Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36284 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. II, 23/11/2021, (ud. 15/06/2021, dep. 23/11/2021), n.36284

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. GIANNACARI Rossana – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24552-2019 proposto da:

O.D.D., rappresentato e difeso dall’avv. ELENA TORDELA e

domiciliato presso la cancelleria della Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di BARI, depositata il 22/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/06/2021 dal Consigliere Dott. OLIVA STEFANO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con il decreto impugnato il Tribunale di Bari rigettava il ricorso proposto da O.D.D. avverso il provvedimento della Commissione territoriale competente che aveva respinto la sua domanda di protezione, internazionale ed umanitaria.

Propone ricorso per la cassazione di detta decisione O.D.D., affidandosi a sette motivi.

Il Ministero dell’Interno, intimato, non ha svolto attività difensiva nel presente giudizio di legittimità.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente solleva la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, per violazione dell’art. 3 Cost., comma 1, art. 24 Cost., commi 1 e 2, e art. 111 Cost., commi 1, 2 e 7, perché la fissazione del termine di trenta giorni per proporre ricorso straordinario in Cassazione, a decorrere dalla comunicazione del provvedimento di rigetto adottato dal giudice di merito, costituirebbe una eccessiva compressione del diritto di difesa del richiedente asilo e introdurrebbe una deroga illogica, in peius, rispetto al termine generale di 60 giorni previsto per la proposizione del ricorso in Cassazione.

La questione è manifestamente infondata.

Va preliminarmente rilevata l’assenza di una disposizione di rango costituzionale che preveda un termine generale di impugnazione dei provvedimenti giurisdizionali. Il legislatore ordinario è quindi libero di prevedere, in relazione alle singole tipologie di impugnazione, termini diversi di impugnazione, in ragione da un lato delle peculiarità del singolo rito, e dall’altro lato delle esigenze di celere definizione di determinati giudizi.

La materia della protezione internazionale è caratterizzata, come già affermato, da una evidente esigenza di celerità del giudizio. Da un lato, infatti, il richiedente asilo ha diretto interesse ad un sollecito esame della sua domanda per poter accedere, ove ne sussistano i presupposti, ai diversi statuti di protezione, internazionale o umanitaria, previsti dalla normativa Eurounitaria e dal diritto interno. Dall’altro lato, lo Stato ha un convergente interesse alla rapida definizione del contenzioso al fine di certificare quali soggetti abbiano diritto ad essere protetti, e quindi a soggiornare liberamente nel territorio nazionale e ad accedere ai vari servizi previsti dalla normativa interna, e quali invece debbano essere avviati al rimpatrio. Sotto questo profilo, anche la previsione della non appellabilità del provvedimento che conclude il giudizio di riconoscimento della protezione, internazionale o umanitaria, appare coerente con le predette esigenze di celerità.

In aggiunta, la previsione del termine di trenta giorni, decorrente dalla comunicazione del provvedimento conclusivo del giudizio, per la proposizione del ricorso straordinario in Cassazione, appare coerente con il carattere deformalizzato del giudizio di riconoscimento della protezione, internazionale o umanitaria. Pur nella considerazione del necessario formalismo che caratterizza il ricorso innanzi la Corte di Cassazione, infatti, non appare irragionevole prevedere, in relazione ad un giudizio celere e a forma libera, un termine specifico di impugnazione, differente da quello di sessanta giorni previsto dall’art. 325 c.p.c., comma 2, per la proposizione del ricorso in Cassazione avverso i provvedimenti a contenuto decisorio in materia civile. Peraltro, la censura neppure specifica rispetto a quale particolare categoria di soggetti si configurerebbe il trattamento irragionevolmente differenziato che, nella prospettazione del ricorrente, la legge riserverebbe al richiedente asilo.

Con il secondo motivo il ricorrente solleva la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 13, per violazione dell’art. 3 Cost., comma 1, art. 24 Cost., commi 1 e 2 e art. 111 Cost., commi 1, 2 e 7, nella parte in cui detta norma prevede che la procura speciale per la proposizione del ricorso in Cassazione debba essere rilasciata dal richiedente asilo, a pena di inammissibilità del ricorso stesso, in data successiva alla comunicazione del decreto di rigetto impugnato. Ad avviso del ricorrente, la previsione introdurrebbe un onere decadenziale non previsto dall’art. 369 c.p.c., comma 2, posto che tale ultima disposizione dispone soltanto l’improcedibilità del ricorso nell’ipotesi di mancato deposito della procura speciale agli atti del relativo fascicolo.

