Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3635 del 10/02/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 10/02/2017, (ud. 22/11/2016, dep.10/02/2017),  n. 3635

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLE TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – rel. Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17313-2014 proposto da:

POLICLINICO DI MONZA CASA DI CURA PRIVATA S.P.A. C.F. (OMISSIS), in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIALE G. MAZZINI 146, presso lo studio

dell’avvocato EZIO SPAZIANI TESTA, che la rappresenta e difende

unitamente agli avvocati VINCENZO LAMASTRA, DANIELE RAITERI, giusta

delega in atti;

– ricorrente –

contro

A.M.O. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA ENNIO QUIRINO VISCONTI 20, presso lo studio dell’avvocato

MARIO ANTONINI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato

GIULIANO GIUGGIOLI, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1371/2013 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 27/12/2013 R.G.N. 1067/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/11/2016 dal Consigliere Dott. BALESTRIERI FEDERICO;

udito l’Avvocato SPAZIANI TESTA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI RENATO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 10.5.2013 il Tribunale di Novara respingeva il ricorso presentato da A.M.O., infermiere professionale presso il Policlinico di Monza – Casa di Cura privata s.p.a., diretto alla declaratoria di illegittimità del licenziamento disciplinare intimatogli per giusta causa il 19.2.2009 (per aver svolto contemporaneamente, senza sovrapposizione oraria, le stesse mansioni presso altro datore di lavoro), con le conseguenze di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18.

Avverso la sentenza, non notificata, ha proposto appello A.M.O., chiedendone l’integrale riforma, con accoglimento della domanda contenuta nel ricorso introduttivo, segnatamente chiedendo dichiararsi l’illegittimità del licenziamento e comunque annullarlo in quanto intimato in violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, e comunque sprovvisto di giusta causa e/o giustificato motivo, con conseguente reintegra nel posto di lavoro e condanna della controparte al risarcimento del danno.

Si costituiva il Policlinico di Monza, chiedendo il rigetto del gravame.

Con sentenza depositata il 27 dicembre 2013, la Corte d’appello di Torino, in accoglimento del gravame, annullava il licenziamento intimato, con ordine di reintegra dell’ A. nel suo posto di lavoro, oltre al risarcimento del danno L. n. 300 del 1970, ex art. 18, detratto l’eventuale “aliunde perceptum”.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso il Policlinico Monza, affidato a cinque motivi, poi illustrati con memoria.

Resiste l’ A. con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo ed il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 345 c.p.c., comma 2, e art. 437 c.p.c., comma 2, con conseguente violazione degli artt. 99, 101 e 112 c.p.c., oltre alla violazione dell’art. 412 c.p.c..

Lamenta in sostanza che la sentenza impugnata pose a base della decisione una questione nuova, non dedotta dal ricorrente in primo grado e non esaminata dal Tribunale, consistente nella proposta (formulata in sede di tentativo obbligatorio di conciliazione) di riassunzione (con effetti ex nunc) che proverebbe l’inesistenza della lesione irreparabile e definitiva del vincolo fiduciario. Lamenta ancora che l’art. 412 c.p.c., comma 4, prevede quale unico effetto del verbale negativo di conciliazione, la possibilità di tenerne conto ai fini della regolamentazione delle spese.

I motivi, da trattarsi congiuntamente stante la loro connessione, sono infondati posto che la decisione impugnata, nonostante alcune locuzioni (“assorbente”, et similia), non risulta fondarsi solo sul contenuto della proposta conciliativa, bensì sull’assenza di illiceità della condotta contestata (pag. 16 sentenza), ed inoltre sulla palese disparità del trattamento sanzionatorio adottato nei confronti del ricorrente e di molti altri suoi colleghi, che continuarono, al pari dell’ A., a lavorare per strutture terze anche dopo la lettera di contestazione di addebito e non ricevettero alcuna sanzione disciplinare. Deve peraltro considerarsi che la sentenza impugnata ha esposto che la circostanza in questione (proposta conciliativa di riassunzione) era contenuta nel capitolo 16 della memoria di costituzione della società in primo grado, mentre la società non smentisce la circostanza, nè allega nel presente giudizio la detta memoria ex art. 416 c.p.c. (cfr. sul punto Cass. sez. un. n. 22.5.12 n. 8077).

2. – Con il terzo motivo la società ricorrente denuncia la violazione dell’art. 2119 c.c. e dell’art. 41 del c.c.n.l. di categoria.

