Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36291 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. II, 23/11/2021, (ud. 09/07/2021, dep. 23/11/2021), n.36291

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1836/2017 proposto da:

T.A., rappresentato e difeso dagli avv.ti MARCO TORRE, e

COSTANTINO ANTONIO MONTESANTO, e domiciliato presso la cancelleria

della Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

A.M., A.A., ed AL.MA., eredi

di A.D., rappresentati e difesi dall’avv. MARCO

GRANESE, e domiciliati presso la cancelleria della Corte di

Cassazione;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 799/2015 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 11/12/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio f del

09/07/2021 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con atto di citazione notificato il 24.10.2002 A.D. proponeva opposizione al Decreto Ingiuntivo n. 665 del 2002, con il quale il Tribunale di Salerno gli aveva ingiunto il pagamento della somma di Euro 21.420,11 in favore di T.A., a titolo di corrispettivo per l’assistenza professionale prestata dall’opposto in favore dell’opponente.

Nella resistenza del convenuto opposto, il Tribunale, con sentenza n. 1542/2008, riteneva dimostrato sia il conferimento dell’incarico professionale che l’espletamento dell’attività per la quale il T. pretendeva di essere retribuito, ma sufficiente l’importo di lire 5.000.000 già versato dall’ A. al professionista. Revocava quindi il decreto ingiuntivo condannando il T. alle spese del giudizio di opposizione.

Interponeva appello avverso detta decisione il T. e si costituiva in seconde cure l’ A., resistendo al gravame e spiegando appello incidentale condizionato.

Con la sentenza impugnata, n. 799/2015, la Corte di Appello di Salerno rigettava il gravame principale, dichiarava assorbito quello incidentale e condannava l’appellante alle spese del secondo grado.

Propone ricorso per la cassazione di detta sentenza T.A., affidandosi a quattro motivi.

Resistono con controricorso A.M., A. e Ma., eredi di A.D..

La parte ricorrente ha depositato memoria in prossimità dell’adunanza camerale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 645 del 1994, art. 45, art. 116 c.p.c., art. 12 disp. gen., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché la Corte di Appello avrebbe erroneamente ricostruito il valore della pratica seguita dal commercialista T. per conto dell’ A.. Ad avviso del ricorrente, il giudice di merito avrebbe considerato i valori della transazione raggiunta tra l’ A. e le danneggiate F. e P. in virtù dell’opera del T. (Lire 115.000.000 globali) e non il dato di partenza, che vedeva un credito delle due predette signore pari a circa Lire 220.000.000 totali.

La censura è infondata.

La Corte di Appello di Salerno ha determinato il compenso spettante al T. facendo riferimento al valore della pratica che, trattandosi di attività finalizzata alla conclusione di una transazione, si determina sul valore della stessa, giusta la previsione del D.P.R. n. 645 del 1994, art. 45, comma 3, secondo cui “Il valore della pratica e’, in generale, costituito dall’ammontare dei corrispettivi pattuiti”. Militano nella stessa direzione il comma 4 del medesimo articolo, secondo cui “Per i contratti a prestazioni periodiche o continuative di durata ultra annuale, il valore della pratica determinato in funzione dei corrispettivi previsti o stimati per il primo anno, aumentati fino al doppio”, il comma 5, secondo cui “Per i contratti di mutuo, compresi i finanziamenti ed i contributi a fondo perduto, il valore della pratica è costituito dal capitale mutuato o erogato” ed il comma 6, secondo cui “Per i contratti innominati il valore della pratica è determinato con riferimento al contratto nominato analogicamente più simile”. E’ evidente quindi l’intento della disposizione, che prevede, in linea di massima, che l’entità del compenso vada determinata con riferimento al valore del contratto – e quindi, nella specie, della transazione – come correttamente ha fatto la Corte distrettuale nel caso di specie.

Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta la violazione del D.P.R. n. 645 del 1994, art. 11, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché la Corte di Appello avrebbe erroneamente ridotto il compenso spettante al T., perché egli aveva operato in concorso con altri professionisti. Ad avviso del ricorrente, in tale ipotesi ciascun professionista conserva il diritto ad essere pagato per l’attività svolta in base alla propria tariffa professionale.

