Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36288 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. II, 23/11/2021, (ud. 17/06/2021, dep. 23/11/2021), n.36288

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BELLINI Ubaldo – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11007-2018 proposto da:

BRIANZACQUE SRL, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BISAGNO, 5,

presso lo studio dell’avvocato GIULIA CERATTI, rappresentata e

difesa dall’avvocato FRANCESCO VERSACI;

– ricorrente –

contro

PROVINCIA DI MONZA E BRIANZA, elettivamente domiciliata in MONZA, VIA

GRIGNA, 13, presso lo studio dell’avvocato ELISABETTA BAVIERA, che

la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4082/2017 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 27/09/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/06/2021 dal Consigliere Dott. VARRONE LUCA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La società Brianzacque proponeva opposizione avverso cinque ordinanze ingiunzione aventi tutte ad oggetto la violazione del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 101 e art. 133, comma 1, relativa allo scarico di acque inquinanti per inosservanza del limite di accettabilità del parametro azoto ammoniacale, e di altri parametri (BOD5, solidi sospesi totali, fosforo totale, azoto totale e escherichia coli).

Il Tribunale rigettava l’opposizione per tre delle cinque ordinanze opposte, mentre dichiarava la cessazione della materia del contendere per le restanti due che erano state revocate.

2. La società Brianzacque proponeva appello avverso la suddetta sentenza.

3. La Corte d’Appello di Milano rigettava l’impugnazione. In particolare, la Corte evidenziava che la violazione contestata si riferiva al superamento del limite di accettabilità del parametro azoto ammoniacale (e degli altri parametri) nelle acque di scarico. Il fatto storico dell’avvenuto superamento dei limiti non era contestato. La tesi difensiva dell’opponente si fondava sul fatto che l’amministrazione provinciale fosse a conoscenza delle criticità strutturali e funzionali degli impianti di depurazione e che, pertanto, nessuna responsabilità poteva riconoscersi in capo a Brianzacque posto che le richiamate criticità strutturali e funzionali erano al più imputabili al proprietario dell’impianto e non al mero gestore del servizio.

3.1 Secondo la Corte d’Appello doveva confermarsi e condividersi quanto osservato dal primo giudice circa il fatto che la previsione di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 133, comma 1, si riferiva testualmente a chiunque violasse il limite contenuto nella norma senza distinzione tra i destinatari ed i rispettivi ruoli ed ambiti di competenza. Brianzacque, ente gestore dell’impianto, era responsabile della violazione anche a titolo di concorso con l’ente proprietario titolare dell’autorizzazione rilasciata dalla Provincia proprio perché, essendone a conoscenza e dovendo controllare, aveva consentito l’effettuazione ripetuta di scarichi di acque reflue con oggettivo superamento dei valori limite imposti dalla legge come da accertamento effettuato su campioni d’acqua prelevato da ARPA U.O. il 23 settembre 2009 e l’11 maggio 2010.

In presenza di tali presupposti la carenza funzionale dell’impianto di depurazione e la necessità di onerosi interventi di ammodernamento dello stesso non potevano assumere rilievo scriminante. L’appellante non aveva provato di aver agito senza colpa, al contrario aveva ammesso di essere ben consapevole degli illeciti, ma di averli tollerati, ritenendoli in qualche modo giustificati dalle difficoltà di ammodernamento degli impianti di depurazione. La condotta, pertanto, doveva qualificarsi come colposa e la partecipazione della Provincia al capitale sociale dell’ente gestore non poteva produrre effetti liberatori sotto il profilo della responsabilità soggettiva. Il fatto che la Provincia avesse riconosciuto le deficienze funzionali e i limiti dell’impianto di Monza non significava che avesse inteso così derogare, né avrebbe potuto, agli standard di legge permanendo a carico dell’ente proprietario e dell’ente gestore l’obbligo di controllare la percentuale di agenti inquinanti e impedirne gli scarichi. Peraltro, secondo la Corte d’Appello non vi era alcun difetto di motivazione avuto riguardo alla tipologia di provvedimento impugnato e non era ravvisabile, ai sensi della L. n. 689 del 1981, art. 4, l’esimente dello stato di necessità, consistente in un’effettiva situazione di pericolo imminente di un grave danno alla persona non altrimenti evitabile, ovvero nell’erronea convinzione, provocata da circostanze oggettive, di trovarsi in tale situazione. Non era stata fornita, infatti, alcuna prova nella fattispecie che l’effettuazione dei doverosi controlli avrebbe comportato la necessità di interrompere drasticamente per lungo tempo l’attività di scarico mentre risultava provato che la condotta stigmatizzata dal legislatore era foriera di gravissimo danno per l’ambiente.