Anche questa questione è manifestamente infondata.

Va premesso infatti che non le caratteristiche che la procura speciale per la proposizione del ricorso in Cassazione deve presentare non sono disciplinate da alcuna norma di rango costituzionale. L’art. 369 c.p.c., comma 2, che costituisce norma di legge ordinaria, prevede che il ricorrente abbia l’onere, a pena di improcedibilità del ricorso, di depositare nella cancelleria della Corte di Cassazione, unitamente al ricorso -e quindi nel termine fissato dal comma 1 della disposizione in esame- la procura speciale, se questa è conferita con atto separato dal ricorso stesso. La disposizione è stata pacificamente interpretata da questa Corte nel senso che la procura debba contenere elementi idonei a garantirne la specialità, e quindi:

1) debba contenere riferimenti specifici alla proposizione del ricorso in Cassazione e al provvedimento da impugnare (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 7611 del 14/08/1997, Rv. 506780; conf. Cass. Sez. 3, Sentenza n. 10235 del 04/08/2000, Rv. 539160; Cass. Sez. U, Sentenza n. 10266 del 27/04/2018, Rv. 648132-03) ovvero essere materialmente unita al ricorso al quale si riferisce (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 3831 del 05/07/1979, Rv. 400285; conf. Cass. Sez. L, Sentenza n. 4980 del 08/03/2006, Rv. 587586; Cass. Sez. L, Sentenza n. 15692 del 03/07/2009, Rv. 609311; Cass. Sez. 1, Sentenza n. 23777 del 14/11/2011, Rv. 620654);

2) non debba contenere espressioni contrastanti con il requisito di specialità (cfr. Cass. Sez. L, Ordinanza n. 28146 del 05/11/2018, Rv. 651515 e Cass. Sez. 6-3, Ordinanza n. 18257 del 24/07/2017, Rv. 645155);

3) debba risultare conferita in data successiva a quella del deposito del provvedimento impugnato (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 27012 del 07/12/2005, Rv. 586026; conf. Cass. Sez. L, Sentenza n. 5554 del 09/03/2011, Rv. 616301; Cass. Sez. 6-3, Ordinanza n. 19226 del 11/09/2014, Rv. 633148; Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 17901 del 27/08/2020, Rv. 658572).

Il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 13, prevede che “La procura alle liti per la proposizione del ricorso per cassazione deve essere conferita, a pena di inammissibilità del ricorso, in data successiva alla comunicazione del decreto impugnato; a tal fine il difensore certifica la data di rilascio in suo favore della procura medesima”. A parte la differenza tra le conseguenze previste, rispettivamente, dall’art. 369 c.p.c., comma 2 e dalla disposizione in esame, per l’inosservanza del requisito formale da esse contemplato -improcedibilità, nel caso dell’art. 369 c.p.c., comma 2, ed inammisibilità, nel caso di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 13, – la struttura delle due norme appare sostanzialmente coincidente, posto che in entrambi i casi si può agevolmente individuare la comune ratio di assicurare che la specialità della procura a proporre ricorso in Cassazione sia garantita dal suo rilascio in epoca successiva al provvedimento da impugnare. Per maggior precisione, in epoca successiva al deposito del provvedimento stesso, nel caso di cui all’art. 369 c.p.c., ed alla sua comunicazione, nel caso del decreto conclusivo del giudizio di riconoscimento della protezione internazionale. Sotto questo profilo, dunque, non si configura alcun trattamento irragionevolmente differenziato tra le due norme in commento.

Ne’ si configura alcuna sostanziale differenza tra le conseguenze processuali specificamente previste dalle due predette disposizioni: tanto nel caso di improcedibilità che di inammissibilità del ricorso, infatti, è precluso alla Corte di Cassazione l’esame dei motivi di censura proposti dal ricorrente e, in ambedue i casi, si producono gli effetti previsti dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

Peraltro le Sezioni Unite di questa Corte, recentemente intervenute per dirimere un contrasto giurisprudenziale insorto tra le diverse sezioni, hanno ritenuto che la norma speciale di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, che richiede, ai fini della validità del mandato speciale conferito al difensore per la proposizione del ricorso in sede di legittimità, l’espressa certificazione, da parte del predetto difensore, anche solo con unica sottoscrizione, sia dell’autenticità della firma del ricorrente, che della data del conferimento della procura, che per legge dev’essere successiva a quella della comunicazione del decreto impugnato, non collide né con i principi e le norme costituzionali, né con quelli posti dalla Convenzione E.D.U. e dalle altre norme di carattere Eurounitario (cfr. Cass. Sez. U, Sentenza n. 15177 del 01/06/2021, non massimata).

