Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36355 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 23/11/2021, (ud. 12/11/2021, dep. 23/11/2021), n.36355

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 36850-2019 proposto da:

D.A., elettivamente domiciliato in Roma, Via Lungotevere

Dei Mellini 24, presso lo studio dell’avvocato Giovanni Giacobbe,

che lo rappresenta e difende giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

S.A., rappresentato e difeso dall’avvocato Walter Mangano

giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 429/2019 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 05/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

12/11/2021 dal Consigliere Dott. CRISCUOLO MAURO;

Lette le memorie delle parti.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Il Tribunale di Patti, con la sentenza n. 410 del 2012, rigettava l’opposizione proposta da S.A. avverso il decreto ingiuntivo emesso dallo stesso Tribunale in favore dell’avvocato D.A., avente ad oggetto il pagamento dei compensi per l’attività professionale giudiziale svolta in favore dell’opponente, in due diversi giudizi.

Avverso tale sentenza proponeva appello lo S. e la Corte d’appello di Messina, con la sentenza n. 429 del 5 giugno 2019, in parziale riforma della decisione gravata, ha revocato il decreto opposto, condannando l’appellato alla restituzione delle somme incassate per effetto della provvisoria esecuzione della sentenza di primo grado, con la condanna dell’avv. D. alla restituzione della somma di Euro 7.949,82, oltre interessi legali.

I giudizi di appello ritenevano che la questione fondamentale ai fini della decisione fosse quella di stabilire il contenuto e la validità di due scritture private intervenute tra le parti con le quali avevano inteso disciplinare il diritto ai compensi del professionista.

Quanto alla prima scrittura, concernente la causa intentata dallo S. nei confronti del Banco di Sicilia, la Corte distrettuale riteneva che la medesima prevedesse che, se la causa in appello fosse stata definita in senso negativo per lo S., l’avv. D. fosse tenuto a restituire la somma di Euro 15.393.000, già incassata per le spese del giudizio di primo grado, mentre in caso di esito vittorioso dell’appello, al D. sarebbero spettate le sole spese in misura pari a quelle liquidate dal giudice.

Tale pattuizione, pur se poco ortodossa sul piano della formulazione letterale e giuridica e contenente alcune imprecisioni grammaticali, era però in ogni caso vincolante, essendo una valida espressione dell’autonomia contrattuale.

Il suo contenuto, che nella sostanza rendeva gratuita l’attività professionale svolta dal D., in caso di esito infausto della causa in grado di appello (essendosi previsto che in tal caso sarebbe stata restituita anche la somma già versata dallo S. per le competenze del primo grado), non incorreva nel divieto del patto di quota lite, essendo infatti volta a sancire la gratuità della prestazione per il caso di soccombenza dello S..

Per l’effetto, il D. non poteva pretendere alcun compenso (atteso il verificarsi dell’evento che le parti avevano previsto come idoneo a determinare la gratuità della prestazione), e doveva restituire le somme già versategli per il primo grado.

In relazione, invece, alla diversa scrittura volta a disciplinare i compensi per la causa intentata contro il M., la stessa era effettivamente idonea a dare vita ad un patto di quota lite, vietato dalla legge, atteso che si prevedeva che il D. avrebbe potuto trattenere, in caso di vittoria, ogni somma eccedente l’importo di Lire 9.000.000.

La nullità della clausola era rilevabile d’ufficio e comportava che non potendosi fare riferimento alla detta scrittura per determinare le spettanze dell’appellato, risultava corretta la determinazione dei compensi come operata, quanto a questa causa, nel decreto ingiuntivo opposto.

Quanto, infine, alla causa in primo grado contro il Banco di Sicilia, a riprova dell’effettivo pagamento da parte dello S. vi era una fattura emessa dallo stesso D., fattura che non risultava provato fosse stata emessa solo pro forma, e che quindi legittimava la richiesta restitutoria dell’appellante.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso D.A. sulla base di tre motivi, illustrati da memorie.

S.A. resiste con controricorso, ed ha depositato memorie in prossimità dell’udienza.

Il primo motivo di ricorso denuncia la nullità del provvedimento impugnato per la violazione dell’art. 132 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Si deduce che la Corte d’Appello pur avendo stigmatizzato l’ortodossia della regolamentazione contrattuale afferente alla controversia intentata contro il Banco di Sicilia, ha tuttavia escluso che la pattuizione fosse in contrasto con il divieto del patto di quota lite.

Sussiste una profonda ed insanabile contraddizione della motivazione in quanto si è ritenuta la pattuizione vincolante sebbene poco ortodossa.

Inoltre, la sentenza si sarebbe appiattita sulle deduzioni della controparte, senza dare contezza delle diverse tesi difensive proposte dal ricorrente.

Il secondo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1321,1362 e ss. 2233 c.c., poiché nell’interpretare la scrittura privata regolante i rapporti patrimoniali relativi alla causa intentata contro il Banco di Sicilia, ha escluso la nullità di tale pattuizione, corredando tale conclusione con una motivazione perplessa, collegata alla valutazione di scarsa ortodossia del testo negoziale.

La soluzione, inoltre, sarebbe sganciata dal tenore letterale delle espressioni utilizzate dalle parti, il quale invece deporrebbe nel senso che, in caso di esito favorevole dell’appello, al ricorrente sarebbero spettate, oltre le somme già versate per il primo grado, anche quelle liquidate dal giudice di appello.

L’erronea interpretazione del giudice di appello determina quindi anche la violazione della previsione di cui all’art. 2233 c.c., comma 3.