La censura è inammissibile.

La Corte di Appello ha ritenuto congrua l’applicazione dei valori medi di tariffa, non soltanto in funzione del coinvolgimento nella questione anche di altri professionisti (ratio attinta dal motivo) ma “… soprattutto alla luce della natura e consistenza delle prestazioni effettivamente rese” (cfr. pag. 7 della sentenza), evidenziando che lo stesso T. aveva dedotto, nel ricorso per decreto ingiuntivo, di aver ricevuto incarico dall’ A. solo di “concordare con i suoi difensori, avv.ti Domenico Mazziotti e Francesco Parisi, ogni opportuna iniziativa per addivenire ad una soluzione bonaria comportante il minor sacrificio possibile per il committente e che l’attività professionale prestata in esecuzione dell’incarico si sia esplicata anche in una serie di incontri e contatti telefonici con i predetti legali” (cfr. ancora pag. 7). Ne deriva che il riferimento ai valori medi è stato giustificato, nel ragionamento del giudice di merito, dalla consistenza dell’attività effettivamente resa. Questa ratio, che non è in alcun modo attinta dal motivo in esame, è sufficiente ad assicurare la stabilità della statuizione del giudice di merito.

Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 645 del 1994, art. 19, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché la Corte di Appello avrebbe ritenuto non provato l’assunto del T., secondo cui questi si sarebbe dovuto assentare dal proprio studio per otto giorni complessivi per seguire l’incarico oggetto di causa. Ad avviso del ricorrente, il giudice di merito non avrebbe considerato che l’indennità di assenza dallo studio è prevista non soltanto in relazione al tempo occorrente per il compimento dell’opera professionale, ma anche per quello del trasferimento dallo studio al luogo in cui detta opera viene in concreto fornita.

La censura è inammissibile.

La Corte di Appello di Salerno ha escluso il compenso per le cd. vacazioni ritenendo non provato numero e durata delle stesse. Anche qui, la ratio della decisione non risulta adeguatamente attinta dalla censura, poiché il ricorrente non indica alcun elemento, ritualmente acquisito agli atti del giudizio di merito e non esaminato dal la Corte distrettuale, dal quale emergerebbe la dimostrazione del numero e della durata delle vacazioni richieste.

Con il quarto motivo, il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 645 del 1994, art. 26, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché la Corte di Appello avrebbe escluso l’onorario per la redazione di atti, ritenendo provato soltanto che il T. avesse redatto una bozza di uno soltanto dei due atti di transazione, peraltro rimaneggiata poi da altro professionista.

La censura è inammissibile.

Anche in questo caso, la Corte di Appello di Salerno ha motivato la propria decisione, affermando che non sarebbe certa l’effettiva riferibilità al T. di uno soltanto (e non, comunque, di entrambi) gli atti di transazione di cui è causa. Inoltre, la Corte territoriale ha anche osservato che il T. aveva esposto, nella parcella inoltrata all’Ordine di appartenenza, alla voce “predisposizione di atti” l’importo di Lire 400.000, che, anche sommato a quello ritenuto congruo, pari a Lire 3.293.750, non comportava comunque il superamento della somma di lire 5.000.000 pacificamente già versata dall’ A. al T.. Da tale statuizione, non attinta dalla censura in esame, discende il difetto di interesse concreto del T. al motivo di impugnazione, poiché l’eventuale accoglimento della doglianza non consentirebbe di attribuire alla parte ricorrente alcun beneficio concreto. In ogni caso, infatti, il T. non avrebbe diritto ad alcun ulteriore compenso, rispetto a quello a suo tempo già percepito dall’ A., a fronte dell’attività effettivamente resa in favore di quest’ultimo.

In definitiva, il ricorso va rigettato.

Le spese del presente giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza nei confronti della parte controricorrente.

Stante il tenore della pronuncia, va dato atto – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo contributo unificato, pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

PQM

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del presente giuizio di legittimità, che liquida in Euro 2.500, di cui Euro 200 per esborsi, oltre rimborso delle spese generali in misura del 15%, iva, cassa avvocati ed accessori tutti come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 9 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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