Con il terzo motivo, il ricorrente solleva la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, per violazione dell’art. 3 Cost., comma 1, art. 24 Cost., commi 1 e 2, art. 111 Cost., commi 1, 2 e comma 5, art. 117 Cost., comma 1, nonché in relazione all’art. 46, par. 3, della Direttiva 2013/32/UE e degli artt. 6 e 13 della Convenzione E.D.U., perché la scelta del rito camerale previsto dagli artt. 737 e ss. c.p.c. non assicurerebbe in modo adeguato l’effettività del diritto di difesa del richiedente asilo.

La questione è manifestamente infondata.

Occorre premettere che nella materia della protezione internazionale ed umanitaria il giudice ordinario non esercita un sindacato limitato alla regolarità dell’atto impugnato, con il quale la commissione territoriale concede, o nega, la tutela in concreto invocata dal richiedente, o del procedimento che è stato in concreto seguito per l’adozione di detto atto. La cognizione del giudice ordinario, infatti, ha ad oggetto la spettanza del diritto soggettivo alla protezione invocato dallo straniero (Cass. Sez. U, Sentenza n. 32045 dell’11/12/2018, in particolare pagg. 6 e ss., e Cass. Sez. U, Sentenza n. 32177 del 12/12/2018, in particolare pagg. 9 e ss.; nonché Cass. Sez. U, Ordinanza n. 5059 del 28/02/2017, Rv. 643118).

Ne consegue che in sede giurisdizionale si realizza la garanzia del contraddittorio pieno tra le parti ed il giudice si pronuncia sul diritto soggettivo alla protezione (cfr. Cass. Sez. 1, Sentenza n. 30105 del 21/11/2018, Rv. 653226; Cass. Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 7385 del 22/03/2017, Rv. 643652; nonché la recente Cass. Sez. U, Sentenza n. 29459 del 13/11/2019, Rv. 656062, in particolare alle pagg. 12 e ss.), con conseguente irrilevanza delle eventuali nullità relative al procedimento svoltosi innanzi le commissioni territoriali.

Il procedimento in camera di consiglio è certamente adeguato ad assicurare adeguata tutela al diritto di difesa del richiedente asilo, posto che esso prevede la garanzia del contraddittorio tra le parti e consente al ricorrente, in vista del peculiare carattere deformalizzato del procedimento, di introdurre i temi di indagine ed i fatti ritenuti rilevanti a sostegno della domanda di protezione, internazionale o umanitaria, senza onere di rispettare la scansione temporale e le preclusioni previste invece dal rito civile ordinario.

Peraltro va considerato che i più recenti approdi giurisprudenziali della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e di questa stessa Corte -in relazione ai quali si rinvia a quanto sarà di seguito diffusamente esposto in relazione al quinto motivo del ricorso- hanno affermato con chiarezza il diritto del richiedente asilo ad essere ascoltato, almeno in una occasione, in sede amministrativa o giurisdizionale; l’obbligo che il relativo verbale o trascrizione sia messo a disposizione del giudice competente a decidere sull’impugnazione del provvedimento di rigetto della domanda di asilo; la possibilità di detto giudice di rinnovare l’audizione ove ne ravvisi la necessità, pur in presenza della videoregistrazione del primo colloquio svolto dinanzi la Commissione territoriale; l’obbligo, da parte del giudice, di disporre detto rinnovo ogni qualvolta nel ricorso vengano dedotti fatti nuovi, non preventivamente dedotti ed approfonditi nella fase amministrativa; ovvero quando il ricorso contenga l’istanza del richiedente di essere ascoltato, con la precisazione degli aspetti in ordine ai quali egli intende fornire chiarimenti, e sempre che la domanda non venga ritenuta manifestamente infondata o inammissibile (sul punto, si veda la giurisprudenza indicata nella trattazione del quinto motivo di ricorso).

