Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36345 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. I, 23/11/2021, (ud. 16/11/2021, dep. 23/11/2021), n.36345

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – rel. Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 7706/2015 r.g. proposto da:

D.I.P. – DIFFUSIONE ITALIANA PREZIOSI S.P.A., con sede in (OMISSIS),

in persona del suo legale rappresentante pro tempore, rappresentata

e difesa, giusta procura speciale apposta in calce al ricorso, dagli

Avvocati Luigi Manzi, e Susanna Rizzieri, con i quali elettivamente

domicilia presso lo studio del primo in Roma, alla via Federico

Confalonieri n. 5.

– ricorrente-

contro

FALLIMENTO (OMISSIS) S.N.C.;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE DI CATANIA datato 22/01/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/11/2021 dal Consigliere Dott. Eduardo Campese.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La D.I.P. – Diffusione Italiana Preziosi s.p.a. (d’ora in avanti, breviter, D.I.P. s.p.a.) propose opposizione L. Fall., ex art. 98, al fine di ottenere l’ammissione al passivo del fallimento “(OMISSIS) s.n.c.” (per il prosieguo, più semplicemente, Fallimento) – dichiarato dal Tribunale di Catania con sentenza n. 161/2012 – dell’intera somma di Euro 104.690,90, per le causali tutte ivi descritte ed in chirografo. Riferì, tra l’altro, che il giudice delegato aveva disposto l’insinuazione solo parziale del proprio credito, limitatamente all’importo di Euro 17.043,00, oltre I.V.A. ed interessi al tasso legale, per canoni di affitto di azienda maturati nei primi nove mesi dell’anno 2011, come da contratto registrato il 24 febbraio 2000, mentre l’aveva respinta per il residuo afferente le spese condominiali (ritenute non dimostrate), il maggior canone di affitto (non adeguatamente provato, per essere le allegate fatture atti unilaterali e per l’inopponibilità alla massa del prodotto decreto ingiuntivo, dichiarato esecutivo solo nei confronti dei soci illimitatamente responsabili, non anche della società) e le spese di giustizia successive all’ingiunzione predetta.

1.1. Con decreto del 22 gennaio 2015, l’adito Tribunale di Catania, nella contumacia del Fallimento, accolse parzialmente l’opposizione, ammettendo la D.I.P. s.r.l. al passivo della procedura concorsuale predetta, in via chirografaria, per l’ulteriore importo di Euro 16.153,34, oltre interessi legali dalla maturazione alla data fallimento, riguardante i canoni di affitto scaduti e non pagati relativi al primo, secondo e terzo trimestre 2010, quantificati come previsto dalla clausola n. 4 del corrispondente contratto.

2. Contro il menzionato decreto la D.I.P. s.p.a. ha promosso ricorso per cassazione, affidandosi a quattro motivi, ulteriormente illustrati da memoria ex art. 380-bis.1 c.p.c.. Il fallimento è rimasto solo intimato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Rileva preliminarmente il Collegio che la D.I.P. s.p.a. ha depositato una copia autentica, ma incompleta, del decreto impugnato.

1.1. E’ noto che l’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, prescrive che “insieme al ricorso debbono essere depositati, sempre a pena di improcedibilità,… copia autentica della sentenza o della decisione impugnata…”. Nella specie, viceversa, contravvenendo al dettato della norma, la copia del decreto predetto che risulta depositata all’atto dell’iscrizione a ruolo del ricorso e contestualmente al deposito di questo, è formata da cinque sole facciate sulle otto di cui lo stesso risulta essere composto: mancano, in particolare, la pagina 3, ragionevolmente recante una parte dello svolgimento del processo, nonché le pagine 5 e 6, contenenti una parte significativa della motivazione, delle quali, dunque, non è dato conoscere l’effettivo contenuto.

1.2. Tale vizio non risulta emendabile in ossequio all’insegnamento che fa salva la procedibilità del ricorso allorché, mancando la copia del provvedimento prodotto di alcune pagine, sia possibile ricostruirne in maniera sufficiente il contenuto, ove altra sua copia autentica, riproducente il testo integrale della decisione, risulti contenuta nel fascicolo d’ufficio, ovvero sia stata prodotta dal resistente (cfr. Cass. n. 8764 del 2003), non ricorrendo nella specie la dedotta circostanza sanante. Da un lato, infatti, nel fascicolo di ufficio, tutte le copie (autentica ed informali) del medesimo decreto risultano parimenti incomplete, come da verifica effettuata dal Collegio; dall’altro, il Fallimento è rimasto solo intimato.

