Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36348 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 23/11/2021, (ud. 12/11/2021, dep. 23/11/2021), n.36348

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 21437/2020 R.G., proposto da:

D.R., rappresentato e difeso in proprio ai sensi dell’art.

86 c.p.c., con domicilio eletto in Roma, Via Giulia 66;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE RISCOSSIONE, in persona del legale

rappresentante p.t., rappresentata e difesa dall’Avvocatura generale

dello Stato, con domicilio ex lege in Roma, alla Via dei Portoghesi

n. 12;

– controricorrente –

e

ROMA CAPITALE, in persona del Sindaco p.t.;

– intimata –

avverso la sentenza del tribunale di Roma n. 6781/2020, pubblicata in

data 30.4.2020;

Udita la relazione svolta nella Camera di Consiglio del giorno

12.11.2021 dal Consigliere Fortunato Giuseppe.

 

Fatto

RAGIONI IN FATTO IN DIRITTO DELLA DECISIONE

1. Il Tribunale di Roma ha respinto l’appello proposto dall’avv. D.R. e ha confermato la sentenza con cui il giudice di pace capitolino, pronunciando sull’opposizione a cartelle di pagamento ed estratti di ruolo relative a sanzioni stradali, aveva annullato gli atti impugnati, respingendo tuttavia la domanda di restituzione degli importi versati dal ricorrente per ottenere la cancellazione delle ipoteche e di risarcimento del danno provocato dalle iscrizioni.

Per quanto qui rileva, il giudice di secondo grado ha ritenuto ininfluente il giuramento decisorio proposto dall’avv. D., rilevando che gli importi pagati dall’appellante non coincidevano con quelli rappresentati dalle cartelle di pagamento annullate in giudizio. Più in particolare, si legge nella pronuncia che le quattro cartelle di pagamento oggetto di opposizione non erano neppure riferibili alle ipoteche iscritte sugli immobili, restando esclusa la ripetibilità di somme non riguardanti le vicende di causa ed essendo infondata anche la domanda di risarcimento del danno lamentato dal ricorrente.

La cassazione della sentenza è chiesta da D.R. con ricorso in cinque motivi, illustrati con memoria. L’Agenzia delle Entrate Riscossione resiste con controricorso. Roma Capitale è rimasta intimata.

Su proposta del relatore, secondo cui il ricorso, in quanto manifestamente fondato, poteva esser definito ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5, il Presidente ha fissato l’adunanza in Camera di Consiglio.

2. Il primo motivo deduce la violazione dell’art. 233 c.p.c. e dell’art. 2736 c.c., lamentando che il Tribunale abbia illegittimamente respinto la richiesta di giuramento decisorio, ritenendo che i fatti da provare (il pagamento degli importi chiesti in restituzione) fossero smentiti dai documenti già acquisiti, in violazione del principio secondo cui il giuramento deve essere ammesso a prescindere dagli elementi già acquisiti in istruttoria, essendo la prova legale destinata a prevalere su ogni altra risultanza processuale.

Il motivo è inammissibile, non confrontandosi con la ratio decidendi della pronuncia.

Il Tribunale ha chiaramente evidenziato che il D. aveva agito per la ripetizione di somma anticipate per la cancellazione delle ipoteche riferibili ai crediti oggetto di talune cartelle di pagamento, ma ha rilevato che dette iscrizioni – effettuate prima dell’emissione delle cartelle – non riguardavano le cartelle che erano state oggetto di opposizione e che anche gli importi pagati per ottenere la cancellazione delle ipoteche riguardavano – in sostanza – debiti diversi da quelli dedotti in giudizio, reputando – in sostanza – che il giuramento non fosse decisivo.

Il principio espresso dal costante orientamento di questa Corte (secondo cui il giudice del merito deve sempre ammettere il giuramento decisorio, sia esso “de scientia” o “de veritate”, e, in particolare, anche quando dalla confessione giudiziale o stragiudiziale o da altra prova privilegiata, già risulti provata una situazione di fatto contraria a quella che con il giuramento si intende provare) non è invocato in modo pertinente, non avendone il Tribunale negato l’ammissione alla luce di quanto emerso dalle altre prove acquisite al processo, ma avendo legittimamente operato uno scrutinio di rilevanza e decisività del giuramento stesso, senz’altro ammissibile anche ove la parte formuli istanza di prova legale (Cass. 1022/1985; Cass. 4149/1974).