Il terzo motivo di ricorso denuncia l’insufficiente e/o contraddittoria motivazione su di un fatto decisivo per il giudizio nella parte in cui la Corte d’Appello ha escluso che la scrittura relativa al contenzioso con il Banco di Sicilia concretasse un non consentito patto di quota lite.

I tre motivi, che per la loro connessione possono essere congiuntamente esaminati, sono inammissibili.

In primo luogo, deve essere rilevata l’inammissibilità del terzo motivo che denuncia il vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, sulla base della previgente formulazione della norma in esame, non più applicabile ratione temporis, trattandosi di ricorso avverso sentenza di appello pronunciata in data successiva al 12 settembre 2012.

Del pari è inammissibile la deduzione di nullità della sentenza per la pretesa violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4.

Preme rilevare che, proprio a seguito della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., ed al fine di chiarire la corretta esegesi della novella, sono intervenute le Sezioni Unite della Corte che con la sentenza del 7 aprile 2014 n. 8053, hanno ribadito che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione, ed è solo in tali ristretti limiti che può essere denunziata la violazione di legge, sotto il profilo della violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4.

Nella fattispecie, atteso il tenore della sentenza impugnata, deve escludersi che ricorra un’ipotesi di anomalia motivazionale riconducibile ad una delle fattispecie che, come sopra esposto, in base alla novella consentono alla Corte di sindacare la motivazione.

Il giudizio di ridotta ortodossia della scrittura privata investita dai motivi di ricorso, lungi dal riferirsi alla violazione di regole deontologiche o giuridiche, concerne più specificamente la povertà del suo contenuto lessicale e la presenza di una scarsa cura per le regole della grammatica, ma correttamente la Corte, al fine di dare attuazione anche al principio di conservazione degli atti giuridici, ha ritenuto di dover comunque procedere alla sua interpretazione, con una motivazione connotata da logicità e coerenza, che esclude che ricorrano le anomalie che, ai sensi della giurisprudenza di questa Corte, possono condurre alla nullità della decisione medesima.

La soluzione dei giudici di appello, ancorché coincidente con quella suggerita dalla difesa dell’appellante, è nel senso che la scrittura intendesse assicurare al D. in caso di esito vittorioso della causa in appello, oltre al diritto a trattenere la somma già incassata per la difesa prestata in primo grado, anche le competenze per l’appello, in misura corrispondente a quanto liquidato in sede giudiziale, prevedendosi però per il caso di esito infausto, che la prestazione sarebbe stata nella sostanza gratuita, in quanto nulla sarebbe stato percepito per l’appello ed anzi si prevedeva l’obbligo di restituzione anche di quanto già incassato.

Una volta esclusa un’ipotesi di nullità della sentenza per carenza di motivazione, correttamente, alla luce dell’esito interpretativo cui è pervenuto il giudice di appello, è stata esclusa la ricorrenza di un patto di quota lite, essendosi invece addivenuti alla soluzione circa la conclusione di un accordo volto a sancire (per il caso di soccombenza in appello) la gratuità della prestazione professionale, risultato questo non vietato dalla legge (cfr. sul punto Cass. n. 26212/2019; Cass. n. 6449/1988).

Ne’, una volta esclusa la dedotta violazione dell’art. 2233 c.c., risulta validamente censurata la violazione delle norme in tema di interpretazione dei contratti, in quanto, pur tenendo conto del non ineccepibile stesura del contratto, non può tuttavia negarsi che nel testo esaminato sia contenuta una volontà di regolare i rapporti patrimoniali tra cliente e professionista (rientrando quindi la manifestazione di volontà nell’ambito di applicazione di cui all’art. 1321 c.c.), occorrendo ricordare che l’interpretazione di un atto negoziale è tipico accertamento in fatto riservato al giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità, se non nell’ipotesi di violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale, di cui all’art. 1362 c.c., e ss., o di motivazione inadeguata (ovverosia, non idonea a consentire la ricostruzione dell’iter logico seguito per giungere alla decisione). Sicché, per far valere una violazione sotto il primo profilo, occorre non solo fare puntuale riferimento alle regole legali d’interpretazione (mediante specifica indicazione dei canoni asseritamente violati ed ai principi in esse contenuti), ma altresì precisare in qual modo e con quali considerazioni il giudice del merito se ne sia discostato; con l’ulteriore conseguenza dell’inammissibilità del motivo di ricorso che si fondi sull’asserita violazione delle norme ermeneutiche o del vizio di motivazione e si risolva, in realtà, nella proposta di una interpretazione diversa (Cass. 26 ottobre 2007, n. 22536). D’altra parte, per sottrarsi al sindacato di legittimità, quella data dal giudice del merito al contratto non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili e plausibili interpretazioni (tra le altre: Cass. 12 luglio 2007, n. 15604; Cass. 22 febbraio 2007, n. 4178). Ne consegue che non può trovare ingresso in sede di legittimità la critica della ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca esclusivamente nella prospettazione di una diversa valutazione degli stessi elementi già dallo stesso esaminati; sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l’altra (Cass. 7500/2007; 24539/2009).

E’ pertanto inammissibile il ricorso, come quello in esame, che ambisca a conseguire una differente determinazione della portata di una clausola contrattuale, senza adeguatamente evidenziare l’assoluta implausibilità della diversa interpretazione raggiunta dal giudice di merito.

Il ricorso deve quindi essere dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

Dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del presente giudizio che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% sui compensi ed accessori di legge;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato per il ricorso principale a norma degli stessi artt. 1-bis e 13, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 12 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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