Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3626 del 10/02/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 10/02/2017, (ud. 10/01/2017, dep.10/02/2017),  n. 3626

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – rel. Consigliere –

Dott. CIRILLO Fracesco Maria – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27198-2015 proposto da:

Z.G.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE

DELLE MILIZIE 38, presso lo studio dell’avvocato MARIO MONZINI, che

lo rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

C.A., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CASSAZIONE, rappresentato e difeso dagli avvocati PAOLO

ROSSI, CLAUDIO BALEANI giusta delega in calce al controricorso e

ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 553/2015 della CORTE D’APPELLO di ANCONA del

9/12/2014, depositata il 21/04/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 10/01/2017 dal Consigliere Relatore Dott. BARRECA

GIUSEPPINA LUCIANA.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

– con la sentenza impugnata, la Corte d’appello ha accolto l’appello proposto dal C. contro la sentenza del Tribunale di Fermo che aveva rigettato la domanda di regresso dallo stesso avanzata nei confronti dello Z.G. per ottenere il rimborso del 50% della somma corrisposta a titolo di risarcimento danni in favore della danneggiate D.M. (in forza di sentenza del Tribunale di Fermo n. 341 del 18 aprile 2005, passata in giudicato, con la quale era stata affermata la responsabilità professionale di entrambi gli odontotecnici per cure odontoiatriche ritenute errate);

– la Corte d’appello ha fatto applicazione del terzo comma dell’art. 2055 c.c., reputando operante la presunzione di pari concorso di colpa dei diversi soggetti responsabili dell’unico fatto dannoso, in mancanza di prova contraria (il cui onere ha fatto gravare sul convenuto con l’azione di regresso, a fronte della prova fornita dall’attore di avere pagato l’intero e della richiesta di pagamento della metà);

– il ricorso principale è proposto con un motivo articolato in due censure;

l’intimato si difende con controricorso e propone ricorso incidentale con un motivo;

– ricorrendo uno dei casi previsti dall’art. 375, comma 1, su proposta del relatore della sezione sesta, il presidente ha fissato con decreto l’adunanza della Corte, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c.;

il decreto è stato notificato come per legge;

il ricorrente principale ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

– col primo motivo del ricorso principale si deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 1298 c.c. in relazione ad un’ipotesi di responsabilità extracontrattuale”, ai sensi art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sostenendosi che, poichè si tratta di illecito aquiliano, l’onere della prova sarebbe dovuto gravare sull’attore, con la conseguenza che sarebbe stato onere del C. provare il diverso grado delle rispettive colpe;

– in ogni caso, si censura l’operato del secondo giudice, per non aver ammesso la prova testimoniale già dedotta dallo Z.G. in primo grado;

– la prima censura è manifestamente infondata; la seconda è inammissibile;

– non è contestato che la sentenza n. 341 del 18 aprile 2005, con la quale è stata accolta la domanda risarcitoria della danneggiata proposta nei confronti di entrambi i professionisti, abbia correttamente applicato il principio risultante dall’art. 2055 c.c., e più volte ribadito da questa Corte secondo cui in tema di responsabilità solidale per fatto illecito imputabile a più persone, il vincolo di solidarietà che lega i coautori del fatto dannoso importa che il danneggiato possa pretendere la totalità della prestazione anche da uno solo dei coobbligati, mentre la diversa gravità delle rispettive colpe e la diseguale efficienza causale di esse possono avere rilevanza unicamente ai fini della ripartizione interna del peso del risarcimento fra i corresponsabili e cioè ai fini dell’azione di regresso (cfr. Cass. n. 9167/02 ed altre), con la conseguenza che il giudice del merito, adito dal danneggiato può e deve pronunciarsi sulla graduazione delle colpe solo se uno dei detti condebitori abbia esercitato l’azione di regresso nei confronti degli altri, atteso che solo nel giudizio di regresso può discutersi della gravità delle rispettive colpe e delle conseguenze da esse derivanti (cfr. Cass. n. 21664/05 ed altre);

– pertanto, con quella sentenza, che ha sancito la solidarietà tra corresponsabili nei confronti della danneggiata D., non si è formato alcun giudicato sulla graduazione delle colpe;

– l’attore, C.A., dimostrato di aver pagato l’intero, ha agito in regresso per ottenere la metà dal coobbligato Gianluca Z.G.. La Corte d’appello di Ancona, ritenendo che non vi fosse in atti la prova del maggiore gravità della colpa dell’attore, sostenuta dal convenuto, ha applicato la presunzione del comma 3;

– la decisione è corretta in diritto perchè presuppone una situazione di dubbio. L’onere della prova delle circostanze volte a superare l’eventuale situazione di dubbio spetta a quella delle parti -attore o convenuto, a seconda delle richieste superiori, pari od inferiori al 50%- che vi abbia interesse: così l’interesse sarà dell’attore se pretenda il rimborso di una somma superiore alla metà; sarà del convenuto se intende opporsi ad una richiesta pari alla metà, opponendo la propria totale assenza di colpa ovvero il grado inferiore di questa, poichè trattasi di fatto impeditivo della presunzione di pari concorso di colpa;