La struttura del giudizio camerale, quindi, nella sua declinazione conseguente all’attività interpretativa della Corte di Giustizia e dalla Corte di Cassazione, è idonea da un lato ad assicurare la piena protezione del diritto di difesa del richiedente asilo, e dall’altro a consentire il sollecito esame della domanda di protezione, il che corrisponde, come già affermato in relazione al primo motivo di ricorso, ad un preciso interesse del richiedente stesso.

Con il quarto motivo il ricorrente solleva, in subordine, la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, commi 9, 10 e 11, per violazione dell’art. 3 Cost., comma 1, art. 24 Cost., commi 1 e 2, art. 111 Cost., commi 1 e 2 e art. 117 Cost., comma 1, nonché in relazione all’art. 46, par. 3, della Direttiva 2013/32/UE e degli artt. 6 e 13 della Convenzione E.D.U., perché l’abrogazione del giudizio di appello e la previsione della non necessarietà dell’audizione del richiedente asilo in sede giudiziaria, avrebbe comportato una ingiusta compressione del diritto di difesa di quest’ultimo.

La censura è manifestamente infondata.

Va premesso che non si ravvisa alcuna norma di rango costituzionale che preveda l’obbligo del doppio grado di giurisdizione in materia civile. Il legislatore ordinario, pertanto, è libero di prevedere che, in determinate materie, il giudice si pronunci in unico grado o con provvedimento non appellabile. Ciò è previsto, peraltro, non soltanto in materia di protezione internazionale, a seguito dell’entrata in vigore della novella di cui al D.L. n. 13 del 2017, convertito in L. n. 46 del 2017, bensì in numerose altre ipotesi, in cui il legislatore, nell’esercizio della sua discrezionalità, abbia ritenuto preferibile, in ragione della tipologia degli interessi in gioco, delle posizioni soggettive coinvolte nel giudizio, della sussistenza di peculiari esigenze di celerità, ovvero dell’esistenza di una fase precedente a quella giurisdizionale, nella quale sia comunque assicurato un confronto dialettico tra le parti, accordare una forma di tutela in unico grado, ovvero prevedere l’inappellabilità del provvedimento conclusivo del giudizio di merito. Gli unici limiti che il legislatore deve osservare, nell’esercizio della predetta discrezionalità, sono quelli della necessità di assicurare l’effettività del diritto di difesa, sancito dall’art. 24 Cost., di non introdurre trattamenti irragionevolmente differenziati a detrimento dei diritti di talune categorie di soggetti, in aderenza al principio di eguaglianza sostanziale di cui all’art. 3 Cost., e di assicurare il rispetto dei principi del cd. giusto processo, stabiliti dall’art. 111 Cost.. Nessuno di detti limiti è violato nel caso di specie, posto che, come già detto in relazione alle questioni di legittimità costituzionale sollevate dal ricorrente con i primi tre motivi, la struttura del giudizio di riconoscimento della protezione internazionale garantisce da un lato la piena esplicazione del contraddittorio tra le parti, e dall’altro lato il pieno rispetto del diritto di azione e difesa in giudizio del richiedente asilo. Ne’, di conseguenza, si configura alcuna lesione del principio di eguaglianza, posto che la peculiare disciplina del giudizio in esame appare coerente, come già detto in precedenza, con le esigenze che ad esso sono sottese, e considerata la genericità della doglianza proposta dal ricorrente, che anche in questo caso non individua alcuna categoria soggettiva rispetto alla quale sussisterebbe il dedotto profilo di violazione del criterio di eguaglianza.

In tema di audizione, peraltro, il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, prevede, al comma 10, che “E’ fissata udienza per la comparizione delle parti esclusivamente quando il giudice: a) visionata la videoregistrazione di cui al comma 8, ritiene necessario disporre l’audizione dell’interessato; b) ritiene indispensabile richiedere chiarimenti alle parti; c) dispone consulenza tecnica ovvero, anche d’ufficio, l’assunzione di mezzi di prova”. Il successivo comma 11 dispone a sua volta che “L’udienza è altresì disposta quando ricorra almeno una delle seguenti ipotesi: a) la videoregistrazione non è disponibile; b) l’interessato ne abbia fatto motivata richiesta nel ricorso introduttivo e il giudice, sulla base delle motivazioni esposte dal ricorrente, ritenga la trattazione del procedimento in udienza essenziale ai fini della decisione; c) l’impugnazione si fonda su elementi di fatto non dedotti nel corso della procedura amministrativa di primo grado”.