4. La società Brianzacque ha proposto ricorso per cassazione sulla base di tre motivi di ricorso.

5. La Provincia di Monza e Brianza si è costituita con controricorso.

6. Entrambe le parti, con memorie depositate in prossimità dell’udienza, hanno insistito nelle rispettive richieste.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso è così rubricato: violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3 per violazione e/o falsa applicazione della L. n. 689 del 1981, artt. 3 e 18 e del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 133.

La censura attiene alla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo della colpa mentre nella specie vi erano circostanze oggettive certamente non imputabili alla ricorrente, quali il fatto che il depuratore di Monza non fosse performante e non rispettasse i requisiti richiesti dalla normativa in materia di scarichi fognari. Peraltro, tale insufficienza del trattamento dei reflui era ben nota a tutti i livelli amministrativi, tanto che la stessa Provincia di Monza-Brianza dava esplicitamente atto del superamento dei limiti nell’autorizzazione allo scarico n. 25 del 16 marzo 2011 rilasciata a Brianzacque. Secondo la Società ricorrente, pertanto, costituirebbe fatto notorio che l’impianto non poteva rispettare gli standard di legge in ragione dei consistenti interventi che avrebbero dovuto interessare il depuratore di Monza. D’altra parte, nella stessa autorizzazione di cui sopra la Provincia aveva evidenziato tali limiti, riconoscendo che il depuratore non fosse tecnologicamente in grado di assicurare la denitrificazione completa dei liquami, né tantomeno la rimozione completa dei composti dell’azoto. Non sarebbe possibile, dunque, ascrivere a Brianzacque la responsabilità dell’illecito commesso in mancanza dei presupposti anche normativi in ragione dell’approvazione e del conseguente rilascio da parte dell’ente resistente dell’autorizzazione allo scarico nelle specifiche condizioni in cui versava il depuratore in parola.

2. Il secondo motivo di ricorso è così rubricato: violazione dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 – 5, per violazione e/o falsa applicazione della L. n. 689 del 1981, art. 4, nonché per insufficiente motivazione della sentenza gravata.

Secondo il ricorrente sussisterebbe nella specie lo stato di necessità di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 4. Le gravissime condizioni in cui versava l’impianto di depurazione, infatti, erano tali da imporre un intervento di ristrutturazione poi effettivamente realizzato tra il 2016 e il 2017, reso operativo nel gennaio 2018. L’attività in questione, infatti, costituiva un pubblico servizio non suscettibile di essere interrotto per nessun motivo. L’impianto era attivo da oltre 50 anni e l’attività di scarico non poteva essere interrotta, pena l’implosione dell’impianto e la fuoriuscita incontrollata dei reflui con gravissimo danno per l’ambiente. La società Brianzacque si era premurata di segnalare i superamenti alle autorità competenti e aveva fatto tutto quanto in suo potere per contrastare le concentrazioni di azoto ammoniacale all’ingresso del depuratore per non incorrere nelle sanzioni di legge, fermo restando che la società non aveva alcun potere di inibire il conferimento in pubblica fognatura di liquami misti, né tantomeno il potere di interrompere il trattamento degli stessi con relativo scarico nel corpo recettore. In qualità di gestore dell’impianto avrebbe provato di aver adottato tutte le misure tecniche idonee ad evitare il superamento dei limiti e quindi di aver agito senza colpa.

Le sanzioni amministrative, peraltro, sarebbero illegittime ogni qual volta i soggetti pubblici alla data di accertamento della violazione dispongano, come nella specie, di progetti esecutivi cantierabili finalizzati ad eliminare le cause dell’illecito.

2.1 I primi due motivi di ricorso, che stante la loro evidente connessione possono essere trattati congiuntamente, sono in parte inammissibili in parte infondati.

La Società ricorrente ripropone le medesime tesi sostenute nel giudizio di merito sull’assenza di colpevolezza per inesigibilità della condotta e sulla esistenza di una esimente rappresentata dallo stato di necessità.