3. Il secondo motivo denuncia la violazione degli artt. 83,91,182 c.p.c., sostenendo che l’Agenzia delle Entrate Riscossione si era costituita in giudizio senza depositare la procura notarile conferita al funzionario delegato e senza che risultasse che il delegante del difensore avesse il potere di nominare il difensore.

Il motivo è infondato.

L’esame della procura speciale datata 1.2.2016, prodotta in giudizio consente di stabilire che all’avv. Pullano, responsabile dell’Unità operativa contenzioso regionale del Lazio, era stato esplicitamente conferito – sul piano formale – il potere di nominare un avvocato del libero foro. Non trattasi – quindi – di procura conferita dal funzionario delegato a rappresentare l’amministrazione nel giudizio di opposizione, ma di mandato ad litem emesso dal responsabile della struttura amministrativa competente per la materia oggetto di causa.

4. Il terzo motivo denuncia la violazione degli artt. 183 e 112 c.p.c., dell’art. 132c.p.c., n. 4, dell’art. 323 c.p.c. e dell’art. 2059 c.c., l’omesso esame di un fatto decisivo e vizio di motivazione, lamentando che il tribunale nulla abbia statuito sulla domanda di risarcimento del danno non patrimoniale derivante dall’illegittima iscrizione a ruolo delle sanzioni.

Il motivo è infondato.

Si è già detto che il Tribunale ha esplicitamente negato (cfr. pag. 3 della sentenza) il risarcimento del danno per l’impossibilità di riferire le cartelle impugnate alle ipoteche iscritte sui beni del ricorrente, con pronuncia esplicita negativa che, essendo basata sulla ritenuta insussistenza dell’illecito dannoso, appare riferibile a tutte le conseguenze dannose – patrimoniali o non patrimoniali della condotta dell’amministrazione, il che esclude la violazione dell’art. 112 c.p.c..

5. Il quarto motivo denuncia la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., sostenendo che l’Agenzia delle entrate non aveva affatto negato l’effettuazione dei pagamenti delle somme di cui alle cartelle, avendo invece affermato che detti versamenti – volti ad ottenere la cancellazione delle ipoteche – non si riferissero alle cartelle impugnate. Quindi, respingendo la richiesta di restituzione, il Tribunale avrebbe illegittimamente disatteso il principio di non contestazione.

Il motivo è per più aspetti inammissibile.

La sentenza non ha affatto negato l’effettuazione dei pagamenti, ma ha ritenuto che essi non fossero riferibili alle cartelle impugnate (cfr. sentenza, pag. 3), non essendovi corrispondenza con gli importi ivi riportati. Anche in tal caso il principio di non contestazione appare, perciò, invocato in modo non pertinente rispetto all’effettivo contenuto della decisione.

In ogni caso, la pronuncia di appello è integralmente confermativa di quella di primo grado, senza che il ricorso specifichi se la violazione denunciata fosse stata oggetto dei motivi di gravame.

La censura è – sul punto – priva di specificità e pertanto inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c., dovendo considerarsi che la sentenza impugnata non fa – invero – alcuna menzione delle questioni sollevate, tardivamente, solo in questa sede di legittimità.

6. Il quinto motivo denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c., dell’art. 132c.p.c., n. 4 e dell’art. 96 c.p.c., sostenendo che il tribunale abbia omesso di pronunciare sulla richiesta di risarcimento del danno per responsabilità processuale aggravata.

Il motivo è infondato poiché la pronuncia, pur annullando le cartelle, ha chiaramente evidenziato l’infondatezza di tutte le ragioni risarcitorie dedotte in giudizio, senza alcuna esclusione.

Peraltro, essendo state respinte sia le richieste risarcitorie che quelle restitutorie (cfr. sentenza pag. 3), non si configuravano i presupposti richiesti dall’art. 96 c.p.c.: solo l’accoglimento integrale delle domande poteva dar luogo alla responsabilità processuale contemplata dalla disposizione (Cass. 12177/2000; Cass. 3035/2001; Cass. 24158/2017; Cass. 7409/216; Cass. 21590/2009).

Il ricorso è respinto, con aggravio delle spese liquidate in dispositivo.

Si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

respinge il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali in favore dell’Agenzia delle entrate riscossione, liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 900,00 per compenso, oltre ad iva, c.p.a. e rimborso forfettario delle spese generali, in misura del 15%.

Dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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