Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36337 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 23/11/2021, (ud. 05/10/2021, dep. 23/11/2021), n.36337

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 4196/2021 R.G. proposto da:

U.L., rappresentato e difeso dall’Avv. Antonino

Ciafardini, con domicilio in Roma, piazza Cavour, presso la

Cancelleria civile della Corte di cassazione;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., rappresentato e

difeso dall’Avvocatura distrettuale dello Stato, con domicilio

legale in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte d’appello di L’Aquila n. 1504/20

depositata il 5 novembre 2020.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 5 ottobre

2021 dal Consigliere Guido Mercolino.

 

Fatto

RILEVATO

che con sentenza del 6 dicembre 2017 la Corte d’appello di L’Aquila dichiarò inammissibile, in quanto proposto con ricorso, anziché con citazione, il gravame interposto da U.L., cittadino della Nigeria, avverso l’ordinanza emessa il 24 novembre 2019, con cui il Tribunale di L’Aquila aveva rigettato la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato e, in subordine, della protezione sussidiaria o di rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposta dall’appellante;

che il ricorso per cassazione proposto dall’ U. fu accolto da questa Corte con ordinanza del 16 maggio 2019, n. 13253, con cui fu affermato che, nel regime introdotto dal D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150, art. 19, come modificato dal D.Lgs. 18 agosto 2015, n. 142, art. 27 comma 1, lett. f), l’appello avverso la decisione di primo grado sulla domanda volta al riconoscimento della protezione internazionale, sia in caso di rigetto che di accoglimento, non deve essere introdotto con citazione, ma con ricorso, con la precisazione che tale nuovo principio di diritto costituisce overruling processuale sin dall’entrata in vigore del nuovo testo dell’art. 19 cit.;

che il giudizio è stato pertanto riassunto dinanzi alla Corte d’appello, che con sentenza del 5 novembre 2020 ha rigettato il gravame;

che avverso la predetta sentenza l’ U. ha proposto ricorso per cassazione, articolato in tre motivi, al quale il Ministero dell’interno ha resistito mediante il deposito di un atto di costituzione, ai fini della partecipazione alla discussione orale.

Diritto

CONSIDERATO

che è inammissibile la costituzione in giudizio del Ministero dell’interno, avvenuta mediante il deposito di un atto finalizzato esclusivamente alla partecipazione alla discussione orale, dal momento che nel procedimento in camera di consiglio dinanzi alla Corte di cassazione il concorso delle parti alla fase decisoria deve realizzarsi in forma scritta, attraverso il deposito di memorie, il quale postula che l’intimato si costituisca mediante controricorso tempestivamente notificato e depositato (cfr. 25/10/2018, n. 27124; Cass., Sez. V, 5/10/2018, n. 24422; Cass., Sez. III, 20/10/2017, n. 24835);

che con il primo motivo d’impugnazione il ricorrente denuncia la nullità della sentenza impugnata per difetto, apparenza o contraddittorietà della motivazione, nella parte riguardante il riconoscimento della protezione sussidiaria, rilevando che, in contrasto con la ritenuta attendibilità della vicenda personale da lui narrata, la Corte d’appello ha escluso la configurabilità delle fattispecie di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. a) e b);

che il motivo è infondato;

che, in tema di protezione internazionale, l’esito positivo del giudizio in ordine all’attendibilità delle dichiarazioni rese dal richiedente non comporta infatti necessariamente l’accoglimento della domanda, non risultando sufficiente, a tal fine, che la vicenda personale narrata risulti intrinsecamente coerente e concordante con le informazioni generali di cui si dispone, nonché convincente sul piano razionale, ma occorrendo anche che dalla stessa emergano i presupposti richiesti per l’applicazione della misura invocata, consistenti, nelle fattispecie indicate dal ricorrente, nel fondato timore di una condanna a morte o dell’esecuzione della pena di morte, ovvero della sottoposizione a tortura o a un trattamento inumano o degradante;

che non merita pertanto censura la sentenza impugnata, nella parte in cui, pur avendo ritenuto credibili il riferito arresto del fratello del ricorrente a causa della sua appartenenza ad un movimento politico separatista e gli atti persecutori posti in essere dalla polizia nei confronti dei familiari per rintracciarlo a seguito di un’evasione, ha ritenuto infondati i timori prospettati a sostegno della domanda, evidenziando il tempo trascorso dall’epoca dei fatti, la riferibilità degli stessi al fratello del ricorrente, la mancata allegazione di un personale coinvolgimento del ricorrente nelle attività del predetto movimento ed il trasferimento di entrambi i fratelli in Italia;

che tale percorso logico, agevolmente ricostruibile sulla base delle argomentazioni svolte a fondamento della decisione, si pone perfettamente in linea con il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità in tema di protezione internazionale, secondo cui, ai fini dell’accoglimento della domanda di riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, il timore di rimanere esposto, in caso di rimpatrio, ad atti persecutori o a un danno grave, nel senso di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 7 e 14, deve risultare fondato, cioè riferibile ad un rischio non solo comprovato ed individualizzato, ma anche concreto ed attuale (cfr. Cass., Sez. I, 12/11/ 2018, n. 28990; Cass., Sez. VI, 28/06/2018, n. 17075; 17/04/2018, n. 9427);

che con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), censurando la sentenza impugnata per aver escluso che nella sua regione di provenienza fosse in atto una situazione di violenza indiscriminata, senza considerare che, ai fini della configurabilità della stessa, non è necessario uno stato di guerra dichiarato o un conflitto internazionale riconosciuto;