Questa Corte ha inizialmente interpretato la norma in esame affermando che, in assenza di videoregistrazione del colloquio svoltosi dinanzi la Commissione territoriale, è indispensabile la fissazione dell’udienza (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 17717 del 05/07/2018, Rv. 649521; conf. Cass. Sez. 6-1, Ordinanza n. 27182 del 26/10/2018, Rv. 651513; Cass. Sez. 6-1, Ordinanza n. 14148 del 23/05/2019, Rv. 654198) anche nel caso in cui il predetto colloquio sia stato effettuato davanti alla Commissione territoriale in data anteriore alla consumazione del termine di 180 giorni dall’entrata in vigore del D.L. n. 13 del 2017, convertito nella L. n. 46 del 2017, “… essendo l’udienza di comparizione delle parti, anche in tale ipotesi, conseguenza obbligata della mancanza della videoregistrazione” (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 32029 del 11/12/2018, Rv. 651982); a meno che, ovviamente, “… il richiedente non abbia dichiarato di non volersi avvalere del supporto contenente la registrazione del colloquio” (Cass. Sez. 6-1, Ordinanza n. 17076 del 26/06/2019, Rv. 654445).

Con l’ulteriore precisazione, però, che ciò non implica anche l’automatica necessità di ripetere l’audizione del richiedente asilo (Cass. Sez. 6-1, Ordinanza n. 2817 del 31/01/2019, Rv. 652463), a condizione che sia comunque assicurata al richiedente asilo la facoltà di rendere le proprie dichiarazioni, davanti alla Commissione o al Tribunale (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 5973 del 28/02/2019, Rv. 652815; conf. Cass. Sez. 6-1, Ordinanza n. 1088 del 20/01/2020, Rv. 658369). Si è anche ulteriormente precisato che a nulla rileva il fatto che il ricorrente, nel contestare la nullità del decreto per omessa fissazione dell’udienza nel caso di indisponibilità della videoregistrazione del primo colloquio, “… abbia omesso di prospettare anche le ragioni per le quali l’erronea applicazione della regola processuale abbia comportato un pregiudizio per la decisione di merito, in quanto la mancata videoregistrazione del colloquio, incidendo su un elemento centrale del procedimento, ha palesi ricadute sul suo diritto di difesa” (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 10786 del 17/04/2019, Rv. 653473).

Successivamente questa Corte ha acceduto ad una lettura del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, maggiormente orientata in conformità con quanto disposto dall’art. 46, par. 3, della Direttiva 2013/32/UE, nell’interpretazione che di quest’ultima norma era stata negli anni fornita dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, valorizzando anche il fatto che la normativa nazionale, nel prevedere la videoregistrazione del colloquio svolto dinanzi la Commissione territoriale, ha introdotto un quid pluris rispetto alla normativa Eurounitaria.

La Corte di Giustizia, nella sentenza 26.7.2017, resa nella causa C-348/16, Moussa Sacko, ha affermato che il giudice nazionale investito del ricorso avverso un provvedimento amministrativo di diniego della protezione internazionale ha la facoltà di respingere la domanda anche in assenza di audizione del richiedente, a condizione che quest’ultima si sia svolta nella fase amministrativa del procedimento, che siano stati messi a disposizione del giudice il verbale o la trascrizione di detto colloquio, e che al giudice sia comunque consentito di disporre una nuova audizione dell’interessato, ove la ritenga necessaria ai fini del completo esame degli elementi di fatto e diritto della domanda. Con questa decisione, la Corte di Giustizia ha in sostanza operato una netta saldatura tra le due fasi, amministrativa e giurisdizionale, del procedimento di riconoscimento della protezione internazionale, fissando il principio generale per cui l’obbligo di completo esame della domanda, sancito dall’art. 46, par. 3, della Direttiva 2013/32/UE (cd. “Direttiva procedure”) dev’essere interpretato non soltanto con riferimento alla seconda fase, giurisdizionale, bensì all’intero procedimento.