Evidenzia che la sentenza impugnata ritenne illegittimo il licenziamento sulla base della circostanza che analoghi comportamenti, posti in essere da colleghi dell’ A., non furono sanzionati, laddove l’art. 2119 c.c. e l’art. 41 del c.c.n.l. imponevano di valutare la gravità della condotta addebitata al lavoratore, a prescindere da valutazioni comparative.

Il motivo è infondato.

Deve innanzitutto rimarcarsi che se è vero che ai fini della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento, qualora risulti accertato che l’inadempimento del lavoratore è tale da compromettere irrimediabilmente il rapporto fiduciario, è irrilevante (a differenza di quanto sostenuto dalla ricorrente invocando risalente giurisprudenza) che analoga inadempienza, commessa da altro dipendente, sia stata diversamente valutata dal datore di lavoro, e tuttavia tale identità di situazioni può privare il provvedimento espulsivo della sua base giustificativa (Cass. n. 5546 del 08/03/2010, Cass. n. 10550 del 07/05/2013).

Occorre poi osservare che il citato art. 41 del c.c.n.l. prevede, come riportato dalla stessa ricorrente (e come sottolineato dalla sentenza impugnata), il licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo “per lo svolgimento di attività continuativa privata o comunque per conto terzi, con esclusione dei rapporti a tempo parziale, sempre che si configuri un notevole inadempimento” degli obblighi contrattuali, conseguendone che la norma collettiva sanziona col licenziamento non il semplice svolgimento di attività lavorativa (evidentemente compatibile dal punto di vista orario, come accertato dalla sentenza impugnata, e ritenuto dal c.c.n.l. non illegittimo) in favore di terzi, ma solo quando tale attività si configuri come un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali. Al riguardo la corte di merito ha evidenziato che nessun addebito era stato contestato in precedenza al lavoratore, ed in particolare nessun inadempimento degli obblighi contrattuali in relazione all’attività svolta presso terzi, nè che tale attività aveva creato disservizi o comunque un inesatto adempimento della prestazione lavorativa.

4. – Col quarto motivo la ricorrente denuncia l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di contestazione tra le parti, con riferimento, ancorchè non specifico, alla presunta tolleranza da parte dell’azienda nei confronti della diffusa prassi di molti suoi infermieri svolgenti attività (fuori dall’orario di lavoro) per aziende terze, circostanza che ritiene non veritiera e non provata.

Il motivo, esplicitamente denunciante un vizio motivo, è inammissibile in base al nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Il nuovo testo del n. 5) dell’art. 360 c.p.c., introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). L’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sè vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie. La parte ricorrente dovrà indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) e all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), – il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui ne risulti l’esistenza, il “come” e il “quando” (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, e la “decisività” del fatto stesso” (Cass. sez. un. 22 settembre 2014 n. 19881).

Il ricorso non rispetta il dettato di cui al novellato dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, limitandosi in sostanza a richiedere un mero ed inammissibile riesame delle circostanze di causa, ampiamente valutate dalla Corte di merito, segnatamente con riguardo alla tolleranza dell’azienda nei confronti di numerosi altri dipendenti svolgenti al pari dell’ A. attività lavorativa (fuori dell’orario di lavoro) per aziende terze.

5.- Con il quinto motivo la ricorrente denuncia la violazione degli artt. 2104 e 2105 c.c., in relazione agli artt. 1175 e 1375 c.c., dell’art. 41 del c.c.n.l. e del D.Lgs. n. 66 del 2003, artt. 4, 7, 9 e 13.

Lamenta che i comportamenti del lavoratore, pure estranei all’attività lavorativa, possono legittimare il licenziamento quando per la loro gravità incrinino il vincolo fiduciario tra le parti.

Nella specie tale comportamento violava le norme citate in rubrica (quanto agli obblighi di diligenza e fedeltà, quanto al rispetto delle norma legali in tema di orario di lavoro).

Il motivo è inammissibile.

Deve infatti considerarsi che in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa. Cass. 16 luglio 2010 n. 16698; Cass. 26 marzo 2010 n. 7394.

E’ evidente che nella specie il ricorrente lamenta una erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, ed in sostanza un vizio motivo in ordine all’apprezzamento di circostanze di fatto e loro valutazione rimessi all’apprezzamento del giudice di merito (quanto alla proporzionalità della sanzione cfr. Cass. n. 8293/12, Cass. n. 144/08, Cass. n. 21965/07, Cass. n. 24349/06; quanto alla gravità dell’inadempimento, cfr. Cass. n. 1788/11, Cass. n. 7948/11), inammissibile alla luce del citato nuovo art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

5. – Il ricorso deve essere pertanto rigettato.

Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 100,00 per esborsi, Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e c.p.a. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 22 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2017

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