Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36223 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. II, 23/11/2021, (ud. 19/02/2021, dep. 23/11/2021), n.36223

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA felice – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

D.S., rappresento e difeso dall’avv. CRISTIANO BERTONCINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS) IN PERSONA DEL MINISTRO

PRO-TEMPORE, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI

12, presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di L’AQUILA, depositata il

21/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/02/2021 dal Consigliere Dott. ANTONELLO COSENTINO.

 

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Il sig. D.S. ha proposto ricorso, sulla scorta di due motivi, per la cassazione del decreto del tribunale di L’Aquila, Sezione specializzata in materia di Protezione Internazionale, che, rigettando il ricorso da questi formulato, ha integralmente confermato il provvedimento della Commissione territoriale di Ancona di diniego della protezione internazionale e umanitaria.

Il tribunale reputa non credibile la narrazione fatta dal sig. D. delle proprie vicende personali innanzi alla Commissione. Questi, in sede di redazione del modello “C3”, asseriva di aver lasciato il (OMISSIS), suo Paese d’origine, per timore dell’ebola; successivamente, innanzi all’autorità amministrativa, rendeva un racconto del tutto diverso, affermando di essere fuggito dal suo Paese per timore di essere ucciso dallo zio paterno, cui era stato affidato dopo la morte dei suoi genitori, che lo maltrattava, lo picchiava e non tollerava che frequentasse un suo amico cristiano. Fuggito dal (OMISSIS), il richiedente giungeva in Italia dopo un soggiorno di otto mesi in Libia.

Il tribunale esclude la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, non essendo il ricorrente sottoposto ad alcuna forma di persecuzione per i motivi di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 8; esclude altresì la protezione sussidiaria di cui all’art. 14, lett. a) e b) citato decreto, trattandosi, anche a voler ritenere plausibile il racconto reso, di questioni del tutto private e familiari, dalle quali non sembra emergere alcun pericolo di un danno grave alla persona.

Dalle fonti internazionali richiamate non emerge l’esistenza di un danno grave derivante da una violenza indiscriminata in situazioni di conflitto ai fini della concessione della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), essendosi imboccata in (OMISSIS) a seguito delle elezioni presidenziali del dicembre 2016 la via delle riforme democratiche.

Sì esclude la protezione umanitaria, non essendo stato il ricorrente vittima di episodi di conculcamento delle libertà e dei diritti fondamentali della persona, non risultando una particolare integrazione nel tessuto sociale italiano e non ravvisandosi una situazione di particolare vulnerabilità.

Infine, si considera irrilevante la situazione di privazione dei diritti umani esistente in Libia, non avendo il ricorrente trovato un nuovo e stabile approdo esistenziale nel Paese di transito.

Con il primo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3 il sig. D.S. deduce la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6 e art. 36. Si contesta la mancata concessione della protezione umanitaria, osservando che il richiedente versa in una condizione di vulnerabilità, per aver lasciato il proprio Paese quando era giovanissimo, per essere ormai, a seguito della morte dei genitori, privo in patria di qualsivoglia legame parentale o professionale e per aver già subito, nell’arco della sua breve vita, diversi episodi di sradicamento che hanno reso difficile il suo percorso di crescita e di integrazione.

Con il secondo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3 il sig. D.S. deduce la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, per avere il tribunale omesso di considerare la permanenza in Libia, durata otto mesi, quattro dei quali trascorsi in prigione tra violenze e torture. La conclusione del tribunale secondo cui il periodo trascorso nel Paese di transito non rileva ai fini della concessione della protezione internazionale in quanto il richiedente non ha raggiunto in Libia un nuovo e stabile approdo esistenziale appare apodittica.

Il Ministero dell’Interno ha presentato controricorso.

La causa è stata chiamata all’adunanza di camera di consiglio del 19 febbraio 2021, per la quale non sono state depositate memorie.

Quanto alla prima doglianza, con cui si contesta il mancato accertamento della condizione di vulnerabilità ai fini della protezione umanitaria, essa va giudicata inammissibile, perché, lungi dall’indicare quale regola di diritto sarebbe stata applicata dal tribunale in contrasto con le disposizioni di cui si lamenta la violazione, sollecita una revisione degli apprezzamenti di merito operati dal Tribunale in ordine alla sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della tutela umanitaria; presupposti motivatamente ritenuti insussistenti dal Tribunale (tanto con riferimento al livello di integrazione raggiunto in Italia dal richiedente, quanto con riferimento alla situazione che egli incontrerebbe nel Pese di origine (pag. 13, ultimo e penultimo capoverso, del decreto), sulla scorta di un giudizio di fatto di fatto censurabile solo nei ristretti limiti di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, come novellato con il D.L. n. 83 del 2012.

Egualmente inammissibile è il secondo motivo di ricorso, con cui si contesta il giudizio del tribunale di irrilevanza del periodo trascorso dal ricorrente in Libia. Questa Corte ha infatti già chiarito, con insegnamento puntualmente richiamato ed applicato dal tribunale di L’Aquila, che l’allegazione da parte del richiedente che in un Paese di transito (nella specie la Libia) si consumi un’ampia violazione dei diritti umani, senza evidenziare quale connessione vi sia tra il transito attraverso quel Paese ed il contenuto della domanda, costituisce circostanza irrilevante ai fini della decisione (Cass. 29875/18, Cass. 24193/20; da ultimo, Cass. ord. n. 28781/2020: “Il permesso di soggiorno per motivi umanitari non può essere accordato automaticamente per il solo fatto che il richiedente abbia subito violenze o maltrattamenti nel paese di transito, ma solo se tali violenze per la loro gravità o per la durevolezza dei loro effetti abbiano reso il richiedente “vulnerabile” ai sensi del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5; ne consegue che è onere del richiedente allegare e provare come e perché le vicende avvenute nel paese di transito lo abbiano reso vulnerabile, non essendo sufficiente che in quell’area siano state commesse violazioni dei diritti umani”.

Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza.

Deve altresì darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, del raddoppio del contributo unificato D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta ii ricorso.

Condanna il ricorrente a rifondere al Ministero controricorrente le spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 2.100, oltre le spese prenotate a debito.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, il 19 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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