Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36248 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. III, 23/11/2021, (ud. 23/06/2021, dep. 23/11/2021), n.36248

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRAZIOSI Chiara – Presidente –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

Dott. GIAIME GUIZZI Stefano – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 27518/2018 R.G. proposto da:

Krea S.r.l. in liquidazione, elettivamente domiciliata in Roma,

Piazza del Parlamento, n. 3, presso lo studio dell’Avv. Luca Maori,

che la rappresenta e difende unitamente all’Avv. Roberto Vellucci;

– ricorrente –

contro

Ipi Group S.r.l., elettivamente domiciliata in Roma, via Crescenzio,

n. 17/A, presso lo studio dell’Avv. Ivana Clemente, che la

rappresenta e difende unitamente all’Avv. Walter Cabras;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Firenze, n. 2904/2017

depositata il 26 febbraio 2018;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 23 giugno

2021 dal Consigliere Iannello Emilio.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Pronunciando in controversia tra la Ipi Group S.r.l. (locatrice di immobile ad uso commerciale) e la Krea S.r.l. in liquidazione (conduttrice) – che aveva già portato alla risoluzione del contratto per morosità con sentenza non definitiva (confermata in appello con pronuncia ora passata in giudicato) ed al rilascio dell’immobile locato -la Corte d’appello di Firenze, con sentenza n. 2904/2017 depositata il 26 febbraio 2018, in parziale riforma della successiva sentenza definitiva, ha accolto solo alcune delle domande avanzate in via riconvenzionale dalla conduttrice, rigettando le altre, con le quali questa aveva richiesto:

– il risarcimento del danno conseguente alla mancata posa in opera di tre contatori separati (di cui uno condominiale e uno relativo ad altro esercizio commerciale) necessaria per la ripartizione degli effettivi consumi di energia elettrica e dei costi degli altri servizi (ascensore, rifiuti, spurgo);

– il risarcimento del danno conseguente alla mancata apposizione dell’insegna pubblicitaria pattuita ed al mancato allestimento del centro commerciale (art. 5 del contratto);

– la riduzione del canone di locazione nella misura del 20% a causa della riduzione dell’area di parcheggio.

4. Avverso detta sentenza Krea S.r.l. in liquidazione propone ricorso affidato a quattro motivi, cui resiste Ipi Group S.r.l., depositando controricorso.

Non sono state depositate conclusioni dal Pubblico Ministero.

Entrambe le parti hanno depositato memorie ex art. 380-bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, violazione dell’art. 1575 c.c., in relazione al confermato rigetto della prima delle su elencate domande risarcitorie.

Sostiene che, in base alla previsione di cui all’art. 2 del contratto ed all’obbligo imposto al locatore dalla citata norma codicistica, di mantenere l’immobile locato in stato da servire all’uso convenuto e di garantirne il pacifico godimento durante la locazione, avrebbe dovuto concludersi che, nella specie, spettava al locatore (IPI Group) provvedere alla “posa in opera” di tre distinti contatori, al fine della ripartizione dei consumi.

2. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, “violazione degli artt. 1218,1455 e 2059 c.c. (in relazione al motivo n. 3 del giudizio di appello)”.

2.1. Lamenta che il rigetto della domanda risarcitoria riferita alla mancata apposizione dell’insegna è motivata in sentenza con una non pertinente e comunque infondata valutazione di non gravità dell’inadempimento.

Soggiunge che il danno patrimoniale conseguente all’inesatto adempimento dell’obbligazione al riguardo assunta era stato provato allegando i costi di altre insegne pubblicitarie.

2.2. Quanto poi al rigetto della pretesa risarcitoria riferita alla mancata realizzazione del centro commerciale, rileva che erroneamente la corte toscana ha ritenuto trattarsi di mero ritardo nell’adempimento e che, comunque, era stato dimostrato che detto ritardo aveva provocato un danno all’immagine del conduttore.

Soggiunge che è erroneo, sul punto, il riferimento in sentenza all’art. 1460 c.c., non essendo stata da alcuno sollevata eccezione di inadempimento.

3. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, violazione degli artt. 1575,1583 e 1584 c.c. in relazione al confermato rigetto della domanda diretta ad ottenere la riduzione del canone in conseguenza della riduzione dell’area di parcheggio (motivo n. 4 del giudizio di appello).

