Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36222 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. II, 23/11/2021, (ud. 16/02/2021, dep. 23/11/2021), n.36222

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26345-2019 proposto da:

A.B., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BARNABA

TORTOLINI 30, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO FERRARA, che

lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, IN PERSONA DEL MINISTRO PRO-TEMPORE,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3475/2019 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 21/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/02/2021 dal Consigliere Dott. GRASSO Giuseppe.

 

Fatto

RITENUTO

che la vicenda qui al vaglio può sintetizzarsi nei termini seguenti:

– il Tribunale di Napoli confermò la decisione della competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, e aveva disatteso la domanda di protezione avanzata da A.B., e la Corte d’appello di Napoli rigettò l’impugnazione del richiedente;

– l’istante aveva narrato di essere fuggito dalla (OMISSIS) ((OMISSIS)) perché ricercato per avere procurato, col taglio d’un albero, la morte di un bambino, temendo, inoltre, la vendetta dei parenti della vittima;

– la Corte aveva giudicato la narrazione inattendibile per la genericità delle dichiarazioni (neppure era dato sapere se fosse stata esercita o meno l’azione penale), inoltre, l’appellante non aveva neppure allegato quale pena fosse prevista per il reato ipotizzabile e per quale ragione essa avrebbe dovuto reputarsi inumana, infine, a tutto concedere, trattavasi di un delitto grave in ordine al quale non era dato cogliere la ragione per la quale l’appellante avrebbe meritato la invocata protezione; escludeva, poi, il ricorrere dei presupposti della protezione sussidiaria, stante che dalle COI aggiornate consultate non era dato concludere per una situazione di violenza diffusa e incontrollata nella zona di provenienza del richiedente; infine, non riscontrava le condizione di specifica vulnerabilità per il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria, mancando allegazione, quali gravi motivi, di “elementi derivanti dalla situazione sociale, politica, o ambientale del Paese d’origine del richiedente aziologicamente riconducibili alle condizioni personali del richiudente, pur non essendo richiesto un pericolo persecutorio o di danno grave”.

Diritto

RITENUTO

che il richiedente ricorre sulla base di quattro motivi avverso il decreto e che il Ministero dell’Interno resiste con controricorso;

considerato che il primo, il secondo e il terzo motivo, tra loro correlati, con i quali il ricorrente denunzia violazione e/o mancata applicazione degli artt. 115,116 c.p.c., art. 2697 c.c., D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4; del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3; nonché degli artt. 115,116 c.p.c., in relazione al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 1, artt. 2,3,4 e 5, art. 6, comma 2, D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3 e art. 11, come modificato dal D.Lgs. n. 158 del 2009, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, assumendo, in sintesi, che la Corte locale non aveva tenuto conto della dichiarazione rilasciata dal fratello dell’appellante, costituente “affidavit” decisivo, non aveva tenuto conto della non umanità delle pene e dell’ingiusto sistema della giustizia penale in (OMISSIS), aveva giudicato non credibile la narrazione attraverso un costrutto motivazionale apparente, risultano manifestamente infondati, in quanto:

– la dichiarazione proveniente dal fratello dell’interessato, che impropriamente il ricorrente qualifica “affidavit” o anche scrittura privata del terzo, trattandosi, invece, nel migliore dei casi, d’una inammissibile “testimonianza” scritta, senza necessità d’intrattenersi sulla qualificazione giuridica del documento, risulta, all’evidenza, non decisiva, alla luce della completa motivazione resa dalla Corte locale;

– non coglie nel segno la descrizione della situazione della giustizia penale in (OMISSIS), stante che la decisione ha giudicato il racconto inattendibile;

– le critiche mosse a riguardo del giudizio d’inattendibilità della narrazione, in presenza di un compiuto assetto motivazionale, invocano, in realtà, un inammissibile riesame di merito;

– piuttosto palesemente, le critiche, nella sostanza, risultano inammissibilmente dirette al controllo motivazionale, in spregio al contenuto del vigente art. 360 c.p.c., n. 5 in quanto, la deduzione del vizio di violazione di legge non determina, per ciò stesso, lo scrutinio della questione astrattamente evidenziata sul presupposto che l’accertamento fattuale operato dal giudice di merito giustifichi il rivendicato inquadramento normativo, occorrendo che l’accertamento fattuale, derivante dal vaglio probatorio, sia tale da doversene inferire la sussunzione nel senso auspicato dal ricorrente (da ultimo, S.U. n. 25573, 12/11/2020, Rv. 659459);

– il Giudice del merito risulta aver deciso applicando il principio enunciato da questa Corte, la quale ha avuto modo di chiarire che ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria; il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Sez. 6, n. 18306, 08/07/2019, Rv. 654719);

– all’evidenza le critiche sono rivolte al controllo motivazionale, in spregio al contenuto del vigente art. 360 c.p.c., n. 5 difatti, invece che porre in rilievo l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo o l’assenza di giustificazione argomentativa della decisione, con le stesse il ricorrente, contrappone al ragionato esame della Corte il proprio avverso convincimento;

– deve rilevarsi lo scopo eccentrico della denunziata violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e delle altre norme sopra riportate (la violazione di quest’ultime presupporre un diverso accertamento fattuale) diretto a contestare il vaglio probatorio, poiché, come noto, una questione di violazione o di falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma, rispettivamente, solo allorché si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione (cfr., da ultimo, Sez. 6-1, n. 27000, 27/12/2016, Rv. 642299), stante che il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c., opera interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicché la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme processuali, sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, bensì un errore di fatto, che deve essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012 (Sez. 3, n. 23940, 12/10/2017, n. 645828);

considerato che il quarto motivo, con il quale il ricorrente deduce violazione e/o mancata applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, comma 1, lett. c) e d), art. 6, comma 2, D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, come modificato dal D.Lgs. n. 158 del 2009, in relazione all’art. 101 c.p.c., comma 2, e art. 101 Cost., comma 2, e all’art. 360 c.p.c., n. 3, assumendo essere stato leso il principio del contraddittorio per avere il Giudice attinto alle COI al di fuori del dibattito processuale, non supera lo scrutinio d’ammissibilità, avendo questa Corte avuto modo di chiarire che è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione con il quale si censuri l’omessa sottoposizione al contraddittorio delle COI acquisite d’ufficio, ove il motivo non indichi in quale modo l’omessa conoscenza delle COI da parte del richiedente abbia inficiato il giudizio conclusivo del giudice, né si alleghino nel ricorso altre e diverse fonti di conoscenza che si pongano in contrasto con le informazioni acquisite dal tribunale, così rendendo la censura priva di specificità (Sez. 1, n. 899, 20/01/2021, Rv. 660278); avendo già precisato che l’omessa sottoposizione al contraddittorio delle COI (“country of origin information”) assunte d’ufficio dal giudice ad integrazione del racconto del richiedente, non lede il diritto di difesa di quest’ultimo, poiché in tal caso l’attività di cooperazione istruttoria è integrativa dell’inerzia della parte e non ne diminuisce le garanzie processuali, a condizione che il tribunale renda palese nella motivazione a quali informazioni abbia fatto riferimento, al fine di consentirne l’eventuale critica in sede di impugnazione; sussiste, invece, una violazione del diritto di difesa del richiedente quando costui abbia esplicitamente indicato le COI, ma il giudice ne utilizzi altre, di fonte diversa o più aggiornate, che depongano in senso opposto a quelle offerte dal ricorrente, senza prima sottoporle al contraddittorio (Sez. 1, n. 29056, 11/11/2019, Rv. 655634);

considerato che, di conseguenza, siccome affermato dalle S.U. (sent. n. 7155, 21/3/2017, Rv. 643549), lo scrutinio ex art. 360-bis, n. 1, c.p.c., da svolgersi relativamente ad ogni singolo motivo e con riferimento al momento della decisione, impone, come si desume in modo univoco dalla lettera della legge, una declaratoria d’inammissibilità, che può rilevare ai fini dell’art. 334 c.p.c., comma 2, sebbene sia fondata, alla stregua dell’art. 348-bis c.p.c. e dell’art. 606 c.p.p., su ragioni di merito, atteso che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida delibazione dei ricorsi “inconsistenti”;

considerato che la giurisprudenza della Corte è ormai costante nel ritenere che l’art. 366 c.p.c., n. 4 si applichi, specularmente, anche al controricorso (Cass. n. 12171/09 ed ivi richiamo a Cass. n. 5400/06; cfr. anche Cass. nn. 6222/12 e 3421/97); ciò, tuttavia non significa affatto pretendere, al fine di valutarne l’ammissibilità, che il controricorso debba contenere dei propri “motivi” specifici e speculari rispetto a quelli del ricorso, né tanto meno che contrattacchì la decisione con altre autonome argomentazioni, ma semplicemente esigere che esso contenga una sia pur minima confutazione del ricorso, in qualunque modo articolata, purché la sua giustapposizione alla vicenda oggetto di ricorso non sia affidata alla sola deduzione logica della Corte sulla sola base dell’indicazione dei dati di riferimento della causa (numero d’iscrizione a ruolo, nomi delle parti, decisione impugnata);

che, pertanto, specificato in punto di diritto che: “ove il controricorso (…), a dispetto della indicazione della causa alla quale si riferisce, risulti privo di forza individualizzante, constando di uno schema avversativo di genere, sprovvisto cioè di concreta attitudine di contrasto, attraverso l’esposizione di argomenti specificamente indirizzati a quella vicenda e a quella decisione e posti a confronto di quel ricorso, non assolve al suo scopo”, deve reputarsi che il controricorso qui al vaglio sia estraneo al genus, e per esso non può essere riconosciuto il diritto al rimborso delle spese; considerato che sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto;

che di recente questa Corte a sezioni unite, dopo avere affermato la natura tributaria del debito gravante sulla parte in ordine al pagamento del cd. doppio contributo, ha, altresì chiarito che la competenza a provvedere sulla revoca del provvedimento di ammissione al patrocinio a spese dello Stato in relazione al giudizio di cassazione spetta al giudice del rinvio ovvero – per le ipotesi di definizione del giudizio diverse dalla cassazione con rinvio (come in questo caso) – al giudice che ha pronunciato il provvedimento impugnato; quest’ultimo, ricevuta copia della sentenza della Corte di cassazione ai sensi dell’art. 388 c.p.c., è tenuto a valutare la sussistenza delle condizioni previste dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136 per la revoca dell’ammissione (S.U. n. 4315, 20/2/2020).

PQM

dichiara il ricorso inammissibile.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 16 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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