Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36343 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 23/11/2021, (ud. 12/11/2021, dep. 23/11/2021), n.36343

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34165-2019 proposto da:

D.C., quale difensore di sé stesso;

– ricorrente –

contro

M.V., rappresentata e difesa dagli avvocati Zanetti

Massimo e Calabrese Claudio giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3427/2019 del TRIBUNALE di MILANO, depositata

l’08/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/11/2021 dal Consigliere Dott. CRISCUOLO MAURO.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Il Giudice di Pace di Milano, con la sentenza n. 3599 del 16 marzo 2015, accoglieva l’opposizione proposta da M.V. avverso il decreto ingiuntivo, recante la condanna al pagamento della somma di Euro 1.400,00 in favore dell’avv. D.C..

Il Tribunale di Milano, con la sentenza n. 3427 dell’8 aprile 2019, ha rigettato l’appello del D. con la condanna altresì al risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c..

Dopo avere rilevato che l’unica parte legittimata era l’avv. D., non essendo l’associazione professionale, della quale era partecipe l’appellante, parte del giudizio di primo grado, il Tribunale disattendeva l’eccezione di nullità della sentenza di primo grado, atteso che risultava documentata la regolare notifica dell’atto di opposizione a decreto ingiuntivo.

Passando al merito, osservava che non poteva ritenersi fondata la pretesa dell’appellante, in quanto la transazione posta a fondamento della domanda monitoria, lungi dal prevedere l’immediato impegno della M. a corrispondere la somma di Euro 1.400,00 a definizione dei rapporti esistenti tra le parti, in realtà poneva tale pagamento come condizione di efficacia della stessa transazione.

Ne derivava che, non avendo la M. inteso provvedere nel termine previsto al versamento della detta somma, la transazione non aveva efficacia tra le parti, sicché essendo ancora in contestazione i rapporti di dare e di avere tra le parti, scaturenti dai pregressi incarichi professionali conferiti dall’opponente all’opposto, quest’ultimo non aveva titolo per pretendere l’immediato pagamento della detta somma.

Ne’ poteva reputarsi che la M. avesse in tal modo riconosciuto il debito nei confronti del D., stante la situazione di incertezza sulla quale è destinata ad innestarsi una transazione e mancando un’esplicita affermazione ricognitiva del diritto in capo all’appellante.

D’altronde, con l’opposizione la M. aveva fermamente contestato le ragioni di credito vantate dalla controparte ed aveva introdotto un separato giudizio al fine di conseguire la risoluzione per inadempimento dei precedenti contratti d’opera professionale conclusi con la controparte, con il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno.

Alcuna valenza aveva poi il richiamo all’art. 2113 c.c., in quanto si era al di fuori di un rapporto di lavoro subordinato ed essendo ancor più a monte carente una transazione da impugnare.

In assenza di prova da parte dell’appellante del diritto a ricevere la detta somma, doveva quindi essere confermata la sentenza impugnata.

Quanto al motivo con il quale si sosteneva l’erroneità della statuizione del giudice di pace che aveva escluso la provvisoria esecutorietà del decreto opposto, il Tribunale lo riteneva privo di rilevanza, stante l’intervenuta revoca del decreto a seguito dell’accoglimento dell’opposizione.

Del pari era destituita di fondamento la dedotta violazione degli artt. 2033 e 2041 c.c., in quanto la condanna del D. alla restituzione delle somme incassate per effetto della provvisoria esecutorietà del decreto ingiuntivo, si poneva come conseguenza immediata della revoca del decreto a seguito dell’accoglimento dell’opposizione.

Il Tribunale disattendeva altresì la richiesta dell’appellante di ordinare la cancellazione di espressioni sconvenienti ed offensive ex art. 88 c.p.c., posto che quelle individuate come tali dal D. rientravano nella normale dialettica processuale e non presentavano carattere di offensività.

Inoltre, alcuna condotta contraria ai doveri di lealtà processuale poteva essere imputata all’opponente, essendo escluso che costituisca una scorrettezza la prosecuzione del giudizio nella contumacia della controparte.

Infine, atteso il tenore delle difese dell’appellante, che aveva insistito sull’eccezione di difetto di notifica dell’atto di opposizione, a fronte della dimostrata regolarità della stessa, allegando altresì infondate accuse di slealtà processuale alla controparte, era legittima la condanna del D. ex art. 96 c.p.c. per danno da lite temeraria.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso D.C. sulla base di tre motivi.

M.V. resiste con controricorso.

Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 112,287 e 156 c.p.c. quanto all’omessa decisione di un motivo di appello, nonché l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, con motivazione omessa ovvero apparente.

Si deduce che il decreto ingiuntivo era stato emesso con clausola di provvisoria esecutorietà, ma che il giudice di pace nel redigere di pugno l’avvertimento all’ingiunta non aveva dato atto di tale esecutorietà. Non poteva reputarsi che fosse un mero errore materiale e ne era stata quindi denunciata la ricorrenza, senza che il Tribunale si fosse pronunciato al riguardo.

Va rilevata in limine l’inammissibilità del presente motivo, come degli altri due proposti, nella parte in cui denunciano il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, attesa l’applicabilità alla fattispecie della previsione di cui all’art. 348-ter c.p.c., u.c., avendo la sentenza del Tribunale deciso la controversia sulla base delle medesime ragioni inerenti alle questioni di fatto, poste a fondamento della decisione di primo grado.

Il motivo è altresì inammissibile in quanto non si confronta con la decisione impugnata.

Il Tribunale, nel confermare la sentenza del giudice di pace di revoca del decreto opposto, con il rigetto integrale della pretesa del ricorrente, ha rilevato al punto C) che il motivo di appello era ormai privo di qualsiasi rilievo afferendo ad una statuizione ormai definitivamente superata per il contenuto della decisione di rigetto della domanda.

Va quindi escluso che ricorra un’ipotesi di omessa pronuncia avendo il Tribunale fornito una risposta al motivo di appello, sia pure nel senso della sua assoluta superfluità, non spiegando più alcuna rilevanza ai fini della decisione stabilire se il decreto ingiuntivo fosse o meno munito di provvisoria esecutività ovvero se ed in che modo avesse potuto incidere l’erronea indicazione derivante dall’aggiunta di pugno del giudice di pace che aveva emesso il decreto opposto.

In effetti, la revoca del decreto ed il riconoscimento in sentenza dell’assenza di qualsivoglia pretesa creditoria del D., assorbe ogni questione inerente alla corretta formulazione del decreto quanto alla sua provvisoria esecutorietà, ma di tale argomentata motivazione il ricorrente non mostra di avere contezza, sicché l’assenza di pertinenza della censura rispetto alla ratio della decisione gravata, determina l’inammissibilità del mezzo di impugnazione.

Il secondo motivo denuncia la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1965 e 1976 quanto alla piena validità ed efficacia della scrittura transattiva posta a fondamento della domanda monitoria.

Si insiste sul fatto che con l’atto in questione al ricorrente fosse stato riconosciuto un diritto di credito incondizionato, come peraltro confermato dalla circostanza che la M. aveva provveduto al pagamento della somma in data anteriore alla prima udienza dinanzi al giudice di pace.

Anche tale motivo è inammissibile.

In primo luogo, difetta evidentemente di specificità ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in quanto pur denunciando una erronea interpretazione della portata dell’atto transattivo intervenuto tra le parti, omette di riportarne in ricorso il contenuto, omettendo altresì di specificare ove tale documento sia attualmente reperibile all’interno della propria produzione, venendo meno quindi al dovere di fornire quanto meno la collocazione topografica dell’atto sul quale si incentra la censura.

Va poi ricordato come costituisca principio di diritto del tutto consolidato presso questa Corte di legittimità quello secondo il quale, con riguardo all’interpretazione del contenuto di una convenzione negoziale adottata dal giudice di merito, l’invocato sindacato di legittimità non può investire il risultato interpretativo in sé, che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati appunto a quel giudice, ma deve appuntarsi esclusivamente sul (mancato) rispetto dei canoni normativi di interpretazione dettati dal legislatore agli artt. 1362 c.c. e ss., e sulla (in)coerenza e (il)logicità della motivazione addotta (cosi, tra le tante, Cass., Sez. 3, 10 febbraio 2015, n. 2465): l’indagine ermeneutica, e’, in fatto, riservata esclusivamente al giudice di merito, e può essere censurata in sede di legittimità solo per inadeguatezza della motivazione o per violazione delle relative regole di interpretazione (vizi entrambi impredicabili con riguardo alla sentenza oggi impugnata), con la conseguenza che non può trovare ingresso la critica della ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca nella prospettazione di una diversa valutazione ricostruttiva degli stessi elementi di fatto esaminati dal giudice a quo.

Il giudice di appello, con ampia ed argomentata motivazione, ha illustrato le ragioni in base alle quali il pagamento della somma oggetto di ricorso monitorio da parte del D. costituiva in realtà una condizione di efficacia della stessa transazione, sicché non avendo la M. inteso provvedere a tale pagamento nel termine previsto, la stessa era destinata a rimanere priva di efficacia, venendo quindi meno anche la ragione giustificativa della pretesa monitoria.

Il ricorrente, senza nemmeno peritarsi di denunciare una violazione delle regole di interpretazione dei contratti, e senza nemmeno prospettare, alla luce delle medesime regole, una assoluta implausibilità della conclusione del Tribunale quanto alla corretta individuazione delle volontà negoziali, si limita semplicemente ad insistere sulla portata asseritamente vincolante della transazione, invocando a tal fine il pagamento della somma da parte della M., senza avvedersi che già il Tribunale aveva sottolineato come tale adempimento non potesse reputarsi spontaneo, bensì coartato dalla incipiente iniziativa esecutiva dell’opposto.

Il motivo va quindi dichiarato inammissibile.

Il terzo motivo di ricorso denuncia la violazione degli art. 89,91 e 96 c.p.c., nonché del D.M. n. 55 del 2014, con omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, con motivazione apparente o perplessa.

Si lamenta che non sia stata ravvisata la mala fede nella condotta processuale della M., insistendo ancora una volta per l’esistenza di un vizio della notifica dell’atto di opposizione.

Si richiama il fatto che la M. abbia inutilmente coltivato il giudizio di primo grado senza avvertirlo della sua pendenza, provvedendo anche ad intraprendere un autonomo giudizio per la risoluzione dei contratti d’opera professionali conclusi negli anni passati.

Del pari deve ritenersi erronea la valutazione quanto alla mancata cancellazione delle espressioni sconvenienti ed offensive.

Inoltre, la determinazione delle spese di lite è del tutto illegittima, in quanto superiore al valore della causa senza alcun riferimento alle attività effettivamente svolte.

Il motivo è inammissibile.

Il Tribunale, con motivazione logica e coerente, ha ritenuto che la condotta della M. fosse del tutto incensurabile sul piano del rispetto delle regole di lealtà processuale, essendo priva di fondatezza la deduzione secondo cui, una volta avvenuta la notifica, ed in assenza di costituzione dell’opposto, l’opponente avrebbe dovuto nuovamente avvisare il ricorrente della volontà di proseguire il giudizio.

Occorre a tal fine ribadire che l’apprezzamento del giudice di merito sul carattere sconveniente od offensivo delle espressioni contenute nelle difese delle parti e sulla loro estraneità all’oggetto della lite, nonché l’emanazione o meno dell’ordine di cancellazione delle medesime, a norma dell’art. 89 c.p.c., integrano esercizio di potere discrezionale non censurabile in sede di legittimità (cfr. da ultimo Cass. n. 14364/2018) e che del pari investono valutazioni riservate al giudice di merito le censure quanto al giudizio espresso in merito alla correttezza processuale della condotta dell’opponente, non trovando le critiche del ricorrente riscontro nelle più basilari regole di deontologia forense (non può infatti pretendersi, una volta effettuata la notifica dell’atto introduttivo del giudizio, che al contumace sia dato avviso della volontà di proseguire il giudizio, né può pretendersi di sindacare il fatto che la M. non abbia inteso chiedere l’interrogatorio formale del D.).

Del pari inammissibile è la deduzione quanto alla violazione dell’art. 96 c.p.c..

Questa Corte ha reiteratamente affermato che (Cass. n. 3032/1978) ai fini della condanna per responsabilità aggravata, ex art. 96 c.p.c., non occorre necessariamente la consapevolezza del proprio torto al momento della proposizione della domanda da parte dell’attore (ipotesi, peraltro, prevista dal citato articolo con l’espresso riferimento alla “mala fede”), ma è sufficiente la “colpa grave”, la quale si concreta nel mancato doveroso impiego di quella diligenza, che consenta di avvertire facilmente l’ingiustizia della propria domanda. L’accertamento di tale “colpa grave”, implicando un apprezzamento di mero fatto, è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato.

Trattasi di principio ribadito anche di recente da Cass. n. 19298/2016 a mente della quale l’accertamento dei requisiti costituiti dall’aver agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, ovvero dal difetto della normale prudenza, implica un apprezzamento di fatto non censurabile in sede di legittimità, salvo – per i ricorsi proposti avverso sentenze depositate prima dell’11.9.2012 – il controllo di sufficienza della motivazione.

Il Tribunale, con argomentata e logica motivazione, ha evidenziato le ragioni in base alle quali l’appello era da reputarsi idoneo a fondare la responsabilità ex art. 96 c.p.c., in quanto aveva insistito nel sostenere la mancanza di una valida notifica dell’atto di opposizione, anche a fronte della dimostrazione della sua regolarità, muovendo poi alla controparte delle infondate accuse di slealtà processuale, limitandosi il ricorrente a contrapporre a tale valutazione il proprio personale convincimento, ma senza però dedurre in concreto un’effettiva violazione di legge.

Quanto, poi alla censura che investe la liquidazione delle spese di lite, va ricordato che (Cass. n. 2386/2017; Cass. n. 29606/2017) in tema di liquidazione delle spese processuali successiva al D.M. n. 55 del 2014, non trova fondamento normativo un vincolo alla determinazione secondo i valori medi ivi indicati, dovendo il giudice solo quantificare il compenso tra il minimo ed il massimo delle tariffe, a loro volta derogabili con apposita motivazione, sicché si palesa inammissibile la doglianza che, senza specificamente denunciare ed allegare il superamento, nella specie, dei massimi tariffari, si limiti solo a denunciare l’eccessività della liquidazione, posto che compete in esclusiva al giudice di merito, ed è insindacabile in sede di legittimità, la liquidazione contenuta tra i valori minimi e massimi (Cass. n. 4782/2020, nonché Cass. n. 22983/2014, a mente della quale il superamento, da parte del giudice, dei limiti minimi e massimi della tariffa forense nella liquidazione delle spese giudiziali configura un vizio “in iudicando” e, pertanto, per l’ammissibilità della censura, è necessario che nel ricorso per cassazione siano specificati i singoli conteggi contestati e le corrispondenti voci della tariffa professionale violate, al fine di consentire alla Corte il controllo di legittimità, senza dover espletare un’ammissibile indagine sugli atti di causa).

All’inammissibilità del ricorso consegue altresì la condanna al pagamento delle spese del presente giudizio.

Inoltre, tenuto conto della sostanziale reiterazione di tesi difensive già ritenute dal Tribunale idonee a fondare la responsabilità ex art. 96 c.p.c., con la formulazione di motivi di ricorso palesemente inammissibili, in quanto privi di qualsiasi attinenza con le reali motivazioni della sentenza impugnata, delle quali non si dà minimamente conto, deve reputarsi che anche la proposizione del ricorso in esame si concreti in un vero e proprio abuso del diritto di impugnazione e legittimi la condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3, da parte di questa Corte (cfr. Cass. n. 29462/2019, secondo cui in tema di responsabilità aggravata, ex art. 96 c.p.c., comma 3, costituisce abuso del diritto di impugnazione, integrante colpa grave, la proposizione di un ricorso per cassazione basato su motivi manifestamente infondati, in ordine a ragioni già formulate nell’atto di appello, espresse attraverso motivi inammissibili, poiché pone in evidenza il mancato impiego della doverosa diligenza ed accuratezza nel reiterare il gravame). A tale titolo il ricorrente deve esser quindi condannato al pagamento della somma di Euro 1.000,00 così determinata in via equitativa.

5. Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto al testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

Dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del presente giudizio che liquida in complessivi Euro 2.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% sui compensi ed accessori di legge;

Condanna il ricorrente, ex art. 96 c.p.c., comma 3, al pagamento in favore della controricorrente della ulteriore somma di Euro 1.000,00;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 12 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

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