La Corte d’Appello ha evidenziato come, nel caso di specie, non sussistano i presupposti per invocare l’inesigibilità della condotta. In particolare, si legge nella sentenza impugnata che Brianzacque in qualità di ente gestore dell’impianto, insieme all’ente proprietario titolare dell’autorizzazione rilasciata dalla Provincia, doveva controllare l’effettuazione degli scarichi con il rispetto dei valori limite imposti dalla legge. Le carenze funzionali dell’impianto di depurazione e le necessità di ammodernamento degli stessi non erano circostanze idonee ad escludere la colpa o far ritenere sussistente l’esimente dello stato di necessità. La ricorrente non aveva fornito alcuna prova circa il fatto che l’effettuazione dei doverosi interventi e controlli avrebbe comportato la necessità di interrompere drasticamente e per lungo tempo l’attività di scarico, mentre al contrario risultava provata la condotta illecita, foriera di gravissimo danno per l’ambiente. Non vi era in atti alcun elemento dal quale desumere una situazione di pericolo imminente di un danno grave alla persona non altrimenti evitabile ovvero dell’erronea convinzione provocata da circostanze oggettive di trovarsi in tale situazione. Peraltro, anche accedendo all’ipotesi secondo la quale il pubblico servizio di scarico non poteva essere interrotto, era comunque obbligo del gestore di attivarsi con ogni mezzo per garantire il funzionamento a norma dell’impianto di depurazione.

La sentenza della Corte d’Appello di Milano è conforme alla giurisprudenza di legittimità sul principio di colpevolezza e di esimente dello stato di necessità in materia di sanzioni amministrative ed è immune dalle censure prospettate.

Come evidenziato dalla Corte d’Appello, nel caso in esame non è contestato l’elemento oggettivo dell’illecito, essendo pacifico che gli impianti di depurazione gestiti dalla ricorrente (Monza e Vimercate) non erano perfettamente funzionanti e che ciò determinava lo scarico di acque con superamento dei valori di emissione previsti nelle tabelle di cui all’allegato 5, parte terza, del D.Lgs. n. 152 del 2006.

Ciò premesso deve osservarsi che, come evidenziato anche dal giudice del merito, D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 133, comma 1, fa riferimento a “chiunque” effettui uno scarico di acque con superamento dei limiti di emissione. La disciplina in tema di divieto di scarichi inquinanti trova il suo fondamento prioritario nella fondamentale esigenza di tutela dell’ambiente e della salute della collettività e, a tal fine, la disposizione citata prevede il massimo ampliamento del precetto, applicabile a tutte le ipotesi in cui vi sia uno scarico di acque fuori dei limiti previsti e indipendentemente dalla qualità del soggetto agente. L’individuazione del soggetto attivo dell’illecito in “chiunque”, corrispondente al dato normativo, agli interessi tutelati e alla forma di tutela che la previsione dell’illecito persegue, rende evidente l’infondatezza della tesi difensiva secondo cui la Società ricorrente, essendo solo il soggetto gestore dell’impianto, non è responsabile dello scarico.

La censura di violazione della L. n. 689 del 1981, artt. 3 e 4, è inammissibile prima ancora che infondata, in quanto basata in entrambi i casi su presupposti del tutto generici e indimostrati.

Quanto all’elemento soggettivo, risulta del tutto priva di consistenza la tesi del ricorrente circa la mancanza di colpevolezza. Una volta ammessa la sussistenza, sul piano oggettivo, della violazione ascritta, non può condividersi la prospettazione con la quale la società ricorrente ne postula l’esclusione sotto il profilo soggettivo, argomentando dal fatto che la Provincia di Monza e Brianza fosse a conoscenza del malfunzionamento del depuratore di Monza e che il trattamento dei reflui fosse del tutto insufficiente. La responsabilità per l’effettuazione dello scarico, infatti, ricade certamente sul soggetto gestore degli impianti, chiamato a verificare il rispetto dei valori limite previsti dalla normativa in materia di scarichi di acque reflue. Si tratta di una fattispecie di illecito incentrata sulla mera condotta (di scarico), secondo un criterio di agire o di omettere doveroso, e il giudizio di colpevolezza è ricollegato dalla L. n. 689 del 1981, art. 3, modellato sull’art. 42 c.p., comma 4, sulla sussistenza della coscienza e volontà della condotta attiva o omissiva, sia essa dolosa o colposa. Deve ribadirsi, infatti, che per l’illecito amministrativo, così come per le contravvenzioni, la differenziazione in ordine al criterio di imputazione soggettivo dell’illecito sfuma, anzi, si potrebbe dire che è irrilevante, perché, ai fini della colpevolezza, risulta sufficiente riscontrare la semplice colpa. In altri termini in tema di sanzioni amministrative è necessaria e al tempo stesso sufficiente la coscienza e la volontà della condotta attiva o omissiva, senza che occorra la concreta dimostrazione del dolo o della colpa. In tal senso deve darsi continuità al principio che, partendo dall’esame della norma, desume che l’indagine sull’elemento soggettivo dell’illecito coincide con l’accertamento della consapevolezza della condotta inosservante (la c.d. suitas), sicché, integrata e provata dall’autorità amministrativa la fattispecie tipica dell’illecito e la suddetta consapevolezza, grava sul trasgressore, in virtù della L. n. 689 del 1981, art. 3, l’onere di provare di aver agito in assenza di colpevolezza.

