Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36306 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. I, 23/11/2021, (ud. 15/09/2021, dep. 23/11/2021), n.36306

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Presidente –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10277/2020 proposto da:

E.W.E., elettivamente domiciliato presso lo studio

dell’avv.to Francesco Giampà, che lo rappres. e difende, con

procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro p.t., elettivamente

domiciliato in Roma, in via dei Portoghesi 12 presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di CATANZARO, depositato il

3/01/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/09/2021 dal Cons. rel. Dott. CAIAZZO ROSARIO.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

Con decreto emesso il 3.1.2020 il Tribunale di Catanzaro rigettò il ricorso proposto da E. W.E. avverso il provvedimento della Commissione territoriale di diniego della domanda di protezione internazionale, sussidiaria ed umanitaria, osservando che: il ricorrente aveva reso dichiarazioni inattendibili sui motivi dell’espatrio, in ordine alla vicenda narrata sull’incendio scoppiato nell’officina presso la quale stava svolgendo un periodo di apprendistato come elettrauto, avendo egli ricevuto solo un invito a comparire dalla polizia e non altri provvedimenti, coercitivi o di condanna (di cui avrebbe potuto avere conoscenza attraverso i familiari ancora residenti in Nigeria), atto che, di per sé, non poteva costituire la ragione fondante del suo definitivo espatrio; quantunque si ritenesse attendibile il ricorrente circa il rischio di essere effettivamente ricercato dalla polizia perché indagato per il suddetto incendio, sarebbe stata comunque da escludere l’ipotesi della sua sottoposizione a trattamenti degradanti o di privazione dei diritti fondamentali, considerando che si tratterebbe di una vicenda penale relativa ad un reato comune, disciplinata dalle norme del paese di provenienza, che non potrebbe essere ricondotta a fattispecie persecutoria o rientrante nell’ambito della protezione sussidiaria, D.Lgs. n. 257 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b), sotto il profilo del rischio di subire pene disumane o scontate in penitenziari caratterizzati da trattamenti degradanti; era da escludere anche la fattispecie di cui del citato art. 14, lett. c), alla luce delle fonti esaminate; non sussistevano i presupposti della protezione umanitaria, non essendo emerse condizioni individuali di vulnerabilità, né essendo al riguardo rilevante il transito in Libia, per la mancata dimostrazione del nesso tra il trattamento degradante subito in tale paese e l’attuale condizione del ricorrente in Italia (non essendo stato accertato alcun stato patologico), mentre il ricorrente non aveva dimostrato una buona conoscenza della lingua italiana come emerso durante l’audizione innanzi alla Commissione territoriale.

Lo straniero ricorre in cassazione con tre motivi.

Il Ministero si è costituito al solo fine di partecipare all’udienza di discussione.

Diritto

RITENUTO

Che:

Il primo motivo denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, per aver il Tribunale escluso la credibilità del ricorrente, specie sulla questione del ritenuto invito a comparire, laddove il documento prodotto, in lingua inglese e non tradotto, costituiva un mandato di arresto, con conseguente sussistenza dei presupposti dello status di rifugiato, oltre che della protezione sussidiaria, D.Lgs. n. 257 del 2007, art. 14, sub lett. a) e b), relativamente alle condizioni carcerarie presenti in Nigeria, degradanti e lesive della dignità umana.

Il secondo motivo denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 115,116 c.p.c., D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, art. 3 Cedu, D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3,5,7,14,17, per aver il Tribunale omesso di esercitare i poteri istruttori d’ufficio in ordine all’accertamento dei presupposti della protezione sussidiaria, sia riguardo al pericolo di subire un’incarcerazione degradante, sia in ordine all’esistenza di una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato in Nigeria e nella regione di provenienza dell’istante.

Il terzo motivo denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, art. 5, comma 6, artt. 2, 3, 8 Cedu, artt. 2, 10, 11 Cost., D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 19,artt. 112,115 c.p.c., art. 116 c.p.c., art. 132 c.p.c., n. 4, art. 118 disp. att. c.p.c., per non aver il Tribunale riconosciuto il permesso umanitario, considerata la descritta situazione generale della Nigeria e il precario sistema nazionale sanitario alla luce della diffusione dell’epidemia di covid 19.

Il primo motivo è inammissibile, anzitutto per carenza di autosufficienza non avendo il ricorrente trascritto la parte del ricorso introduttivo riguardante la questione del travisamento dell’invocato mandato di arresto. Inoltre, la doglianza è generica poiché tendente a ribaltare l’interpretazione del Tribunale circa la non credibilità del ricorrente e la qualificazione del documento in esame come invito a comparire innanzi alla magistratura nigeriana, e non come mandato di arresto. Al riguardo, il Tribunale ha adottato una motivazione adeguata ed esaustiva, non censurabile in questa sede.

Il secondo motivo è inammissibile in quanto la valutazione di inattendibilità del ricorrente ha precluso ogni esame sull’omesso espletamento dei poteri ufficiosi.

Il terzo motivo è inammissibile poiché diretto al riesame dei fatti circa la protezione umanitaria, peraltro fondato sugli stessi fatti posti a fondamento dei motivi riguardanti la protezione internazionale e sussidiaria; inoltre, non è stata allegata alcuna altra condizione individuale di vulnerabilità (integrazione sociale, attività lavorativa), mentre non è stata neppure dimostrata la conoscenza della lingua italiana. Va altresì osservato che il motivo risulta anche privo di autosufficienza, nella parte relativa alla tutela della salute connessa alla pandemia da covid, non avendo il ricorrente chiarito quando e come avrebbe allegato tale questione.

Nulla per le spese, considerato che il Ministero non ha depositato il controricorso.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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