– la prima censura va perciò rigettata;

– la seconda è inammissibile perchè dedotta come violazione di legge, laddove invece riguarda la valutazione dei fatti e delle prove data dal giudice del merito, che – alla stregua di quanto emerso nel precedente giudizio – ha reputato non superata la presunzione di cui all’ultimo comma dell’art. 2055 c.c.;

– dal momento che la sentenza impugnata è stata pubblicata il 21 aprile 2015 si sarebbe dovuta fare applicazione l’art. 360 c.p.c., n. 5, come sostituito dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. b), convertito nella L. n. 134 del 2012, che consente esclusivamente la censura di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”; censura, quest’ultima, diversa da quelle avanzate con i motivi di ricorso principale;

– d’altronde la Corte di merito ha ben motivato quando ha affermato:

– per un verso, l’irrilevanza di quanto emerso nel giudizio intrapreso dalla danneggiata (cioè che “lo Z. si sia occupato soltanto saltuariamente delle cure effettuate alla D.”), poichè, come si legge in sentenza, “da una cooperazione colposa quantitativamente minoritaria non è lecito -con gravità, precisione e concordanza- desumere un diverso gradiente di responsabilità”;

– per altro verso, che, per ritenere quest’ultimo, sarebbe stata necessaria, secondo il giudice, l'”allegazione delle singole tipologie degli interventi svolti da ciascuno dei soggetti in causa e di quelli che hanno avuto in cura la creditrice”; allegazione, e correlata dimostrazione, che la Corte ha reputato non essere state oggetto delle richieste istruttorie dello Z.; il motivo di ricorso non censura specificamente questa valutazione;

– peraltro esso risulta gravemente carente quanto alla deduzione della decisività delle prove non ammesse, atteso che non riporta, nemmeno per sintesi, il contenuto delle circostanze sulle quali sarebbero stati chiamati a deporre i testimoni, limitandosi ad affermare genericamente che avrebbero dovuto essere sentiti “allo scopo di dimostrare l’assenza di qualsiasi responsabilità e/o comunque minimo grado di essa” (cfr. Cass. n. 13556/06, secondo cui “In tema di impugnazione per giudizio di legittimità, la parte che, in sede di ricorso per cassazione, addebiti a vizio della sentenza impugnata la mancata ammissione di prove testimoniali richieste nel giudizio di merito, ha l’onere, a pena di inammissibilità del ricorso, se non di trascrivere nell’atto di impugnazione i relativi capitoli, almeno di indicare in modo esaustivo le circostanze di fatto che formavano oggetto della disattesa istanza istruttoria, in quanto il detto ricorso deve risultare autosufficiente e, quindi, contenere in sè tutti gli elementi che diano al giudice di legittimità la possibilità di provvedere al diretto controllo della decisività dei punti controversi e della correttezza e sufficienza della motivazione della pronuncia impugnata, non essendo sufficiente un generico rinvio agli atti difensivi del pregresso giudizio di merito”; cfr., nello stesso senso, Cass. n. 4391/07, ord. n. 17915/10, n. 13677/12 ed altre);

– quanto poi ai documenti ed agli altri elementi probatori di cui è detto nella memoria del ricorrente, è sufficiente qui ribadire che la memoria ex art. 378 c.p.c., non può integrare i motivi del ricorso per cassazione, poichè assolve all’esclusiva funzione di chiarire ed illustrare i motivi di impugnazione che siano già stati ritualmente cioè in maniera completa, compiuta e definitiva enunciati nell’atto introduttivo del giudizio di legittimità, con il quale si esaurisce il relativo diritto di impugnazione (così, tra le più recenti, Cass. ord. n. 26760/14);

– in conclusione, il ricorso principale deve essere rigettato;

– con l’unico motivo del ricorso incidentale si censura la decisione di compensazione delle spese dei due gradi di merito;

– la norma applicabile è quella dell’art. 92 c.p.c., comma 2, nel testo applicabile dopo la prima modifica, apportata dalla L. n. 28 dicembre 2005, n. 263, che richiede che il giudice indichi esplicitamente nella motivazione i giusti motivi di compensazione;

– nel caso di specie, la sentenza è dotata di adeguato supporto motivazionale dato che vi si legge che “la complessità della fattispecie giustifica l’integrale compensazione delle spese dei due gradi di giudizio”. Sebbene si possa convenire col ricorrente incidentale sul fatto che le questioni di diritto poste dall’azione di regresso non siano “complesse”, questo comporta soltanto che il giudice di merito abbia utilizzato un’espressione impropria. In realtà, è palese il riferimento che il giudice ha inteso fare alla peculiarità della fattispecie concreta (perchè decisa sulla scorta di una presunzione di legge piuttosto che sulla prova positiva della pari corresponsabilità del convenuto);

perciò va rigettato anche il ricorso incidentale;

– la soccombenza reciproca consente di compensare le spese del giudizio di legittimità;

– sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale e per il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte, decidendo sui ricorsi, principale ed incidentale, li rigetta. Compensa le spese del giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale e per il ricorso incidentale, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della sesta sezione civile – 3 della Corte suprema di cassazione, il 10 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2017

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