1.3. Va osservato, inoltre, che le pagine mancanti del menzionato provvedimento nemmeno risultano integralmente riprodotte nel ricorso della D.I.P. s.p.a., la quale alcunché ha riferito, in proposito, nella parte in fatto del proprio atto, mentre, in quella dedicata ai motivi, si è limitata, nella formulazione del primo di essi, a riportare solo alcuni asseriti passaggi motivazionali di quel decreto, estratti dalle pagine 4 (peraltro già presente nella copia del provvedimento depositato, di cui il Collegio può verificare la conformità), 5 e 6 (queste ultime due in nessun modo verificabili da questa Corte).

1.4. Fermo quanto precede, deve rimarcarsi che la prescrizione del deposito della copia autentica della decisione impugnata concerne il provvedimento nella sua interezza e non può formalmente ritenersi adempiuta quando ne viene depositata una manchevole di una o più pagine.

1.4.1. Tuttavia, al deposito di una copia incompleta della pronuncia impugnata non sempre deve conseguire indefettibilmente l’improcedibilità dell’intero ricorso per cassazione. Invero, nella giurisprudenza di legittimità si rinviene un consolidato indirizzo interpretativo, che questo Collegio condivide, a tenore del quale ove l’incompletezza della copia autentica della decisione prodotta non impedisca lo scrutinio di tutto il ricorso, ma solo di taluni motivi, il ricorso stesso non può essere dichiarato totalmente improcedibile (cfr. sostanzialmente in tal senso, anche nelle rispettive motivazioni, Cass. n. 14347 del 2020; Cass. n. 14426 del 2018; Cass., SU, n. 19675 del 2016; Cass. n. 14207 del 2015; Cass. n. 1012 del 2015; Cass. n. 28460 del 2013): ciò in chiara applicazione del principio della idoneità dell’atto al raggiungimento dello scopo, di cui dell’art. 156 c.p.c., comma 3, che consente di ritenere, se del caso, che l’incompletezza della copia della decisione possa essere irrilevante ai fini dello scrutinio di alcuni motivi del ricorso.

1.4.2. Infatti, allorquando in relazione ad un atto è previsto un adempimento formale a pena di improcedibilità, è consentito applicare il principio, proprio del sistema delle nullità, della idoneità dell’atto, carente del requisito formale, al raggiungimento dello scopo suo proprio nonostante la carenza predetta, purché tale idoneità emerga sempre all’interno dell’atto di cui trattasi e, dunque, senza dover ricorrere ad atti o comportamenti aliunde, ed inoltre, e soprattutto, purché risulti rispettato il limite temporale entro il quale l’adempimento doveva effettuarsi a pena di improcedibilità (cfr. Cass., SU, n. 19675 del 2016).

1.5. Alla stregua delle considerazioni tutte finora esposte, allora, l’odierna impugnazione della D.I.P. s.p.a. può essere scrutinata nella sola misura in cui i motivi da essa formulati investano parti del decreto del tribunale catanese la cui motivazione risulti per intero nella pur incompleta copia di esso tempestivamente prodotta.

2. Tanto premesso, la congruenza e la fondatezza, o non, dei primi due motivi di ricorso articolati dalla menzionata società – rubricati, rispettivamente, “violazione o falsa degli artt. 647,145 e 156 c.p.c.: il tribunale, pur in assenza di una disposizione in rinnovazione della notifica da parte del giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo, ha ritenuto di escludere che lo stesso sia divenuto definitivo nei confronti della società” e “violazione o falsa applicazione della L. Fall., art. 147: omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio. Il decreto impugnato non tiene conto del fatto che il fallimento della società in nome collettivo si estende ai soci illimitatamente responsabili” – non risultano minimamente scrutinabili, restando precluso ogni accesso cognitivo alle corrispondenti ragioni del decisum, sul punto, del tribunale etneo a cagione della descritta incompletezza della prodotta copia autentica del decreto impugnato.

2.1. Basta rilevare, in proposito, che gli ultimi due periodi della sua pagina 4 (“Secondo il consolidato orientamento della Suprema Corte, il decreto ingiuntivo passato in giudicato in data anteriore alla dichiarazione di fallimento, per mancata tempestiva opposizione o perché l’opponente non si è costituito, costituisce titolo per l’ammissione allo stato passivo. Non opera, nel caso in cui ciò si verifichi, il principio dell’inefficacia dei decreti ingiuntivi nei confronti della massa, applicabile solo a quelli non definitivi perché..”) terminano con una frase tronca che lascia chiaramente intendere un prosieguo esplicativo del concetto ivi esposto che certamente non si ricollega – sia sotto il profilo logico che sotto quello sintattico – al primo periodo della sua pagina 7 (“Quanto ai primi, sia sufficiente considerare che la DIP ha prodotto solo fatture e documenti di trasporto non sottoscritti, restando pertanto indimostrata l’effettuazione della suddetta consegna”), ma che, ragionevolmente, era contenuto nelle sue pagine 5 e 6, assenti, però, nella copia autentica del decreto impugnato oggi prodotta dalla D.I.P. s.p.a..

