Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36316 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. I, 23/11/2021, (ud. 24/09/2021, dep. 23/11/2021), n.36316

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17529/2020 proposto da:

O.U., rappresentato e difeso dall’avvocato Lera Federico;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

avverso la sentenza n. 2123/2019 della CORTE D’APPELLO di BARI;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

24/09/2021 da Dott. IOFRIDA GIULIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Bari, con sentenza n. 2123/2019, depositata in data 15/10/2019, ha respinto l’appello di O.U., cittadino nigeriano, avverso la decisione di primo grado che aveva respinto la richiesta della stessa di riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria o umanitaria.

In particolare, i giudici d’appello hanno sostenuto che il racconto del richiedente (essere nato nel Delta State, a confine con l’Anambra State, ed essere stato costretto a lasciare il paese temendo di essere ucciso dal governo federale a causa della sua militanza nel movimento IPOB) era incoerente ed implausibile e quindi non credibile (anche e soprattutto in relazione alla militanza politica), con conseguente insussistenza dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, anche ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), considerato che l’area di provenienza della Nigeria (il Delta State nel Sud-est del Paese) non era interessata da situazioni di violenza generalizzata secondo le fonti consultate (EASO 2018 e COI Nigeria 2019); non ricorrevano neppure i presupposti per la chiesta protezione umanitaria, in difetto di situazioni di vulnerabilità tali da essere pregiudicata in caso di rientro in Patria e non essendo la documentazione prodotta (in ordine rapporto di lavoro tempo indeterminato, da febbraio a dicembre 2018, epoca di licenziamento per motivi legati a crisi aziendale) sufficiente a dimostrare un effettivo radicamento in Italia.

Avverso la suddetta pronuncia, O.U. propone ricorso per cassazione, notificato il 15/6/2020, affidato a tre motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno (che dichiara di costituirsi ai fini della partecipazione all’udienza pubblica di discussione).

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a) con il primo motivo, la violazione dell’obbligo di cooperazione istruttoria del giudice e la motivazione apparente in merito alla valutazione della vicenda personale del richiedente e del contesto socio-politico della Nigeria ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria; b) con il secondo motivo, la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b) e c), in combinato disposto con D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, in relazione al diniego di protezione sussidiaria, con riguardo alla carenza di analisi sulle condizioni di sicurezza della zona di provenienza della richiedente; c) con il terzo motivo, la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, in combinato disposto con il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione al diniego della protezione umanitaria.

2. Le prime due censure sono inammissibili.

Il ricorrente si duole anche della ritenuta non credibilità delle dichiarazioni.

Ora, quanto alla lamentata violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, il disposto del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, lett. b), (esame su base individuale della dichiarazione e della documentazione presentate dal richiedente) non può essere inteso nel senso di imporre l’analitica valutazione di ciascun documento prodotto al giudicante, il quale, al contrario, è tenuto a enunciare le ragioni del proprio convincimento senza tuttavia dover passare in rassegna ciascuna delle prove offerte dal richiedente asilo ed effettuare una precisa esposizione di tutte le singole fonti di prova e del loro specifico peso probatorio; la stessa norma, al comma 5, detta i criteri della decisione in merito alla valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente, ma non prescrive una valutazione, separata e prioritaria, dei documenti prodotti dal migrante; al contrario, il giudicante è tenuto a un apprezzamento globale della congerie istruttoria raccolta, cosicché anche in questa materia la scelta degli elementi probatori e la valutazione di essi rientrano nella sfera di discrezionalità del giudice di merito, il quale non è obbligato a confutare dettagliatamente le singole argomentazioni svolte dalle parti su ciascuna delle risultanze probatorie ma deve soltanto fornire un’esauriente e convincente motivazione sulla base degli elementi ritenuti più attendibili e pertinenti; nel caso di specie, il giudice d’appello, confermando la valutazione di inattendibilità già espressa in primo grado, facendo corretta applicazione dei principi sopra enunciati, ha ritenuto che i molteplici aspetti di genericità e contraddittorietà delle dichiarazioni del migrante pregiudicassero l’accoglimento della domanda di protezione internazionale presentata e, in questo modo, ha attribuito alla inverosimiglianza del racconto carattere determinante.

Sotto tale profilo la doglianza risulta inammissibile, in difetto di effettivo omesso esame di fatto decisivo, ex art. 360 c.p.c., n. 5, dovendosi rilevarsi che la Corte di merito ha comunque esaminato puntualmente le dichiarazioni rese dal richiedente, ritenute non credibili, sotto tutti i profili, specificamente individuati.

Il ricorrente si duole poi della violazione da parte della Corte di appello dell’obbligo di cooperazione istruttoria sulla situazione socio-politica nella Nigeria, non avendo la Corte compiuto alcun approfondimento, sulla base di fonti aggiornate.

Ora, con riguardo alla protezione sussidiaria, in rapporto all’onere di allegazione in appello, questa Corte (Cass. 13403/2019) ha chiarito che “in tema di protezione internazionale sussidiaria, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), ove il richiedente invochi l’esistenza di uno stato di diffusa e indiscriminata violenza nel Paese d’origine tale da attingerlo qualora debba farvi rientro, e quindi senza necessità di deduzione di un rischio individualizzato, l’attenuazione del principio dispositivo, cui si correla l’attivazione dei poteri officiosi integrativi del giudice del merito, opera esclusivamente sul versante della prova, non su quello dell’allegazione; ne consegue che il ricorso per cassazione deve allegare il motivo che, coltivato in appello secondo il canone della specificità della critica difensiva ex art. 342 c.p.c., sia stato in tesi erroneamente disatteso, restando altrimenti precluso l’esercizio del controllo demandato alla S.C. anche in ordine alla mancata attivazione dei detti poteri istruttori officiosi” (nella specie, il ricorrente si era limitato, per sostenere l’esistenza nell’intera Nigeria di una situazione di violenza generalizzata, a richiamare le norme nazionali e convenzionali, i principi affermati nella materia dalla S.C. ed una pluralità di fonti informative – sito Amnesty International, report EASO, note del Ministero degli Affari Esteri – senza specificare la zona di provenienza né segnalare i contenuti delle allegazioni svolte in primo grado).

La censura risulta sul punto del tutto generica, in quanto, senza allegare fonti ufficiali (attraverso un mero richiamo generico ai “brani” tratti da rapporti internazionali depositati nel merito), il ricorrente si limita a lamentare la mancata valutazione della situazione nello Stato della Nigeria ed a contrapporre al giudizio della Corte di merito una propria diversa valutazione sulla situazione socio-politica del Paese di provenienza.

3. Il terzo motivo risulta inammissibile, dal momento che non contiene una puntuale censura sull’insufficienza degli elementi fattuali posti a base dell’integrazione, essendo il motivo incentrato su una trattazione generica dei requisiti di legge della richiesta protezione.

4. Per tutto quanto sopra esposto, va dichiarato inammissibile il ricorso.

Non v’e’ luogo a provvedere sulle spese processuali non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 24 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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