Con l’ulteriore sentenza del 19 marzo 2020, resa nella causa C-406/18, LH c/ Bevandorsi es Menekeilteigyi Hivatal, la Corte di Giustizia, pur ribadendo la tendenziale necessità di ascoltare il richiedente asilo nella fase giurisdizionale, ha precisato che l’assenza del colloquio non si riflette automaticamente in una compressione dei diritti fondamentali dell’individuo, posto che questi ultimi possono soggiacere a restrizioni, a condizione che queste ultime siano giustificare da obiettivi interessi di natura generale e non costituiscano un intervento sproporzionato e inaccettabile, come tale idoneo a ledere la sostanza del diritto garantito.

Infine, con la sentenza del 6 luglio 2020, resa nella causa C-517/17, Mikiyos Addis, la Corte di Giustizia ha affermato l’incompatibilità con la Direttiva procedure di una decisione di rigetto della domanda di asilo assunta dal giudice nazionale in mancanza di qualsiasi audizione del richiedente asilo, tanto nella fase giurisdizionale che in quella precedente, amministrativa, posta la natura fondamentale della garanzia del contraddittorio cui l’ascolto dell’interessato è preposto nell’ambito della legislazione dell’Unione.

In sostanza, la Corte di Giustizia ha complessivamente affermato che:

1) nella procedura di riconoscimento della protezione internazionale è necessaria e sufficiente almeno una audizione del richiedente asilo;

2) ove questa si svolga nella fase amministrativa, il relativo verbale o trascrizione deve essere messo a disposizione del giudice competente a decidere sulla impugnazione del provvedimento di rigetto dell’istanza di protezione;

3) detto giudice deve sempre essere libero di fissare una nuova audizione, ove lo ritenga necessario al fine di assicurare il completo esame degli elementi di fatto e diritto della domanda.

Questa Corte, in perfetta aderenza con la linea interpretativa seguita dalla Corte di Giustizia -ed, anzi, anticipandone in un certo senso il definitivo approdo- ha precisato che “ove il ricorso contro il provvedimento di diniego di protezione contenga motivi o elementi di fatto nuovi, il giudice, se richiesto, non può sottrarsi all’audizione del richiedente, trattandosi di strumento essenziale per verificare, anche in relazione a tali nuove allegazioni, la coerenza e la plausibilità del racconto, quali presupposti per attivare il dovere di cooperazione istruttoria” (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 27073 del 23/10/2019, Rv. 656871). E, ancor più di recente, che “In tema di protezione internazionale è nullo, per violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 10 e 11, il provvedimento del giudice di merito che, in assenza della videoregistrazione del colloquio del richiedente innanzi alla Commissione territoriale, fissi l’udienza di comparizione escludendo, in via preventiva, la necessità di procedere all’audizione del cittadino straniero; tuttavia, in tal caso è onere di quest’ultimo procedere all’immediata contestazione della nullità, ex art. 157 c.p.c., comma 2, dovendosi, in difetto, ritenere integrata la sanatoria del vizio” (Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 15954 del 24/07/2020, Rv. 658247). Nella motivazione di detto ultimo provvedimento si è precisato che poiché la valutazione sulla credibilità della storia personale riferita dal richiedente asilo è “… fondata anche su un giudizio di verosimiglianza nel quale assumono rilievo centrale le modalità con cui, in concreto, viene narrato il racconto, è evidente che la ratio della norma che impone la fissazione dell’udienza in ogni caso in cui non sia disponibile la videoregistrazione del colloquio svoltosi in sede amministrativa risiede nell’esigenza di consentire l’effettivo incontro tra richiedente e giudice, al fine di consentire al primo la facoltà di esercitare pienamente il diritto al contraddittorio ed al secondo la possibilità di esercitare, in concreto, il potere-dovere di cooperazione istruttoria. Ne consegue che è contrario allo spirito della norma l’atto con il quale il giudice di merito, non avendo a sua disposizione la videoregistrazione, decida comunque di escludere a priori la possibilità stessa dell’ascolto del richiedente, con ciò di fatto svuotando di significato concreto le disposizioni di cui ai già richiamati del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, commi 10 e 11”. Con queste decisioni la Corte, partendo dal fatto che l’ordinamento nazionale prevede -come già detto- un quid pluris rispetto a quello Eurounitario, consistente nella videoregistrazione del colloquio svolto dinanzi la Commissione territoriale, ha in sostanza ritenuto che il giudice investito dell’impugnazione del provvedimento di diniego non possa esimersi dal valutare se sussistono, in concreto ed alla luce del contenuto del ricorso proposto dal richiedente asilo, le condizioni affinché una seconda audizione sia necessaria al fine di assicurare il completo esame degli elementi di fatto e diritto della domanda, in aderenza al disposto del già richiamato art. 46, par. 3, della Direttiva procedure. La fissazione dell’udienza di comparizione con contestuale preventiva esclusione della nuova audizione, dunque, se non sostenuta da adeguata e specifica motivazione, è contraria allo spirito della norma, nazionale ed Eurounitaria, poiché preclude apriori il completo esame degli elementi di fatto e diritto della domanda di asilo e si pone pertanto in contrasto tanto con la ratio del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, commi 10 e 11 quanto, con l’art. 46, par. 3, della Direttiva procedure.

Approfondendo la disamina del rapporto tra colloquio (o audizione) e videoregistrazione, questa Corte ha ulteriormente chiarito (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 21584 del 07/10/2020, Rv. 658982; conf. Cass. Sez. 1, Sentenza n. 22049 del 13/10/2020, Rv. 659115) che anche la presenza della videoregistrazione del primo colloquio non toglie che l’audizione rappresenti comunque un momento centrale per la valutazione della credibilità e della coerenza del racconto del richiedente asilo, come dimostrato proprio dalla disposizione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 10, lett. a). Dunque, la predetta disposizione va necessariamente interpretata nel senso che, fermo il principio per cui l’obbligo di fissazione dell’udienza non implica automaticamente anche quello di rinnovare l’audizione del richiedente, tuttavia il giudice è tenuto a disporla quando:

a) nel ricorso vengano dedotti fatti nuovi a sostegno della domanda di asilo (ipotesi prevista dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 11, lett. c)), poiché in tal caso va assicurato il confronto tra il giudice ed il richiedente, ed il diritto di quest’ultimo di essere ascoltato, su detti nuovi elementi, non preventivamente dedotti ed approfonditi nella fase amministrativa;

b) il giudice ritenga necessaria una nuova audizione, anche in assenza di nuove deduzioni, per acquisire chiarimenti in ordine alle incongruenze e contraddizioni rilevate dalla Commissione nelle dichiarazioni del richiedente asilo (ipotesi prevista dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 10, lett. a) e b));

c) il ricorso contenga l’istanza del richiedente di essere ascoltato, con la precisazione degli aspetti in ordine ai quali egli intende fornire chiarimenti, e sempre che la domanda non venga ritenuta manifestamente infondata o inammissibile (ipotesi prevista dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 11, lett. b)).

Nel caso di specie, il ricorrente non indica di aver dedotto, nel ricorso proposto al giudice di merito, alcuno specifico tema o elemento nuovo, non previamente approfondito in occasione dell’audizione innanzi la Commissione territoriale, né di aver proposto con il predetto atto specifica istanza di essere ascoltato, corredata dall’indicazione degli aspetti in relazione ai quali egli intendeva rendere chiarimenti. Dal che discende la manifesta infondatezza della questione di costituzionalità posta con il motivo in esame, poiché essa risulta formulata in termini meramente ipotetici e senza alcun riferimento concreto alla specifica fattispecie oggetto del presente ricorso.

Peraltro la questione si collega con il quinto motivo, con il quale il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 9, 10 ed 11, perché il Tribunale avrebbe omesso di fissare l’udienza, pur in assenza della videoregistrazione del colloquio svoltosi innanzi la Commissione territoriale.

La censura è infondata, poiché dall’esame del fascicolo del giudizio di merito, consentito al Collegio per la verifica della sussistenza del vizio processuale denunziato, risulta che il giudice di merito aveva regolarmente fissato l’udienza di comparizione delle parti, precisamente per la data del 27.2.2019. Nessun ulteriore adempimento era richiesto, posta la natura eventuale della rinnovazione dell’audizione del richiedente asilo e la mancanza, nella censura in esame, dell’indicazione degli specifici temi o elementi nuovi, non previamente approfonditi in occasione dell’audizione innanzi la Commissione territoriale, né della deduzione di aver proposto, con il ricorso in sede giurisdizionale, specifica istanza di essere ascoltato, corredata dall’indicazione degli aspetti in relazione ai quali egli intendeva rendere chiarimenti.

Con il sesto motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, il D.Lgs. n. 286 del 1998, perché il giudice di merito avrebbe erroneamente denegato anche il riconoscimento della protezione umanitaria.

Con il settimo ed ultimo motivo il ricorrente lamenta la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 2 e 3, il D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2,7 e 14, art. 10 Cost., 8 della Direttiva 2004/83/CE, 8 della Direttiva 2011/95/UE, nonché dell’art. 3 della Convenzione E.D.U., perché il Tribunale non avrebbe tenuto in alcuna considerazione la situazione di violenza generalizzata esistente in Camerun, Paese di origine del richiedente asilo.

Le due ultime censure, che meritano una trattazione congiunta, sono inammissibili.

Il Tribunale ha infatti esaminato la condizione del Camerun, con citazione delle C.O.I. consultate e delle notizie specifiche da esse tratte, tra cui, in particolare, la precisazione che nella zona dalla quale proviene il ricorrente non vì è violenza indiscriminata, esistente invece in altre partì del Paese. Il ricorrente non si confronta con tale statuizione, non indicando C.O.I. alternative né contestando specificità, idoneità o aggiornamento di quelle utilizzate dal giudice di merito. In proposito, occorre ribadire che “In tema di protezione internazionale, ai fini della dimostrazione della violazione del dovere di collaborazione istruttoria gravante sul giudice di merito, non può procedersi alla mera prospettazione, in termini generici, di una situazione complessiva del Paese di origine del richiedente diversa da quella ricostruita dal giudice, sia pure sulla base del riferimento a fonti internazionali alternative o successive a quelle utilizzate dal giudice e risultanti dal provvedimento decisorio, ma occorre che la censura dia atto in modo specifico degli elementi di fatto idonei a dimostrare che il giudice di merito abbia deciso sulla base di informazioni non più attuali, dovendo la censura contenere precisi richiami, anche testuali, alle fonti alternative o successive proposte, in modo da consentire alla S.C. l’effettiva verifica circa la violazione del dovere di collaborazione istruttoria” (Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 26728 del 21/10/2019, Rv. 655559). Ove manchi tale specifica allegazione, è precluso a questa Corte procedere ad una revisione della valutazione delle risultanze istruttorie compiuta dal giudice del merito. Solo laddove nel motivo di censura vengano evidenziati precisi riscontri idonei ad evidenziare che le informazioni sulla cui base il predetto giudice ha deciso siano state effettivamente superate da altre e più aggiornate fonti qualificate, infatti, potrebbe ritenersi violato il cd. dovere di collaborazione istruttoria gravante sul giudice del merito, nella misura in cui venga cioè dimostrato che quest’ultimo abbia deciso sulla scorta di notizie ed informazioni tratte da fonti non più attuali. In caso contrario, la semplice e generica allegazione dell’esistenza di un quadro generale del Paese di origine del richiedente la protezione differente da quello ricostruito dal giudice di merito si risolve nell’implicita richiesta di rivalutazione delle risultanze istruttorie e nella prospettazione di una diversa soluzione argomentativa, entrambe precluse in questa sede.

In definitiva, va data continuità al principio secondo cui “In tema di protezione internazionale, il motivo di ricorso per cassazione che mira a contrastare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle cd. fonti privilegiate, di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, deve evidenziare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione, in violazione del cd. dovere di collaborazione istruttoria, sono state oggettivamente travisate, ovvero superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate” (v. Cass. Sez.1, Ordinanza n. 4037 del 18/02/2020, Rv. 657062).

Per quanto poi attiene la condizione personale del richiedente, il Tribunale dà atto che lo stesso non aveva documentato alcun profilo di integrazione sociolavorativa, poiché erano state prodotte soltanto alcune buste paga relative a rapporti di lavoro a tempo determinato. Anche questa statuizione non viene specificamente attinta dalle censure in esame con le quali il ricorrente non indica alcun profilo specifico di vulnerabilità soggettiva, ovvero di integrazione sociolavorativa in Italia, che il giudice di merito non avrebbe considerato, o avrebbe erroneamente sottovalutato.

In definitiva, il ricorso va rigettato.

Nulla per le spese, in difetto di svolgimento di attività difensiva da parte del Ministero intimato di legittimità.

Stante il tenore della pronuncia, va dato atto ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo contributo unificato, pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnata se, dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dell’art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della seconda sezione civile, il 15 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

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