3. Il terzo motivo di ricorso, rubricato “violazione o falsa applicazione della clausola n. 4 del contratto di affitto di ramo di azienda – mancata ammissione al passivo della somma relativa ai canoni di affitto del 2010 nella misura indicata nel decreto ingiuntivo n. 989/2011 e comunque errata applicazione della predetta clausola n. 4”, almeno nella sua prima parte (cfr. pag. 15, in cui si invoca nuovamente l’asserita opponibilità del decreto ingiuntivo n. 989/2011 del Tribunale di Catania al Fallimento oggi intimato), è parimenti non scrutinabile per le stesse ragioni esposte in relazione ai primi due.

3.1. La doglianza esposta nella sua seconda parte, invece, può essere esaminata da questa Corte perché avente ad oggetto il decisum del tribunale esposto nel passaggio motivazionale del decreto impugnato concernente la quantificazione dei canoni di affitto scaduti e non pagati per il primo, secondo e terzo trimestre 2010, rinvenibile integralmente anche nella incompleta copia prodotta di quest’ultimo.

3.2. Essa ascrive al giudice di merito l’avvenuta quantificazione in modo non corretto dell’importo dei canoni suddetti (pur ammettendoli al passivo) per effetto di un’errata applicazione della clausola n. 4 del contratto di affitto di ramo di azienda intercorso tra la D.I.P. s.p.a. (concedente) e la ditta individuale Z.G., poi ceduto, con l’accordo dei contraenti originari, alla “(OMISSIS)”, poi divenuta “(OMISSIS) s.n.c.”.

3.2.1. In particolare, la ricorrente, dopo aver riportato la motivazione del tribunale sul punto (“…l’opposizione proposta può trovare parziale accoglimento tenuto conto di quanto risultante dal contratto di affitto di ramo d’azienda in atti, potendo riconoscersi il diritto della DIP alla corresponsione dei canoni scaduti e non pagati con riferimento al I, II, III trimestre 2010, canoni da determinarsi nella misura di cui alla clausola 4 in Euro 13.556,99 (3/4 di Euro 18.075,99 – pari a Lire 35.000.000 – a titolo di canone annuo minimo), che rivalutata annualmente a partire dal gennaio 2001 in funzione del 100% della variazione dell’indice del costo della vita (l’indice di riferimento utilizzato è il F.O.I., indice del costo della vita per famiglie di operai ed impiegati, elaborato mensilmente dall’Istat: indice decorrenza 114,3, indice scadenza 136,2, coefficiente di raccordo 1, indice della rivalutazione 1,19160105) alla data del previsto adempimento, risulta pari a Euro 16.153,34..”. Cfr. pag. 7-8 del decreto impugnato): i) ha riprodotto la clausola n. 4 del menzionato contratto, che è del seguente tenore: “Il canone di affitto di azienda è formato da due tranches: la prima è costituita dei canoni addebitati alla concedente dalla Indis s.r.l. (7% sul volume di affari annuo, con un minimo di Lit. 35.000.000 (trentacinquemilioni) + IVA annuali); la seconda tranche è calcolata in Lire 9.000.000 + iva annuali. In caso di prosecuzione del presente contratto, il canone dell’anno precedente verrà automaticamente, e senza dovere di richiesta, aggiornato annualmente in funzione del 100% della variazione dell’indice del costo della vita calcolato dall’ISTAT su base nazionale per le famiglie di operai e impiegati nei dodici mesi precedenti, assumendo come base dipartenza l’indice riferito al mese di decorrenza del presente contratto”; ha dedotto che “…anche a voler concedere che Dip non abbia fornito la prova del volume di affari annuo di (OMISSIS) che consentirebbe di chiedere un canone pari al 7% del volume di affari medesimo -, il Tribunale di Catania non ha tenuto conto che oltre ai 3/4 del canone minimo annuale, pari a Lire 35.000.000,00 ed Euro 18.075,99, va comunque aggiunta la somma pari ai 3/4 di Lire 9.000.000,00 annuali (i.e. Euro 4.648,11), ovvero Euro 3.486,08. Ne consegue che la rivalutazione ISTAT avrebbe comunque dovuto essere calcolata su Euro 17.043,07 (i.e. 13556,99+3.486,08) e non su Euro 13.556,99. Infine, il Tribunale di Catania ha dimenticato che alle somme sopra indicate deve aggiungersi l’IVA” (cfr. pag. 16 del ricorso).