Nella specie, non essendo contestata la coscienza e la volontà dell’azione, va conseguentemente disattesa la prospettazione circa la mancanza di responsabilità affermata dalla società ricorrente non potendosi attribuire rilievo, per quanto si è detto, sia alla deduzione circa la consapevolezza della provincia di Monza-Brianza del malfunzionamento del depuratore di Monza sia all’insufficienza del trattamento dei reflui.

Infatti, in materia di illecito amministrativo, la buona fede dell’autore del medesimo può rilevare come causa di esclusione della responsabilità amministrativa solo quando l’errore sulla liceità del fatto risulti incolpevole, occorrendo a tal fine un elemento positivo idoneo ad indurre un errore siffatto, non ovviabile dall’interessato con l’ordinaria diligenza, restando escluso che la mera tolleranza della p.a. costituisca un fatto idoneo a radicare la buona fede dell’agente, tanto più quando l’autore della violazione, come nel caso della Società ricorrente, rivesta una particolare qualità, indice di una sua competenza specifica e di un onere di diligenza rafforzato (c.d. criterio dell’homo eiusdem condicionis et professionis e cioè della persona scrupolosa che opera secondo i criteri della prevedibilità e dell’evitabilità dell’evento).

Neanche può ritenersi sussistente un errore scusabile in capo a Brianzacque, in quanto non vi è stata alcuna falsa rappresentazione della realtà circa la liceità della condotta e cioè la sua corrispondenza al precetto normativo.

Non ricorrono le ipotesi di caso fortuito o forza maggiore che pur non essendo espressamente menzionate dalla L. 24 novembre 1981, n. 689, debbono ritenersi implicitamente incluse nella previsione dell’art. 3 ed astrattamente idonee ad escludere la responsabilità dell’agente. La relativa nozione, infatti, va desunta dall’art. 45 c.p., richiedendo quali presupposti necessari l’imprevedibilità o l’inevitabilità nella commissione del fatto da accertarsi positivamente mediante specifica indagine da parte del giudice del merito. Nel caso di specie, la Corte d’Appello, con idonea motivazione, ha escluso tanto l’imprevedibilità che l’inevitabilità della condotta di scarico di acque inquinanti, tale giudizio, rimesso alla valutazione del giudice del fatto non è sindacabile nel giudizio di legittimità, salvo che nei ristretti limiti di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5. Infatti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo introdotto dalla L. n. 134 del 2012, il vizio denunciabile è limitato all’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione fra le parti, essendo stata così sostituita la precedente formulazione (omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio). Pertanto, non possono essere sollevate doglianze per censurare, ai sensi dell’art. 360, n. 5 citato, la correttezza logica del percorso argomentativo della sentenza, a meno che non sia denunciato come incomprensibile il ragionamento ovvero che la contraddittorietà delle argomentazioni si risolva nella assenza o apparenza della motivazione (in tal caso, il vizio è deducibile quale violazione della legge processuale ex art. 132 c.p.c.).

A tal proposito deve evidenziarsi che il ricorrente non evidenzia alcun fatto la cui valutazione sia stata omessa e, dunque, la censura si risolve nella sollecitazione ad effettuare una nuova valutazione di risultanze istruttorie, come emerse nel corso dei precedenti gradi del procedimento, cosi mostrando di anelare ad una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito giudizio di merito volto all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di cassazione.

Del pari inammissibile è la censura relativa alla violazione della L. n. 689 del 1981, art. 4, per esservi stata una situazione di stato di necessità. Con specifico riguardo alla suddetta scriminante, infatti, è indispensabile, ai fini della sua configurabilità (e, perciò, allo scopo del riconoscimento della fondatezza della sua prospettazione in sede giudiziale, che deve ovviamente essere supportata da un idoneo riscontro probatorio gravante sul ricorrente), che ricorra un’effettiva situazione di pericolo imminente di danno grave alla persona, non altrimenti evitabile, ovvero – quando si invochi detta esimente in senso putativo – l’erronea persuasione di trovarsi in tale situazione, provocata non da un mero stato d’animo, ma da circostanze concrete (oggettive) che la giustifichino (cfr., ad es., Cass. n. 3961/1989, Cass. n. 4710/1999, Cass. n. 18099/2005 e Cass. n. 14286/2010).

