Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36283 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. II, 23/11/2021, (ud. 18/05/2021, dep. 23/11/2021), n.36283

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13042-2017 proposto da:

C.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE GIULIO

CESARE, 71, presso lo studio dell’avvocato ANDREA DEL VECCHIO,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIULIO RIVADOSSI;

– ricorrente-

contro

G.L.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI VAL

GARDENA 3, presso lo studio dell’avvocato LUCIO DE ANGELIS, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato GUIDO RAFFAGLIO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 303/2017 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 28/02/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/05/2021 dal Consigliere Dott. TEDESCO GIUSEPPE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Per quanto interessa in questa sede, la Corte d’appello di Brescia ha confermato la sentenza del Tribunale della stessa città fra C.M. e la madre G.L.M.. Il Tribunale, da un lato, aveva rigettato la domanda del C. volta a fare accertare la simulazione assoluta della donazione del 24 maggio 1995, a rogito del notaio G., avente ad oggetto la somma di Lire 230.000.000; dall’altro, aveva accolto la domanda riconvenzionale della Gheza, volta a fare accertare che la compravendita in data 24 maggio 1991, di un immobile ad uso ufficio, intercorsa fra la madre e il figlio, costituiva negotium mixtum com donatione.

Per la cassazione della sentenza C.M. ha proposto ricorso affidato a quattro motivi.

G.L.M. ha resistito con controricorso.

Le parti hanno depositato memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. In via preliminare osserva il Collegio che la morte di G.L.M., resa nota dal ricorrente con la memoria, non ha alcuna rilevanza nel presente giudizio di legittimità. Infatti, nel giudizio di cassazione, in considerazione della particolare struttura e della disciplina del procedimento di legittimità, non è applicabile l’istituto dell’interruzione del processo, con la conseguenza che la morte di una delle parti, intervenuta dopo la rituale instaurazione del giudizio, non assume alcun rilievo, né consente agli eredi di tale parte l’ingresso nel processo (Cass. n. 1757/2016).

Sempre in via preliminare si deve dichiarare l’inammissibilità del controricorso di G.L.M., che è stato notificato tramite servizio postale, con spedizione del plico il 4 luglio 2017 oltre il termine di quaranta giorni di cui agli artt. 369 e 370 c.c. (Cass. n. 21829/2007).

La notificazione del ricorso, infatti, avvenuta a mezzo del servizio postale, è stata ricevuta il 18 maggio 2017.

2. Il primo motivo di ricorso denuncia violazione degli artt. 404 e 409 c.c. e degli artt. 75 e 300 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Il ricorrente rimprovera alla Corte d’appello di non avere dichiarato l’interruzione del processo a seguito dell’apertura dell’amministrazione di sostegno di G.M.L.. Si evidenzia che, nella stessa sentenza impugnata, si dà atto della produzione, da parte del difensore della beneficiaria, del decreto del giudice tutelare.

Il motivo è infondato. Le norme che disciplinano l’interruzione del processo sono preordinate alla tutela della parte colpita dal relativo evento, la quale è l’unica legittimata a dolersi dell’irrituale continuazione del processo nonostante il verificarsi della causa interruttiva, sicché la mancata interruzione del processo non può essere rilevata d’ufficio dal giudice, né essere eccepita dall’altra parte come motivo di nullità (Cass. n. 17199/2016; n. 24025/2009).

3. Il secondo motivo denuncia violazione degli artt. 769 e 1362 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 Si censura la sentenza nella parte in cui la Corte d’appello ha riconosciuto la validità della donazione del 24 maggio 1995, a rogito del notaio G., avente ad oggetto la somma di Lire 230.000.000. Il ricorrente sostiene che la Corte d’appello, una volta riconosciuto che dinanzi al notaio rogante non ci fu consegna di denaro, avrebbe dovuto dichiarare la nullità del negozio in quanto affetto da simulazione assoluta.

Il terzo motivo denuncia violazione degli artt. 1325,1346,1418 e 1421 c.c., sempre in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Con tale motivo, coordinato al motivo precedente, la sentenza è censurata per avere la Corte d’appello supposto che il negozio del 24 maggio 1995 non avesse avuto ad oggetto una somma di denaro erogata contestualmente, bensì la regolarizzazione di elargizioni precedenti. Il ricorrente sostiene che tale ricostruzione, in base alla quale la liberalità consisteva nella remissione del debito, costituiva l’esito di un’interpretazione non giustificata dal testo del contratto, né da altri elementi rilevanti a questi fini. Il ricorrente pone in luce che la stessa convenuta, nella memoria del 21 novembre 2012, aveva ammesso che non ci fu consegna del denaro.