che inoltre, ad avviso del ricorrente, la mancata trasposizione nell’ordinamento interno della Dir. n. 2004/83/CE, art. 8, esclude la possibilità di conferire rilievo alla provenienza geografica del richiedente, ai fini della valutazione della sussistenza di una minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona;

che il motivo è infondato;

che, ai fini dell’esclusione della configurabilità della fattispecie di cui al D.Lgs. n. 251, art. 14, lett. c), la sentenza impugnata ha infatti rilevato che nella zona in cui il ricorrente è nato e vissuto ed in cui conserva relazioni familiari sono riscontrabili soltanto episodici fenomeni di violenza che, per quanto cruenti, restano confinati nell’ambito della criminalità comune o politica o negli scontri tra specifici gruppi di culto, senza attingere carattere di particolare diffusività e generalizzazione e grado d’intensità tali da consentire di ravvisare un’effettiva esposizione di qualsiasi civile che si trovi nella regione al rischio di danni gravi alla persona;

che tale valutazione si pone perfettamente in linea con l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, il conflitto armato interno, idoneo a tradursi in una minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile, ricorre in situazioni in cui le forze armate governative di uno Stato si scontrino con uno o più gruppi armati antagonisti, o nelle quali due o più gruppi armati si contendano tra loro il controllo militare di un dato territorio, purché il conflitto ascenda ad un grado di violenza indiscriminata talmente intenso ed imperversante da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile rinviato nella regione di provenienza corra il rischio descritto nella norma per la sua sola presenza sul territorio (cfr. Cass., Sez. I, 2/03/2021, n. 5675; Cass., Sez. VI, 8/07/2019, n. 18306; 2/04/2019, n. 9090);

che correttamente, ai fini del predetto accertamento, la Corte territoriale ha ritenuto di dover fare riferimento alla situazione esistente nella specifica regione di provenienza del ricorrente, distinguendo la stessa da quella riscontrabile in altre aree della Nigeria, dal momento che, diversamente da quanto sostenuto dalla difesa del ricorrente, la mancata trasposizione nell’ordinamento interno della Dir. n. 2004/83/CE, art. 8, par. 1, il quale consente agli Stati membri di negare la protezione se in una parte del territorio del paese d’origine il richiedente non abbia fondati motivi di temere di essere perseguitato o non corra rischi effettivi di subire danni gravi e se è ragionevole attendere che egli si stabilisca in quella parte del paese, non comporta affatto la necessità di riconoscere la protezione anche nel caso in cui il rischio prospettato a sostegno della domanda risulti circoscritto a una parte del paese diversa da quella di provenienza, ma solo l’obbligo di riconoscerla anche nel caso in cui il richiedente possa sottrarsi al rischio esistente nella propria regione trasferendosi altrove (cfr. Cass., Sez. I, 24/12/2020, n. 29261; 28/04/2020, n. 8230; 10/07/2019, n. 18540);

che con il terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, nonché la nullità della sentenza impugnata per apparenza e contraddittorietà della motivazione, nella parte riguardante il riconoscimento della protezione umanitaria, osservando che la ritenuta attendibilità della vicenda personale da lui narrata, riflettente gravissimi episodi di prevaricazione, minaccia e violenza nei confronti dei quali egli non è riuscito ad ottenere tutela dalle autorità locali, si pone in contrasto con l’affermazione secondo cui egli non avrebbe allegato una condizione di vulnerabilità personale;

che inoltre, secondo il ricorrente, la sentenza impugnata non ha tenuto conto del rischio di compromissione dei diritti alla salute ed all’alimentazione, ricollegabili alla situazione socio-economica del suo Paese di origine, né del grave disagio da lui subito a seguito dei fatti di sangue ai quali ha assistito;

che il motivo è infondato;

che, nell’ambito della motivazione della sentenza impugnata, l’osservazione posta a fondamento del diniego della protezione umanitaria, secondo cui il ricorrente non aveva allegato una condizione di vulnerabilità personale, si configura infatti come una logica conseguenza della ritenuta infondatezza del timore di rimanere esposto, in caso di rimpatrio, al rischio di persecuzione o di un danno grave ed attuale, prospettato a sostegno della domanda di riconoscimento delle altre forme di protezione;

che l’omessa valutazione dei rischi connessi alla situazione sociale ed economica del Paese di origine del ricorrente trova invece conforto nel consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui la condizione di vulnerabilità che legittima il rilascio del permesso di soggiorno ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, non può consistere nella situazione di svantaggio economico o di povertà estrema del richiedente asilo, non essendo ipotizzabile un obbligo dello Stato italiano di garantire ai cittadini stranieri parametri di benessere o di impedire, in caso di rimpatrio, l’insorgere di gravi difficoltà economiche e sociali (cfr. Cass., Sez. III, 6/11/ 2020, n. 24904; Cass., Sez. II, 10/09/2020, n. 18783; Cass., Sez. VI, 7/02/ 2019, n. 3681);

che inammissibile, nella sua genericità, risulta infine l’allegazione delle conseguenze di ordine psicologico derivanti dalla partecipazione a fatti di sangue, non essendo stato precisato se il turbamento causato da questi ultimi si sia tradotto in uno stato patologico permanente o comunque perdurante fino all’attualità;

che il ricorso va pertanto rigettato, senza che occorra provvedere al regolamento delle spese processuali, avuto riguardo all’irrituale costituzione dell’intimato.

PQM

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 5 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

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