3.3. Questa censura si rivela meritevole di accoglimento atteso che, effettivamente, come emerge dal riportato passo motivazionale del decreto impugnato, il tribunale etneo, nel procedere alla quantificazione dei canoni di affitto di ramo di azienda riguardanti il primo, secondo e terzo trimestre 2010, ha tenuto conto solo della quota (3/4) sulla prima delle due tranches componenti il canone in questione (calcolato sul minimo volume di affari comunque garantito di Lire 35.000.000+iva), omettendo, invece, completamente la considerazione della seconda (l’analoga quota percentuale dovuta sull’ulteriore importo di Lire 9.000.000+iva annuali).

4. Il quarto motivo di ricorso, recante “violazione o falsa applicazione della clausola n. 4 del contratto di affitto di ramo di azienda – errata applicazione di tale clausola con riferimento ai canoni dei primi tre trimestri 2011”, ascrive al tribunale di aver “fatto proprio quanto disposto dal Giudice Delegato, il quale, con riferimento ai canoni di locazione relativi ai primi tre trimestri del 2011, ha ammesso il credito di Dip nella misura di “Euro 17.043,00 oltre iva e interessi al tasso legale…(…). Emerge, tuttavia, dall’esame della clausola n. 4 (…), che il Giudice Delegato e il Tribunale di Catania non hanno applicato, come avrebbero invece dovuto, la rivalutazione ISTAT”.

4.1. La doglianza si rivela in parte inammissibile ed in parte infondata.

4.2. E’ inammissibile laddove censura l’operato del giudice delegato con riguardo alla quantificazione dei canoni relativi ai primi tre trimestri del 2011, senza che risulti dal decreto impugnato, almeno dalle pagina della copia di esso oggi prodotta, che analoga censura fosse stata specificamente mossa dalla D.I.P. s.p.a. nel proprio ricorso L. Fall., ex art. 98 (palesemente insufficiente, sul punto, si rivela l’affermazione della società secondo cui “…tale circostanza è stata evidenziata a pagina 16 del ricorso in opposizione del decreto che ha reso esecutivo lo stato passivo (cfr. doc. 3), dove è stato integralmente riportato il contenuto della predetta clausola 4 ed evidenziato che gli importi richiesti da Dip sono stati determinati “rivalutando gli importi previsti nel contratto secondo l’indice del costo calcolato dall’Istat su base nazionale per le famiglie di operai ed impiegati” pubblicato mensilmente sulla Gazzetta Ufficiale della repubblica Italiana””. Cfr. pag. 17-18 del ricorso); è infondata, invece, nella parte residua, perché il tribunale, diversamente da quanto assunto dalla ricorrente, ha proceduto a calcolare anche la rivalutazione, secondo la ivi richiamata disposizione contrattuale, dell’ulteriore importo ammesso al passivo a titolo di canoni concernenti il primo, il secondo ed il terzo trimestre 2010.

4.2.1. E’ evidente, peraltro, che l’accoglimento, nei limiti di cui si è detto, del precedente terzo motivo, comporterà che il giudice di rinvio dovrà calcolare la rivalutazione suddetto sul nuovo importo del canone da determinarsi secondo la corretta applicazione della corrispondente clausola contrattuale.

5. L’istanza di correzione di errore materiale formulata alle pagine 18-19 del ricorso può considerarsi assorbita.

6. In definitiva, l’odierno ricorso, parzialmente improcedibile in relazione ai motivi primo, secondo e terzo, prima parte, deve essere accolto, nei limiti già descritti, con riguardo alla sola residua parte del suo terzo motivo, respingendosene il quarto. Il decreto impugnato, pertanto, deve essere cassato con rinvio della causa al Tribunale di Catania, in diversa composizione collegiale, per il corrispondente nuovo esame e la regolamentazione delle spese di questo giudizio di legittimità.

PQM

La Corte dichiara parzialmente improcedibile l’odierno ricorso in relazione ai suoi motivi primo, secondo e terzo, prima parte. Ne accoglie la residua parte del terzo motivo e ne respinge il quarto.

Cassa il decreto impugnato in relazione alla censura accolta e rinvia la causa al Tribunale di Catania, in diversa composizione, per il corrispondente nuovo esame e la regolamentazione delle spese di questo giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 16 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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