4. I motivi, da esaminare congiuntamente, sono infondati. Costituisce principio acquisito nella giurisprudenza della Suprema Corte quello secondo cui “In tema di simulazione di un contratto di compravendita immobiliare, la prova per testi soggiace a limitazioni diverse a seconda che si tratti di simulazione assoluta o relativa. Nel primo caso, l’accordo simulatorio, pur essendo riconducibile tra i patti per i quali opera il divieto di cui all’art. 2722 c.c., non rientra tra gli atti per i quali è richiesta la forma scritta ad substantiam o ad probationem, menzionati dall’art. 2725 c.c., avendo natura ricognitiva dell’inesistenza del contratto apparentemente stipulato, sicché la prova testimoniale è ammissibile in tutte e tre le ipotesi contemplate dal precedente art. 2724 c.c.. Nel secondo caso, occorre distinguere, in quanto se la domanda è proposta da creditori o da terzi – che, essendo estranei al negozio, non sono in grado di procurarsi le controdichiarazioni scritte – la prova per testi o per presunzioni non può subire alcun limite; qualora, invece, la domanda venga proposta dalle parti o dagli eredi, la prova per testi, essendo diretta a dimostrare l’esistenza del negozio dissimulato, del quale quello apparente deve rivestire il necessario requisito di forma, è ammessa soltanto nell’ipotesi di cui all’art. 2724 citato, n. 3,c ioe’ quando il contraente ha senza colpa perduto il documento, ovvero quando la prova è diretta fare valere l’illiceità del negozio (Cass. n. 10240/2007).

Il principio, stabilito per la compravendita immobiliare, è applicabile anche nel caso in cui sia fatta valere la simulazione di una donazione, per la quale l’art. 782 c.c. prescrive Patto pubblico, (Cass. 14197/2013; n. 18204/2017). Qualunque donazione deve farsi per atto pubblico: la forma è necessaria sia che si tratti di beni immobili sia di beni mobili. In materia è stato chiarito che “In tema di simulazione del contratto, il principio di prova scritta che, ai sensi dell’art. 2724 c.c., n. 1, consente eccezionalmente la prova per testi (e, quindi, presuntiva) deve consistere in uno scritto, proveniente dalla persona contro la quale la domanda è diretta, diverso dalla scrittura le cui risultanze si intendono così sovvertire e contenente un qualche riferimento al patto che si deduce in contrasto con il documento” (Cass. n. 11467/2016).

L’apprezzamento del giudice di merito sull’esistenza del principio di prova scritta ed in particolare sull’idoneità dello scritto a rendere verosimile il fatto allegato è insindacabile in cassazione (Cass. n. 2337/1981; n. 802/1992).

5. Risulta dalla sentenza impugnata che l’attuale ricorrente aveva sostenuto che il principio di prova scritta si ritrovava nella memoria di replica del 30 ottobre 2012, con la quale il difensore di controparte avrebbe riconosciuto che non ci fu passaggio del denaro dinanzi al notaio. In proposito la Corte d’appello ha riconosciuto che la frase estrapolata dallo scritto difensivo non integrava “affatto un principio di prova scritta, idoneo a consentire l’ammissione della prova per testimoni”. La Corte d’appello ha poi ritenuto irrilevante l’interrogatorio formale e inammissibile il giuramento decisorio.

Ebbene, una volta negata l’esistenza del principio di prova scritta, la esistenza della donazione, nei termini affermati nell’atto pubblico, non poteva essere superata mediante ricorso a considerazioni logiche o presuntive, ma solo mediante la contra scrittura o tramite confessione circa l’inesistenza del negozio o con il giuramento.

Consegue da quanto sopra che la ratio decidendi della decisione impugnata, prima ancor” che nel riconoscimento della ragionevolezza della interpretazione del negozio quale remissione del debito fatta per spirito di liberalità, è ravvisabile, da un lato, nella mancanza di un principio di prova scritta, che impediva il ricorso alla prova per testimoni e per presunzioni, dall’altro, nella riconosciuta irrilevanza dell’interrogatorio formale e del giuramento.