La società ricorrente non ha allegato alcun elemento dal quale desumere la sussistenza dei suddetti elementi, limitandosi a richiamare genericamente l’impossibilità di procedere alla ristrutturazione e all’adeguamento dell’impianto in modo da rispettare le prescrizioni di legge senza tuttavia fornire alcun elemento concreto in tal senso. D’altra parte, la tesi dell’impossibilità di procedere ai lavori di adeguamento è smentita dal fatto che tali lavori, successivamente, sono stati effettuati, come riportato dalla stessa ricorrente.

Deve, quindi, qui riconfermarsi il principio di diritto sulla scorta del quale, in tema di cause di giustificazione, l’allegazione da parte del contravventore dell’erronea supposizione della sussistenza dello stato di necessità deve basarsi non già su un mero criterio soggettivo, riferito, cioè, al solo stato d’animo dell’agente, bensì su dati di fatto concreti e che siano univocamente idonei a poter comportare un imminente pericolo di danno grave per un soggetto non altrimenti ovviabile, e, quindi, tali da giustificare l’erroneo convincimento in capo al trasgressore di trovarsi in tale stato.

3. Il terzo motivo di ricorso è così rubricato: violazione dell’art. 60 c.p.c., n. 3, per violazione e/o falsa applicazione della L. n. 689 del 1981, art. 18, comma 1 e insufficiente motivazione della sentenza impugnata.

La censura è sostanzialmente ripetitiva delle precedenti. L’elemento di novità riguarda la presunta violazione della L. n. 689 del 1981, art. 18 in relazione al fatto che la Provincia non aveva ritenuto di accogliere le motivazioni espresse all’interno della memoria difensiva del 23 ottobre 2012 e nelle ordinanze ingiunzione non vi sarebbe alcuna traccia della valutazione del contenuto della suddetta memoria. Da ciò discenderebbe un vizio dell’ordinanza con conseguente suo annullamento.

3.1 Il terzo motivo di ricorso è inammissibile.

In primo luogo, il motivo difetta di specificità in quanto il ricorrente richiama la sua memoria difensiva L. n. 689 del 1981, ex art. 18, senza tuttavia riportarne il contenuto ma limitandosi a riferire che in tale memoria era riportata un’ampia e articolata descrizione delle ragioni che deponevano per l’archiviazione del procedimento sanzionatorio. In ogni caso deve qui richiamarsi il principio di diritto secondo il quale: “i vizi di motivazione in ordine alle difese presentate dall’interessato in sede amministrativa non comportano la nullità del provvedimento, e quindi l’insussistenza del diritto di credito derivante dalla violazione commessa, in quanto il giudizio di opposizione non ha ad oggetto l’atto, ma il rapporto, con conseguente cognizione piena del giudice, che potrà (e dovrà) valutare le deduzioni difensive proposte in sede amministrativa (eventualmente non esaminate o non motivatamente respinte), in quanto riproposte nei motivi di opposizione, decidendo su di esse con pienezza di poteri, sia che le stesse investano questioni di diritto che di fatto” (ex plurimis Sez. 2, Sent. n. 12503 del 2018, Sez. U, Sent. n. 1786 del 2010).

Dunque, anche qualora la motivazione non prenda posizione con sufficiente illustrazione dell’iter logico giuridico seguito per disattendere le difese presentate con memoria L. n. 689 del 1981, ex art. 18, ciò non costituisce motivo per l’annullamento ope iudicis a seguito di opposizione, in quanto con la medesima opposizione si apre un giudizio di cognizione pieno, teso a verificare la validità sostanziale del provvedimento, attraverso un autonomo esame della ricorrenza dei presupposti di fatto e di diritto dell’infrazione; sicché non hanno rilievo i vizi di motivazione dell’ordinanza ingiunzione connessi al fatto che l’autorità ingiungente non abbia, o non abbia adeguatamente valutato le deduzioni difensive dell’incolpato, formulate in sede amministrativa, ben potendo tali deduzioni essere fatte valere dinanzi al giudice.

4. Alla stregua delle argomentazioni complessivamente svolte il ricorso, dunque, deve essere rigettato.

5. Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

6. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente principale di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dell’art. 1 bis dello stesso art. 13, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento nei confronti della parte resistente delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2800 più 200 per esborsi;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente principale di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dell’art. 1 bis dello stesso art. 13, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 2 Sezione civile, il 17 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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