Deduce che, diversamente da quanto postulato in sentenza, la conduttrice non era tenuta a provare alcun danno ma che la riduzione del canone, in base alle norme richiamate, andava considerata conseguenza automatica della riduzione dell’area predetta.

4. Con il quarto motivo la ricorrente si duole del rigetto dell’eccezione di tardività della domanda di pagamento dell’indennità di occupazione: eccezione opposta sul rilievo che tale domanda, avanzata nell’atto di citazione per convalida di sfratto, non era stata riproposta nei successivi scritti difensivi (e segnatamente né nella memoria depositata in data 8 luglio 2015 nel termine concesso ex art. 426 c.p.c. con l’ordinanza che aveva disposto il mutamento di rito, né in successiva memoria depositata il 30 settembre 2015) ma solo nella memoria conclusionale del 22 dicembre 2015.

5. Il primo motivo è inammissibile, per inosservanza del requisito dettato dall’art. 366 c.p.c., n. 4.

Questo come noto impone, secondo pacifica interpretazione, che, dovendosi il ricorso tradurre in una critica della decisione impugnata secondo lo schema normativo con cui il mezzo è regolato dal legislatore, i motivi contengano l’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi, dunque, il motivo che non rispetti tale requisito, considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo, risolvendosi nella proposizione di un “non motivo” (v. Cass. 11/01/2005, n. 359; n. 18066 del 2019).

La sentenza impugnata fonda la statuizione sul punto essenzialmente su due convergenti rilievi: a) non sussiste il dedotto inadempimento, se non in minima e irrilevante parte; b) nessun danno ha comunque subito la conduttrice per la mancata apposizione di distinti contatori.

Rileva infatti, più in dettaglio, che: il contratto prevedeva in capo a IG (soltanto) “la “gestione in condominio” delle utenze e servizi comuni con ripartizione dei costi in base ai consumi effettivi, od anche solo tramite tabelle millesimali”; nessun obbligo espresso invece era nel senso che IG provvedesse all’installazione di più contatori per il preciso riparto dei consumi; IG, sulla scorta delle fatture del fornitore giratele da KREA, dal novembre 2014 aveva iniziato ad effettuare la ripartizione dei consumi tra i due conduttori, con comunicazione immediata agli interessati; IG aveva bensì assunto successivamente l’obbligo di intestarsi l’utenza, ma il non averlo fatto integra solo ritardo nell’adempimento, comunque di importanza minima considerata la morosità della controparte a partire da ottobre 2014 e, comunque, la sua mancata collaborazione; non ne era comunque seguito un aggravio dei costi sopportati da Krea dal momento che IG non utilizzava né locali del conduttore né parti condominiali; era semmai l’altro esercizio commerciale (Bimbo Store) unico interlocutore cui rivolgere eventuali pretese di rimborso, non a titolo contrattuale; dal canone relativo al mese di dicembre 2014 IG detrasse quota parte di consumi energia (circa 5.000 Euro), secondo il prospetto di riparto stabilito e comunicato per quel mese da IG stessa; manca la prova di un danno derivante dall’omessa ripartizione tramite contatori, poiché i calcoli eseguiti da IG e comunicati via via ai conduttori sono stati verificati dal c.t.u. come quasi coincidenti con i propri, eseguiti proporzionalmente alle superfici utilizzate rispettivamente dai conduttori.

Analoghe considerazioni sono poi svolte in sentenza anche con riferimento ai costi relativi ad altre utenze e servizi comuni.

Con tali argomentazioni la ricorrente omette del tutto di confrontarsi risolvendosi la censura nella insistita tesi (di contenuto fattuale e meramente oppositivo e come tale certamente inidonea a far emergere il denunciato error iuris) secondo cui la locatrice doveva considerarsi obbligata alla installazione di separati contatori e, per altro verso, appuntandosi la critica solo su uno dei passaggi menzionati, di marginale rilievo nel costrutto argomentativo (quello secondo cui vero interlocutore di pretese restitutorie sarebbe da considerare l’altro esercizio commerciale fruente dell’utenza elettrice), senza invece far menzione delle altre considerazioni e segnatamente di quella, assorbente, secondo cui manca comunque la prova di alcun pregiudizio economico discendente dalle modalità adottate da IG per il riparto dei consumi.

6. Il secondo motivo è parzialmente fondato, con riferimento alla prima delle censure nelle quali esso si articola.

6.1. Con riferimento alla domanda di risarcimento per la mancata ricollocazione di una delle due insegne sulle facciate dell’immobile locato, i giudici d’appello rilevano che l’inadempimento in realtà v’e’ stato (IG essendosi obbligata a garantire la conservazione delle insegne una volta rifatte le facciate ma non avendo a ciò provveduto per quella apposta sul lato corto), e tuttavia non ha comportato un “detrimento economico apprezzabile”.

Tale ratio decidendi è censurata in ricorso, come sopra s’e’ detto, in due modi: a) è fuor di luogo – si dice anzitutto – ragionare in termini di gravità dell’inadempimento, posto che non era stata chiesta la risoluzione del contratto ma il risarcimento del danno conseguente all’inadempimento; b) il danno patrimoniale – si soggiunge poi – poteva comunque parametrarsi al costo di altre insegne pubblicitarie, quale documentato in giudizio.

Sub a) Il primo argomento di critica è evidentemente eccentrico, dal momento che la sentenza non dice che il risarcimento non spetta perché l’inadempimento della locatrice c’e’ ma non è grave, ma, ben diversamente, perché da esso non è conseguito alcun danno apprezzabile.

Sub b) Il secondo argomento di critica coglie invece nel segno.

Secondo quanto accertato in sentenza l’obbligo assunto dalla locatrice aveva ad oggetto il mantenimento delle insegne preesistenti al programmato rifacimento delle facciate.

Il danno è dunque in tal caso rappresentato dall’utilità perduta in ragione della mancata ricollocazione dell’insegna al suo posto, al termine di detti lavori.

Varrà rammentare al riguardo che, secondo i più recenti approdi della giurisprudenza di questa Corte, cui va data continuità, nei rapporti che rispondono allo schema classico dell’obbligazione di dare o di facere (non professionale) contenuto nel codice civile (e tale è certamente l’obbligazione assunta, con riferimento al mantenimento o alla ricollocazione dell’insegna, dalla locatrice nei confronti della conduttrice), la “causalità materiale”, ovvero il nesso che consente l’imputazione, sul piano oggettivo, del danno alla condotta (inadempiente) del debitore, “non è praticamente separabile dall’inadempimento, perché quest’ultimo corrisponde alla lesione dell’interesse tutelato dal contratto e dunque al danno evento. La causalità acquista qui autonomia di valutazione solo quale causalità giuridica, e dunque quale delimitazione del danno risarcibile attraverso l’identificazione del nesso eziologico fra evento di danno e danno conseguenza (art. 1223 c.c.).

“L’assorbimento pratico della causalità materiale nell’inadempimento fa sì che tema di prova del creditore resti solo quello della causalità giuridica (oltre che della fonte del diritto di credito), perché, come affermato da Cass. Sez. U. n. 13533 del 2001, è onere del debitore provare l’adempimento o la causa non imputabile che ha reso impossibile la prestazione (art. 1218 c.c.), mentre l’inadempimento, nel quale è assorbita la causalità materiale, deve essere solo allegato dal creditore. Non c’e’ quindi un onere di specifica allegazione (e tanto meno di prova) della causalità materiale perché allegare l’inadempimento significa allegare anche nesso di causalità e danno evento” (così, in motivazione, Cass. 11/11/2019, nn. 28991-28992, p. 1.1.1).

A tale premessa occorre aggiungere che, come pure già chiarito da questa Corte (v. in particolare, da ultimo, Cass. 09/04/2021, n. 9474), nella misura in cui il danno-evento “assorbito” nell’inadempimento corrisponda al mancato conseguimento di una utilità prevista in contratto, e suscettibile di apprezzamento sul piano risarcitorio, è per ciò stesso dimostrata anche l’esistenza di un danno-conseguenza risarcibile, pari al valore della utilità (o della parte di essa) attesa e non conseguita.

Nella specie la valutazione della corte d’appello è condotta secondo uno schema distante da quello esposto.

Essa si volge infatti a considerare (negandone l’esistenza) soltanto le utilità ed i vantaggi, estranei al vincolo obbligatorio, che siano andati eventualmente perduti in ragione dell’inadempimento, obliterando il danno che invece è intrinseco all’inadempimento stesso e che è rappresentato, come detto, dalla perduta utilità offerta dalla prestazione oggetto di obbligazione.

I giudici d’appello si fermano cioè a negare l’esistenza di conseguenze pregiudizievoli ulteriori dell’inadempimento, ancorché ad esso legate da nesso di causalità giuridica (c.d. danni consequenziali o estrinseci: tali sono, secondo definizione dottrinale, quei “pregiudizi che sporgono rispetto al solo valore dell’interesse creditorio non realizzato, o realizzato in maniera inesatta”, distinti dal danno primario o intrinseco rappresentato dal mancato conseguimento o dal conseguimento inesatto dell’utilità contrattualmente dovuta ed attesa) ma omettono di guardare, o comunque non attribuiscono il dovuto rilievo, al c.d. danno intrinseco.

Osserva infatti la corte toscana: “non si tratta nella specie di un cartellone pubblicitario apposto su una qualche via cittadina, ma soltanto dell’insegna apposta sull’immobile sede dell’esercizio commerciale, ad identificarne l’appartenenza anche a distanza. Poiché qui, a distanza, è visibile comunque l’insegna sul lato lungo, ben più grande dell’altra per inciso, rimaneva immediato il riconoscimento che nel fabbricato operava KREA.

“Resta confermata l’assenza di prova anche solo in via di presunzione di una diminuzione di clientela provocata dall’omessa ricollocazione dell’insegna sul lato corto”.

In altre parole, secondo i giudici a quibus: a) anche in mancanza della seconda insegna, grazie all’altra, sul lato grande del fabbricato, “rimaneva” immediato il riconoscimento che nel fabbricato operava KREA; b) non risulta una diminuzione di clientela provata dall’inadempimento.

Ora però, mentre il secondo rilievo si colloca sul piano dei c.d. danni estrinseci e dunque non costituisce argomento per negare l’esistenza del danno intrinseco, il primo ad esso intende riferirsi ma non vale sul piano logico a negarne l’esistenza, risolvendosi in una motivazione apparente.

Dire che in mancanza della seconda insegna l’esercizio commerciale “rimaneva” riconoscibile anche a distanza grazie alla prima, significa solo attribuire grande utilità alla prima, ma non vale ad escludere una possibile aggiuntiva utilità alla seconda.

Non si tratta di prestazioni alternative e l’una all’altra fungibili, ma l’una e l’altra allo stesso modo dovute per contratto e destinate a sommarsi.

Sul punto pertanto il motivo merita accoglimento.

Sarà compito del giudice del rinvio ponderare il valore di tale aggiuntiva utilità perduta a causa dell’inadempimento, ricorrendo anche al potere di liquidazione equitativa del danno.

6.2. Con riferimento alla domanda di risarcimento per la mancata realizzazione del promesso centro commerciale i giudici d’appello rilevano che: a) non si tratta di inadempimento ma di ritardo nell’adempimento, peraltro “cominciato” dopo la domanda di risoluzione del contratto; b) il centro commerciale doveva essere ultimato nei primi mesi del 2015, la crisi economica del tempo è fatto notorio, il conduttore era venuto interamente meno ai suoi obblighi per diversi mesi, e poi definitivamente dall’agosto 2015, quindi solo pochi mesi dopo il periodo stabilito per l’ultimazione del centro, non si è pertanto realizzato un ritardo nell’adempimento giuridicamente rilevante, “già in sé e comunque secondo il principio dell’art. 1460 c.c.”.

Tale decisione è aggredita in ricorso con questi rilievi: a) non è stato dimostrato che il centro commerciale esista dal 2017; b) il ritardo ha provocato un danno all’immagine del conduttore; c) la crisi economica è fatto irrilevante; d) non è applicabile al caso l’art. 1460 c.c., per non essere stata sollevata alcuna eccezione di inadempimento.

I rilievi sub a) e c) hanno anch’essi contenuto fattuale e struttura meramente assertiva e certamente non valgono a far emergere il denunciato error in iudicando; quello sub b) è estraneo alla ratio decidendi, la sentenza non avendo affrontato il tema dell’esistenza o meno di un danno all’immagine, ma essendosi arrestata al preliminare accertamento della irrilevanza del contestato inadempimento.

Il quarto rilievo è invece pertinente ma infondato.

IG ha fatto di più che eccepire l’inadempimento ex art. 1460 c.c.: ha chiesto e ottenuto la risoluzione per inadempimento.

Tale domanda contiene in sé, ovviamente, come il più comprende il meno, anche la contestazione delle pretese di controparte alle quali vengono contrapposte quelle, rimaste insoddisfatte ed ovviamente postulate maggiormente pregnanti e gravi, relative all’obbligo di pagamento del canone.

Tale indubbio tema di lite poneva già di per sé, comunque, il giudice nella condizione di potere e dovere compiere una valutazione comparativa della condotta di entrambi l’contraenti, al fine di stabilire se, in relazione alla natura ed all’importanza dell’inadempimento di colui che domanda la prestazione, il rifiuto opposto dall’altro contraente sia giustificato o non debba, invece, per le circostanze che caratterizzano l’intera situazione, qualificarsi come contrario alla buona fede (v. in tal senso già Cass. 09/05/1969, n. 1596; 24/11/1979, n. 6158).

L’esclusione della responsabilità da inadempimento da parte della locatrice, con riferimento ai pretesi danni di cui si è detto, deve dunque considerarsi frutto legittimo di tale ponderazione.

7. Il terzo motivo è fondato e merita accoglimento.

La questione esaminata dal giudice d’appello è così descritta in sentenza, anche nei suoi riferimenti fattuali: “a causa di un’espropriazione temporanea della Pubblica Autorità (provvedimento del maggio 2014) per l’esecuzione della terza corsia dell’autostrada Al, l’ampia area a parcheggio” in uso alla conduttrice si era fortemente ridotta (circa la metà).

“Il Tribunale ha ritenuto in sentenza: “generici appaiono i danni derivanti dalla diminuzione dell’area di parcheggio”.

“In realtà KREA aveva richiesto a tale proposito non un risarcimento, ma una riduzione del canone di locazione nella misura del 20%, insistendovi ora in appello”.

La Corte d’appello giudica quindi erronea la motivazione del rigetto in primo grado, ma poi lo conferma sulla base della seguente motivazione:

“KREA non ha dimostrato di aver concretamente subito un detrimento ai propri diritti di conduttrice. L’area in questione aveva la peculiarità di essere destinata a parcheggio di dipendenti e clienti dell’esercizio commerciale. La riduzione dell’ampiezza di un’area a parcheggio non comporta automaticamente la riduzione dell’utilità tratta da KREA nel condurla. L’appellante non ha mai neppure allegato di aver avuto difficoltà a fruire del parcheggio per dipendenti e clienti per una registrata insufficienza anche solo episodica di posti auto rispetto alla bisogna, ha solo allegato il mero dato della quantità di area perduta.

“Una riduzione del canone non è giustificata, perché non risulta in concreto che l’immobile in locazione sia stato meno sfruttato rispetto al pattuito”.

A ben vedere la motivazione del rigetto ripropone il medesimo errore di impostazione commesso dal primo giudice, in chiave sostanzialmente riparatoria o compensativa, anziché, come dovuto, in chiave riequilibratice del sinallagma contrattuale.

In realtà la riduzione dell’area di parcheggio concessa in uso al conduttore, ancorché non imputabile a inadempimento del locatore, ma a factum principis (espropriazione), determina la sopravvenuta impossibilità parziale della prestazione convenuta in contratto.

Questa, come ricavabile dall’art. 1571 c.c., consiste nel “far godere” al conduttore “una cosa mobile o immobile, per un determinato tempo verso un determinato corrispettivo” e prescinde dal se, poi, il conduttore di quella cosa faccia effettivamente uso secondo le sue piene potenzialità.

A tale prestazione viene rapportato il corrispettivo che, nella specie, non si prevede affatto – o almeno non risulta – sia modulato in ragione dell’effettivo impegno dell’area di parcheggio per tutta o parte della sua estensione.

Così, dunque, come l’intensità dell’uso del bene locato non rileva ai fini dell’obbligo di pagare il canone nella misura stabilita, allo stesso modo non v’e’ ragione per cui essa debba rilevare ai fini della valutazione del contenuto della prestazione posta in contratto a carico del locatore.

La questione andava dunque esaminata alla luce della norma di cui all’art. 1464 c.c. che, rubricato “impossibilità parziale”, così dispone: “Quando la prestazione di una parte è divenuta solo parzialmente impossibile, l’altra parte ha diritto a una corrispondente riduzione della prestazione da essa dovuta, e può anche recedere dal contratto qualora non abbia un interesse apprezzabile”.

Escluso che nella specie possa venire in rilievo tale ultima previsione – e ciò sia perché le considerazioni svolte in sentenza circa l’effettivo utilizzo dell’area valgono comunque ad escludere che l’espropriazione possa aver determinato il venir meno di un apprezzabile interesse al contratto, sia e prima ancora perché una siffatta possibilità non risulta nemmeno prospettata in giudizio – nella restante parte la norma attribuisce però giuridico fondamento alla domanda di riduzione del corrispettivo dovuto, s’intende per i canoni o la parte degli stessi maturati successivamente al venir meno della disponibilità dell’area.

La misura di tale riduzione (contenuta dall’odierna ricorrente al massimo nella percentuale del 20%) andrà determinata dal giudice di rinvio, sulla base di parametri che tengano tuttavia conto delle oggettive potenzialità dell’area e della incidenza di essa nel valore locativo del bene nel suo complesso considerato, prescindendo da una valutazione a posteriori dell’uso che invece la società conduttrice ha dimostrato di volerne o poterne fare.

La censura coglie l’errore che per le ragioni dette è rilevabile nella sentenza attraverso il riferimento alle norme di cui agli artt. 1583 e 1584 c.c.; riferimento in sé improprio, dal momento che nella specie non si verte in ipotesi di riparazioni dell’immobile locato, ma tuttavia idoneo a rimandare al principio di cui all’art. 1464 c.c. delle quali quelle evocate costituiscono solo una particolare e specifica attuazione.

8. Il quarto motivo è infondato.

La tesi secondo cui le domande proposte nell’atto introduttivo del giudizio di convalida di sfratto debbono considerarsi rinunciate se non tempestivamente riproposte – una volta disposto, ai sensi dell’art. 667 c.p.c., il mutamento di rito a seguito dell’opposizione dell’intimato – con la memoria ex art. 426 c.p.c. è destituita di fondamento.

Detta norma, invero, attribuisce alle parti una facoltà (quella della “eventuale” integrazione degli atti introduttivi) ma non un onere dal cui mancato assolvimento possa conseguire una decadenza o addirittura una implicita rinuncia alle domande o eccezioni già formulate.

In proposito va richiamato il più recente orientamento della giurisprudenza di questa Corte (che il Collegio condivide e fa proprio al fine di assicurarne continuità), secondo cui, nel procedimento per convalida di (licenza o) sfratto, l’opposizione dell’intimato dà luogo alla trasformazione in un processo di cognizione, destinato a svolgersi nelle forme di cui all’art. 447-bis c.p.c., con la conseguenza che, non essendo previsti specifici contenuti degli atti introduttivi del giudizio, il thema decidendum risulta cristallizzato solo in virtù della combinazione degli atti della fase sommaria e delle memorie integrative di cui all’art. 426 c.p.c., potendo, pertanto, l’originario intimante, in occasione di tale incombente, non solo emendare le sue domande, ma anche modificarle, soprattutto se in evidente dipendenza dalle difese svolte dalla controparte (Cass. 19/12/2019, n. 33769; 19/02/2019, n. 4771; 23/03/2017, nn. 7423 e 7430; 07/07/2014, n. 15452; 20/05/2013, n. 12247; 23/05/2006, n. 12121).

Nello stesso senso converrà altresì ribadire che – come già evidenziato nella ordinanza emessa da questa Corte in relazione alla sentenza d’appello che ha confermato la pronuncia non definitiva resa sulla controversia che qui occupa per il residuo tema di lite (Cass. ord. 10/11/2020, n. 25277) – nel procedimento per convalida di sfratto, l’opposizione dell’intimato provoca una radicale trasformazione del rito, determinando la cessazione dell’originario rapporto processuale, fondato sulla domanda di convalida, e l’insorgere di un nuovo e diverso rapporto processuale, alla cui base è l’ordinaria domanda di accertamento e di condanna o di risoluzione e di condanna, che può ritenersi implicitamente proposta dal locatore qualora, dopo l’opposizione dell’intimato, prosegua la sua attività processuale finalizzata alla realizzazione della pretesa sostanziale (Cass. 30/09/2015, n. 19525; 25/10/1980, n. 5758; v. anche Cass. 18/11/2005, n. 24460).

9. In accoglimento dunque del secondo e del terzo motivo, nei limiti e nei termini sopra precisati, la sentenza impugnata va cassata, con rinvio al giudice a quo, anche per le spese.

PQM

accoglie il secondo e il terzo motivo di ricorso, nei limiti e nei termini di cui in motivazione; dichiara inammissibile il primo; rigetta il quarto; cassa la sentenza in relazione ai motivi accolti; rinvia alla Corte di appello di Firenze, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 23 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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