Il ricorrente, senza censurare la ratio decidendi sul difetto del principio di prova scritta e sulla irrilevanza dei mezzi di prova, sostiene che Corte d’appello avrebbe dovuto comunque riconoscere la simulazione assoluta del contratto, “dovendosi ritenere assodata la mancata consegna di denaro da G.L. a C.M. nel giorno dell’atto”. L’obiezione non tiene conto che nella simulazione assoluta si fa un contratto di donazione, ma le parti sono d’accordo che nulla vogliono compiere e che i rapporti patrimoniali tra di loro non subiscano alcuna modificazione in base a quel contratto. Nella specie, quindi, la simulazione si sarebbe avuta se donante e donatario avessero inteso creare una situazione di pura apparenza, non avendo mai la donante erogato alcunché al figlio e non essendo quindi configurabile “l’assunzione di possesso” affermata nell’atto pubblico. Il ricorrente continua invece ad affermare la simulazione in dipendenza del solo fatto che non ci fu, dinanzi al notaio, passaggio di denaro, il che non contraddice il carattere effettivo della donazione. Come giustamente riconosciuto dalla Corte d’appello, “oggetto della prova” non era il fatto storico della mancata consegna della somma, “ma il diverso accordo contrattuale diretto a far apparire (…) come voluta, e accettata, una donazione che, per volontà comune, era inesistente e che nulla modificava nei rapporti fra madre e figlio”.

In quanto all’ulteriore affermazione della sentenza impugnata, che la donazione può essere compiuta anche tramite la remissione di un debito, essa riflette un convincimento effettivamente proposto dalla dottrina, che riconosce la possibilità della donazione liberatoria quando sia attuata mediante lo strumento contrattuale.

6. Con il quarto motivo, proposto in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, si censura la sentenza nella parte in cui la Corte d’appello ha ravvisato, nella compravendita del 24 maggio 1991, la fattispecie del negozio misto a donazione.

Gli elementi a questi fine valorizzati dalla Corte d’appello non erano significativi nel senso di far ritenere che il divario di valore, oggettivamente esistente, fosse giustificato da spirito di liberalità. La stessa disponente, nel successivo atto pubblico cui si riferiscono i precedenti motivi, aveva dichiarato di non aver fatto, in favore del donatario in base a quell’atto, alcuna precedente donazione.

Il motivo è infondato. Si insegna che per la identificazione del negotium mixtum cum donatione non basta la qualifica che all’atto hanno voluto attribuire le parti (Cass. n. 5584/2003), né la obiettiva sproporzione, ma occorre la volontà di compiere un atto a titolo oneroso, che presenta una causa, tipica o atipica, accompagnata dalla volontà di determinare l’arricchimento, come risultato dell’atto, e che la sproporzione sia voluta per spirito di liberalità (Cass. n. 23297/2915; n. 10614/2016; n. 1955/2007).

Incombe alla parte che intenda far valere in giudizio il negotium mixtum cum donatione l’onere di provare sia la sussistenza di una sproporzione di significativa entità tra le prestazioni, sia la consapevolezza di essa e la sua volontaria accettazione da parte dell’alienante in quanto indotto al trasferimento del bene a tali condizioni dall’animus donandi nei confronti dell’acquirente (Cass. n. 19601/2004).

L’accertare nei singoli casi se l’attribuzione patrimoniale da parte del disponente abbia come causa lo spirito di liberalità importa una complessa valutazione degli elementi concreti della causa e si risolve in un apprezzamento di merito, incensurabile in cassazione quando sia congruamente e logicamente motivato (Cass. n. 111/1964).

Orbene la ricostruzione della fattispecie, quale emerge dalla sentenza, impugnata, non rileva errori nella identificazione dei requisiti che debbono ricorrere ai fini della sussistenza del negotium mixtum cum donatione. La Corte d’appello, accertata l’esistenza della sproporzione fra le prestazioni, ha riconosciuto che di essa la donante era consapevole e che l’avesse voluta per spirito di liberalità, tenuto conto della entità della medesima e del rapporto affettivo fra madre e figlio. La Corte di merito ha aggiunto che il proposito della donante era coerente con “le altre donazioni via via compiute anche a favore degli altri figli, e delle stesse nipoti, figlie dell’attore oltre che con la destinazione di quella porzione di immobile a “studio” del convenuto, e ciò anche prescindendo dalle difficoltà economiche di quest’ultimo, delle quali, del resto (indipendentemente dal successivo fallimento), si fa riferimento nello stesso atto di citazione”.

Tali considerazioni, coerenti con la nozione dell’istituto, non ritenevano errori logici o giuridici. Esse sono perciò incensurabili i questa sede di legittimità.

Il rilievo, proposto dal ricorrente, che la donante, nel successivo atto pubblico di cui ai motivi precedenti, avesse dichiarato di non avere fatto precedenti donazione, allude a una circostanza che non inficia la valutazione del giudice di merito, trattandosi di dichiarazione che è riferita alle donazioni dirette e non a quelle indirette, che risultano appunto da atti diversi dal contratto tipico di donazione.

7. Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato.

Nulla sulle spese in conseguenza della inammissibilità del controricorso. Ci sono le condizioni per dare atto D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater, della “sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto”.

P.Q.M.

rigetta il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte de2 ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Seconda Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 18 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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