copiosa documentazione prodotta, la Corte territoriale avesse preferito attribuire valore dirimente alla Relazione del Segretario Generale della Corte dei Conti e quindi ad un documento ricognitivo proveniente dallo stesso datore di lavoro, il tutto senza alcuna specifica motivazione giustificativa;

2. i due motivi, stante la loro concatenazione logica, possono essere esaminati congiuntamente;

2.1 la ricostruzione del fatto svolta dalla sentenza impugnata non è ritualmente attinta da una censura, quale è quella di cui al secondo motivo, formulata nei termini della “errata percezione degli atti e dei documenti di causa” (così la rubrica), in quanto se ciò si traduce in un errore su elementi di fatto presupposti e non controversi in causa, il rimedio è la revocazione e non l’impugnazione per cassazione, sicché il richiamo all’art. 360 c.p.c., n. 5 è mal posto;

l’art. 360 c.p.c., n. 5, del resto, riguarda l’ipotesi dell’omesso esame di uno o più fatti, la cui considerazione sarebbe decisiva nel sovvertire gli esiti del giudizio, ma il motivo non è così formulato, in quanto esso, già in altra parte della rubrica, richiama una asserita “errata ricostruzione del fatto” e si sviluppa poi, a parte quanto già detto rispetto ai presunti errori percettivi, in una complessiva critica delle motivazioni fattuali addotte nella sentenza impugnata, propugnando una diversa ricostruzione degli esiti istruttori che ha la consistenza propria di una diversa soluzione di merito, certamente estranea al giudizio di legittimità (Cass., S.U., 27 dicembre 2019, n. 34476; Cass., S.U., 25 ottobre 2013, n. 24148);

ciò è quanto accade allorquando la ricorrente, richiamando quanto “già ampiamente allegato e documentato nel corso del primo grado del giudizio”, ricostruisce quella che a suo dire sarebbe stata l’attività svolta o raffronta dati del decreto istitutivo della posizione dirigenziale generale attribuita alla dirigente poi collocata a riposo con quelli del decreto riguardante il proprio incarico, fino poi a criticare il valore dirimente attribuito alla relazione del Segretario Generale della Corte dei Conti;

deve infatti ulteriormente rammentarsi che, secondo un principio ormai del tutto consolidato a partire da Cass., S.U., 7 aprile 2014, n. 8054, è “denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione”, sicché la fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, impone che “il ricorrente” indichi “il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie”;

il (secondo) motivo di ricorso non è coerente con siffatti assetti e tale impostazione irrituale è poi ripresa ulteriormente dalla memoria conclusiva, alla quale peraltro non si possono affidare contenuti integrativi delle critiche impugnatorie (Cass. 28 novembre 2018, n. 30760; Cass. 23 agosto 2011, n. 17603) e che comunque si connota anch’essa, essenzialmente, come generale difesa sui fatti oggetto della controversia;

3. ciò posto, si può rilevare in diritto come, rispetto alla sostituzione di un dirigente collocato su un piano gerarchico superiore, il c.c.n.l. di Area (art. 61 CCNL normativo 2002 – 2005 economico 2002 – 2003 Dirigenza Area 1) regoli l’ipotesi della “reggenza”, che si ha tuttavia quando l’intera responsabilità dell’ufficio, per un dato periodo di tempo, sia attribuita ad altro personale, anche eventualmente di diversa fascia dirigenziale;

tuttavia, nel caso di specie, l’accertamento fattuale della Corte territoriale, come detto destinato a resistere alle censure ad esso mosse con il secondo motivo, è nel senso che l’estensione dei compiti della R. determinatasi dopo il pensionamento del dirigente generale, non fu tale da comportare un reale subentro nella piena responsabilità dell’ufficio;

la mancanza di un tale subentro pieno è resa evidente dal fatto che – si riporta l’esito dell’accertamento della Corte di merito – erano mancate le “funzioni peculiari di direzione, programmazione e indirizzo che investono poteri più ampi di quelli prodotti ed esercitati dall’odierna appellata”;

3.1 al di là del caso della reggenza, il principio che governa la remunerazione dirigenziale è quello dell’onnicomprensività, sancito dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 24, comma 3;

né, data l’unicità del ruolo, si può discutere di mansioni superiori D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 52e tanto meno ex art. 2103 c.c. (Cass. 4 gennaio 2019, n. 91; Cass. 22 febbraio 2017, n. 4621);

non è dunque un qualsiasi svolgimento di attività aggiuntive rispetto al proprio incarico e già proprie di altro dirigente a giustificare, a meno che la contrattazione collettiva non lo preveda, il riconoscimento di differenze retributive;

e’ invece necessario che, quanto di aggiuntivo sia attribuito, comporti dal punto di vista qualitativo, quantitativo e temporale (v., seppure in un diverso contesto, Cass. 15 gennaio 2018, n. 752) – il trasmodare dell’incarico originariamente attribuito in una prestazione radicalmente diversa e destinata, in assenza di regolare formalizzazione nei termini di un nuovo accordo, a far prevalere, rispetto alla regola della onnicomprensività, anche ai sensi e per gli effetti dell’art. 2126 c.c., l’attività in concreto svolta, ove rispetto a questa siano in ipotesi previsti maggiori erogazioni retributive;

tuttavia, non è ciò quanto risulta accertato dalla Corte territoriale giacché, al di là del profilo temporale che concerne solo cinque mesi e mezzo (v. ricorso per cassazione, pag. 17), nella sentenza impugnata l’attività riguardante il personale viene definita come riguardante funzioni proprie della R.;

tali funzioni erano pacificamente quelle attribuite ab origine alla ricorrente, per quanto riguarda il governo degli addetti al Supporto alla funzione di Referto al Parlamento; ciò, secondo la Corte di merito, non ha comportato un mutamento qualitativo quando, in assenza del dirigente generale, analoghe attività sono state svolte anche rispetto al restante personale del Servizio di Supporto, avendo piuttosto ciò l’effetto di “espandere la sua area di intervento”, senza poi investire quelle diverse funzioni già menzionate e proprie del dirigente generale;

in ciò l’argomentare della Corte di merito è coerente e non in contrasto lo si dice con riferimento al primo motivo di ricorso – con i compiti riguardanti il personale, anche al fine di coadiuvare il dirigente generale, di cui all’incarico attribuito alla R.;

la sentenza di appello contiene poi l’espresso giudizio (pag. 4, prima parte), in sé non implausibile nel contesto della ricostruzione fattuale quale operata dalla Corte di merito, in ordine all’impossibilità di affermare che lo svolgimento di funzioni quantitativamente diverse sia stato tale da determinare una prevalenza rispetto al persistente svolgimento dei compiti propri della lavoratrice;

resta in definitiva complessivamente escluso che ricorrano i presupposti di un trasmodare, qualitativo, quantitativo e temporale delle funzioni svolte dagli originari compiti, fino al punto di dover considerare l’attività come riguardante un diverso (e, in ipotesi, meglio remunerato) incarico, sicché correttamente la Corte territoriale ha ritenuto che il lavoro svolto in quel limitato periodo non si collocasse al di fuori di quanto ricompreso nei margini, inevitabilmente muniti di una certa elasticità, del principio di onnicomprensività;

4. il ricorso va dunque complessivamente disatteso e ciò comporta la regolazione secondo soccombenza delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore della controparte delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.500,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 27 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA