Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36341 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 23/11/2021, (ud. 12/11/2021, dep. 23/11/2021), n.36341

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 36830-2019 proposto da:

R.G.B., elettivamente domiciliato in Roma, Via

Andrea Doria 64, presso lo studio dell’avvocato Piccioni Daniela,

che, unitamente agli avvocati Coden Lia e Coden Giorgio, lo

rappresenta e difende giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

P.E., elettivamente domiciliato in Roma, Via Ricciotti 9,

presso lo studio degli avvocati Colacino Vincenzo e Colacino Maria

Cristina, che lo rappresentano e difendono giusta procura in calce

al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1875/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata l’08/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/11/2021 dal Consigliere Dott. CRISCUOLO MAURO;

Lette le memorie delle parti.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

R.G.B. propose appello avverso la sentenza del Tribunale di Treviso che aveva accolto la domanda di pagamento avanzata da P.E., quale corrispettivo per l’attività professionale svolta dall’attore nell’interesse del convenuto, quantificando il dovuto nella somma di Euro 155.000,00. In particolare, il Tribunale, dopo avere con una prima sentenza non definitiva, disatteso l’eccezione di nullità del contratto e di prescrizione del diritto di credito vantato, riscontrando l’esistenza di un incarico professionale conferito all’attore, con la successiva sentenza definitiva determinava le spettanze dovute alla luce degli accertamenti compiuti dall’ausiliario d’ufficio.

La Corte d’Appello di Venezia con la sentenza n. 1875 dell’8 maggio 2019 ha rigettato il gravame.

In particolare, riteneva che le censure dell’appellante fossero prive di fondamento, in quanto dal complesso del materiale istruttorio risultava confermato che il P. avesse ricevuto l’incarico di assicurare una continuativa attività di consulenza e di predisposizione di elaborati tecnici, protrattasi per numerosi anni.

La circostanza che il P. fosse un dipendente pubblico non gli permetteva di sottoscrivere personalmente gli elaborati predisposti, provvedendo a tanto tramite l’intervento di altri professionisti

In ragione della durata decennale del rapporto professionale, considerata la tipologia dell’attività prestata, era quindi da reputarsi congrua la quantificazione dei compensi come operata nella sentenza impugnata, dovendosi quindi pervenire al rigetto del gravame.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso R.G.B. sulla base di due motivi.

P.E. resiste con controricorso.

Entrambe le parti hanno depositato memorie in prossimità dell’udienza.

Il primo motivo di ricorso denuncia la nullità della sentenza per omessa pronuncia sul motivo di appello e sulla domanda avente ad oggetto la declaratoria di nullità del contratto, con la violazione dell’art. 112 c.p.c..

Assume parte ricorrente che sin dal primo grado era stata dedotta la nullità del contratto d’opera intellettuale intercorso tra le parti, in quanto il P. era un dipendente pubblico legato all’amministrazione da un rapporto di esclusività.

L’assenza di una preventiva autorizzazione da parte dell’amministrazione all’espletamento di tale incarico si riverbera in una causa di nullità del contratto.

E’ pur vero che il giudice di primo grado aveva disatteso la questione, ma la medesima era stata reintrodotta in appello, senza che però abbia ricevuto risposta dalla Corte distrettuale che si è soffermata solo sulla diversa censura che invece investiva il quantum della pretesa azionata.

Il secondo motivo denuncia la violazione dell’art. 1418 c.c. in relazione al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 53, comma 1 e 4 ed al D.P.R. n. 3 del 1957, art. 60.

Si rileva che in ogni caso la sentenza avrebbe omesso di riscontrare la evidente nullità del contratto d’opera intellettuale concluso con un soggetto legato da un rapporto di pubblico impiego con il Comune di Treviso del quale era dirigente.

Le norme riportate in rubrica prevedono che i dipendenti pubblici non possano svolgere incarichi retribuiti se non previa autorizzazione dell’amministrazione di appartenenza, la cui carenza determina la nullità del contratto per contrarietà a norma imperativa.

La gravità delle sanzioni che l’ordinamento commina per la violazione del divieto in esame impone di reputare che si tratti di una norma imperativa perché posta a presidio di esigenze di carattere pubblicistico, non potendosi quindi condividere il contrario orientamento del giudice di legittimità.

I motivi, che possono essere congiuntamente esaminati per la loro connessione, sono infondati.

Rileva il Collegio che effettivamente il ricorrente aveva posto già in primo grado la questione concernente la asserita nullità del contratto per la violazione della norma che prescrive la previa autorizzazione del pubblico dipendente per l’assunzione di incarichi da terzi estranei all’amministrazione.

Il Tribunale, come riconosciuto dal R., aveva respinto l’eccezione (non si tratta di domanda autonoma, ma di eccezione volta a conseguire il rigetto della domanda di pagamento) richiamando i precedenti di questa Corte che avevano escluso la ricorrenza di una causa di nullità, ma effettivamente con l’atto di appello la questione era stata riproposta, facendo richiamo all’assenza di una previa autorizzazione da parte del Comune di Treviso.

La lettura della sentenza gravata non evidenzia una specifica argomentazione volta a contrastare tale affermazione di parte appellante, non potendosi effettivamente ritenere specifico il riferimento alla fine della pag. 3 al fatto che il P. avesse poco tempo a disposizione per l’incarico conferitogli dal R. (posto che in parte qua la sentenza riporta le deduzioni della parte appellante), né il semplice riferimento a pag. 4 che il P., in quanto pubblico dipendente, non potesse anche personalmente sottoscrivere gli elaborati da lui materialmente predisposti, né il richiamo al contenuto della CTU quanto al rilievo di carattere deontologico posto dall’ausiliario d’ufficio.

Tuttavia, anche a voler superare il rilievo secondo cui il rigetto della domanda, con il riconoscimento quanto meno implicito della validità del contratto, valga anche come implicito rigetto dell’eccezione di nullità, occorre ricordare che nella più recente giurisprudenza di legittimità si è andato affermando l’orientamento secondo cui (cfr. da ultimo Cass. S.U. n. 2731/2017) la mancanza di motivazione su questione di diritto e non di fatto deve ritenersi irrilevante, ai fini della cassazione della sentenza, qualora il giudice del merito sia comunque pervenuto ad un’esatta soluzione del problema giuridico sottoposto al suo esame.

In tal caso, la Corte di cassazione, in ragione della funzione nomofilattica ad essa affidata dall’ordinamento, nonché dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111 Cost., comma 2, ha il potere, in una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 384 c.p.c., di correggere la motivazione anche a fronte di un “error in procedendo”, quale la motivazione omessa, mediante l’enunciazione delle ragioni che giustificano in diritto la decisione assunta, anche quando si tratti dell’implicito rigetto della domanda perché erroneamente ritenuta assorbita, sempre che si tratti di questione che non richieda ulteriori accertamenti in fatto (conf. Cass. n. 28663/2013).

Tale ragionamento è stato esteso anche all’ipotesi qui dedotta di omessa disamina di un motivo di impugnazione atteso che si afferma (cfr. Cass. n. 16171/2017) che alla luce dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo come costituzionalizzato nell’art. 111 Cost., comma 2, Cost., nonché di una lettura costituzionalmente orientata dell’attuale art. 384 c.p.c. ispirata a tali principi, una volta verificata l’omessa pronuncia su un motivo di gravame, la Suprema Corte può omettere la cassazione con rinvio della sentenza impugnata e decidere la causa nel merito allorquando la questione di diritto posta con quel motivo risulti infondata, di modo che la statuizione da rendere viene a confermare il dispositivo della sentenza di appello, sempre che si tratti di questione che non richiede ulteriori accertamenti di fatto (conf. Cass. n. 9693/2018, Cass. n. 21257/2014, ed ancor prima Cass. n. 2313/2010).

Reputa il Collegio che, nella fattispecie, manchi uno specifico motivo di appello volto a contestare la nullità del contratto, ma che la deduzione di tale nullità risultava inserita come argomentazione nel più ampio motivo di appello che investiva per molteplici ragioni la correttezza della decisione del Tribunale, reiterando anche il profilo qui denunciato, ma che in ogni caso la decisione impugnata non possa essere cassata, avendo deciso sulla domanda pervenendo ad una soluzione corretta in diritto, apparendo unicamente necessario integrare la motivazione della decisione gravata.

Rileva la Corte che la propria costante e risalente giurisprudenza, come peraltro sottolineato anche dalla difesa del controricorrente, ha sempre escluso che il contratto concluso dal pubblico dipendente con soggetto diverso dall’amministrazione di appartenenza, ed in difetto di preventiva autorizzazione, sia affetto da nullità.

In tal senso anche di recente, ed alla luce delle modifiche medio tempore intervenute sulle norme che disciplinano il rapporto di pubblico impiego, questa Corte ha affermato che (Cass. n. 6600/2018) la trasgressione, da parte del pubblico dipendente, del divieto di svolgere un’attività retribuita alle dipendenze dei privati può comportare sanzioni disciplinari, ma non implica l’invalidità del contratto di lavoro privato stipulato in violazione del divieto e non esclude quindi che tale contratto produca i suoi normali effetti anche sul piano previdenziale e assistenziale (conf. ex multis, Cass. n. 18608/2009; Cass. n. 2171/2000; Cass. n. 5679/1991; Cass. n. 58/1985; Cass. n. 2478/1980) e ciò in quanto il divieto in esame è posto nell’interesse della pubblica amministrazione e la relativa violazione, pur causa di eventuali sanzioni disciplinari nei confronti del dipendente pubblico, non determina la nullità del contratto concluso fra i privati.

Particolarmente persuasive, e meritevoli di condivisione da parte del Collegio, appaiono le argomentazioni di Cass. n. 13393/1991, la quale ha sottolineato come, nella specie, la nullità contrattuale per l’inosservanza del divieto non sia espressamente comminata, e che non possa utilmente invocarsi la previsione di cui all’art. 1418 c.c. per il quale: “Il contratto è nullo quando è contrario a norme imperative, salvo che la legge disponga diversamente”.

Infatti, non è possibile accedere ad un’interpretazione rigorosamente letterale di tale disposizione, avendo dottrina e giurisprudenza aderito a soluzioni meno rigide e più liberali, escludendo, a volta, la nullità, in caso di espressa previsione di sanzioni diverse dall’invalidità negoziale (sanzioni amministrative, pecuniarie ecc.), e, in altri casi, per le ragioni stesse poste a base del divieto.

Avuto riguardo alla vicenda in esame, la mancanza di una norma che commini la nullità, impone quindi all’interprete di stabilire se il legislatore abbia voluto tale misura giuridica, ovvero abbia previsto la validità del contratto e predisposto un diverso rimedio per il perseguimento dei suoi scopi, concludendosi nel senso che la sanzione della decadenza esaurisca la reazione predisposta dall’ordinamento contro l’esercizio dell’attività vietata, pur potendo in altre ipotesi detta sanzione aggiungersi a quella della nullità (norma imperativa più che perfetta).

Infatti, rileva a tal fine la considerazione che il divieto non è stato imposto a tutela di un interesse generale della collettività ipotesi in cui la violazione comporta la nullità – bensì è stato dettato per assicurare l’interesse dell’amministrazione pubblica al proficuo rendimento dei propri dipendenti, mediante il rispetto, da parte dei medesimi, del fondamentale e indefettibile dovere di porre al suo servizio esclusivo tutte le loro energie e capacità, senza disperderle in compiti estranei e diversi, finalità adeguatamente garantita con la minaccia di una sanzione disciplinare, quale la decadenza dal servizio, produttrice di effetti nell’ambito del solo rapporto d’impiego pubblico.

Conforta poi tale conclusione anche il profilo evidenziato da parte controricorrente e cioè che il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 53, comma 7, proprio in relazione allo svolgimento di attività non autorizzata da parte del pubblico dipendente, fatte salve le più gravi sanzioni, e ferma restando la responsabilità disciplinare, dispone che il compenso dovuto per le prestazioni eventualmente svolte debba essere versato a cura dell’erogante, o in difetto del percettore, nel conto dell’entrata del bilancio di amministrazione di appartenenza del dipendente, con formula letterale che evidentemente sottende il giudizio di validità del contratto, posto che il richiamo al compenso dovuto, presuppone una produttività di effetti del contratto che invece non vi sarebbe ove la conclusione fosse quella della nullità dell’incarico assunto senza previa autorizzazione.

Tali argomentazioni appaiono idonee a confutare i diversi argomenti spesi dal ricorrente al fine di sollecitare una diversa conclusione del giudice di legittimità sul punto, non potendosi attribuire rilevanza in tal senso agli arresti di cui alle pronunce di Cass. n. 26724/2007 e n. 8066/2016, richiamate in ricorso, in quanto la prima non si attaglia alla situazione in esame nella quale la previa autorizzazione non risulta imposta a tutela di un interesse superiore, ma come appunto sopra rilevato, a tutela dello stesso interesse della amministrazione alle cui dipendenze opera il professionista. Inoltre, se è pur vero che la possibilità di sanzionare una condotta riprovata anche dal punto di vista amministrativo non esclude che la fattispecie possa essere ritenuta affetta da nullità sul piano civilistico, occorre rilevare che la norma che pone il divieto non è nel caso in esame posta a presidio del più generale interesse della collettività, e che la speciale previsione di cui al menzionato D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 53, depone per l’individuazione di un’ipotesi in cui il legislatore avrebbe comunque fatta salva la validità del contratto.

Infine, a conforto di tale conclusione, ed in ragione dell’epoca cui risale la nascita del rapporto oggetto di causa, vi è la previsione di cui al D.Lgs. n. 39 del 2013, art. 17, inapplicabile ratione temporis, che in relazione ad una serie di incarichi suscettibili di essere conferiti a pubblici dipendenti, ha espressamente previsto che la violazione delle regole poste dalla norma determini anche la nullità dei relativi contratti, a conferma quindi della necessità di un’espressa previsione sanzionatoria, non potendosi la nullità ricavare ab implicito.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del presente giudizio che liquida in complessivi Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% sui compensi ed accessori di legge;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 12 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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