Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36305 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. I, 23/11/2021, (ud. 15/09/2021, dep. 23/11/2021), n.36305

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Presidente –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5597/2019 proposto da:

E.M., elettivamente domiciliato in Roma, in via del Casale

Strozzi, 31, presso lo studio dell’avvocato Barberio Laura, rappres.

e difesa dall’avvocato Tartini Francesco, con procura speciale in

atti;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro p.t., elettivamente

domiciliato in Roma, in via dei Portoghesi 12 presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di TRIESTE, depositato il

26/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/09/2021 dal Cons. rel. Dott. CAIAZZO ROSARIO.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

Con decreto emesso il 26.12.18 il Tribunale di Trieste rigettò la domanda di protezione internazionale proposta da E.M., cittadino della Nigeria, osservando che: le dichiarazioni dell’istante non erano attendibili in quanto contraddittorie (tra quanto dichiarato innanzi alla Commissione territoriale circa i motivi dell’espatrio e quanto invece dichiarato innanzi al Tribunale ove, per la prima volta, fu fatto riferimento alla questione della persecuzione politica per l’attività prestata a favore del Biafra); non sussistevano i presupposti della protezione sussidiaria ed umanitaria, anche alla luce delle fonti esaminate.

E.M. ricorre in cassazione con quattro motivi.

Il Ministero resiste con controricorso.

Diritto

RITENUTO

Che:

Preliminarmente, il ricorrente introduce due questioni di legittimità costituzionale relative rispettivamente, al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, sull’esclusione della reclamabilità in appello del decreto che definisce il giudizio di primo grado, e sulla mancanza dei requisiti legittimanti il D.L. n. 13 del 2007, ex art. 77 Cost..

Il primo motivo denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, artt. 4 e 5, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, art. 27, comma 1 bis.

Il secondo motivo deduce l’omesso esame di un fatto decisivo, oggetto di discussione tra le parti, e violazione dell’art. 116 c.p.c., in relazioni alla persecuzioni nei confronti della popolazione del Biafra, con specifico riguardo al pericolo costituito dalla cd. “schiavitù del debito”.

In particolare, attraverso i due suddetti motivi, il ricorrente lamenta la pronuncia sulla sua inattendibilità, non avendo il Tribunale acquisito informazioni sulla situazione della Nigeria e della regione del Biafra e sulla sua qualità di oppositore delle autorità politiche nigeriane in ordine alla questione del Biafra, e si duole del mancato riconoscimento della protezione umanitaria, attesa la situazione socio-politica della Nigeria caratterizzata dalla privazione dei diritti fondamentali.

Il terzo motivo deduce l’omesso esame di un fatto decisivo, oggetto di discussione tra le parti, in relazione alla pronuncia sulla domanda di protezione umanitaria circa l’esame delle condizioni di vulnerabilità del ricorrente.

Il quarto motivo denunzia nullità della sentenza per mera apparenza della motivazione del decreto impugnato in ordine all’insussistenza dei presupposti della protezione umanitaria.

Anzitutto, le due eccezione di costituzionalità sono infondate alla luce della consolidata giurisprudenza di questa Corte.

Invero, è stata ritenuta manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, per violazione dell’art. 3 Cost., comma 1, artt. 24 e 111 Cost., nella parte in cui stabilisce che il procedimento per l’ottenimento della protezione internazionale è definito con decreto non reclamabile in quanto è necessario soddisfare esigenze di celerità, non esiste copertura costituzionale del principio del doppio grado ed il procedimento giurisdizionale è preceduto da una fase amministrativa che si svolge davanti alle commissioni territoriali deputate ad acquisire, attraverso il colloquio con l’istante, l’elemento istruttorio centrale ai fini della valutazione della domanda di protezione (Cass., n. 27700/18).

E’ stata altresì ritenuta manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 13 del 2017, art. 21, comma 1, conv. con modifiche in L. n. 46 del 2017, per difetto dei requisiti della straordinaria necessità ed urgenza poiché la disposizione transitoria – che differisce di 180 giorni dall’emanazione del decreto l’entrata in vigore del nuovo rito – è connaturata all’esigenza di predisporre un congruo intervallo temporale per consentire alla complessa riforma processuale di entrare a regime (Cass., n. 17717/18).

Il primo motivo è inammissibile in quanto diretto al riesame dei fatti inerenti al riconoscimento dello status di rifugiato, con specifico riferimento alla valutazione d’inattendibilità del ricorrente circa l’asserita doglianza sul timore di persecuzioni, in caso di rimpatrio, per la sua asserita opera di attivista in favore delle popolazioni della regione nigeriana del Biafra. Al riguardo, il ricorrente non ha fornito alcun chiarimento sulla ritenuta contraddittorietà delle sue dichiarazioni rese in sede giudiziaria rispetto a quelle rese innanzi alla Commissione territoriale; inoltre, la pronuncia d’inattendibilità ha precluso ogni ipotesi di cooperazione istruttoria da parte del Tribunale.

Il secondo motivo è inammissibile, avendo il Tribunale esaminato la questione della paventata persecuzione connessa alla suddetta attività relativa al Biafra.

Il terzo motivo è inammissibile poiché il Tribunale ha esaminato la domanda di protezione umanitaria, ritenendo che non ne sussistevano i presupposti, attesa la mancanza di condizioni individuali di vulnerabilità, alla stregua della prospettazione dei fatti contenuta nel ricorso, nel quale è stata allegata la sola questione della persecuzione per motivi politici.

Il quarto motivo è parimenti inammissibile avendo il Tribunale motivato sull’insussistenza dei presupposti della protezione umanitaria, riportandosi a quanto esposto circa la protezione internazionale e sussidiaria, in mancanza di diverse allegazioni del ricorrente.

Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore del Ministero controricorrente, delle spese del giudizio che liquida nella somma di Euro 2100,00, oltre al rimborso delle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

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