Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36205 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. un., 23/11/2021, (ud. 19/10/2021, dep. 23/11/2021), n.36205

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CASSANO Margherita – Presidente Aggiunto –

Dott. TIRELLI Francesco – Presidente di sez. –

Dott. VIRGILIO Biagio – Presidente di sez. –

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente di sez. –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – rel. Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5864-2020 proposto da:

M.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CRESCENZIO

19, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO PANZARANI, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati BRUNO COSSU, e SAVINA

BOMBOI;

– ricorrente –

contro

PROCURATORE GENERALE RAPPRESENTANTE IL PUBBLICO MINISTERO PRESSO LA

CORTE DEI CONTI, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BAIAMONTI

25;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 242/2019 della CORTE DEI CONTI – II SEZIONE

GIURISDIZIONALE CENTRALE D’APPELLO – ROMA, depositata il 03/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/10/2021 dal Consigliere Dott. LUCIO NAPOLITANO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Il Procuratore Regionale presso la Corte dei conti, con atto notificato il 21 luglio 2016, convenne in giudizio il Dott. M.G., medico della Croce Rossa Italiana, dinanzi alla Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione Lazio, chiedendone la condanna al versamento dei compensi percepiti per incarichi svolti presso altri enti senza autorizzazione in data precedente all’entrata in vigore della L. 6 novembre 2012, n. 190, in violazione del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 53, comma 7.

Il giudice contabile di primo grado accolse la domanda, condannando il M. al pagamento, nei confronti dell’ex Croce Rossa Italiana (poi ente strumentale alla Croce Rossa Italiana) al pagamento della somma di Euro 520.243,84, oltre rivalutazione monetaria ed interessi, importo corrispondente ai corrispettivi ricevuti per incarichi svolti senza richiedere, ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 53, la prescritta autorizzazione dell’Amministrazione, rigettando l’eccezione di difetto di giurisdizione, stante la dedotta appartenenza della cognizione al giudice ordinario, nonché quella di prescrizione.

Parallelamente si era svolto, dinanzi al giudice del lavoro, giudizio introdotto dal M. per l’impugnativa del licenziamento disciplinare comunicatogli dall’ente di appartenenza in relazione alla stessa contestazione D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 53, comma 7, nel corso del quale la Croce Rossa Italiana aveva spiegato domanda riconvenzionale per ottenere la condanna del M. al pagamento “di tutte le somme percepite quali corrispettivi degli incarichi svolti in costanza di rapporto di lavoro con la Croce Rossa Italiana e da questa non autorizzati, con le maggiorazioni di legge”.

Il giudizio, per quanto qui rileva, con riferimento a detta domanda riconvenzionale, fu alla fine definito, con efficacia di giudicato, con sentenza della sezione lavoro di questa Corte 4 dicembre 2017, n. 28975, che condannò il M. a riversare in favore della CRI i compensi percepiti per gli incarichi non autorizzati, con la precisazione che da tale condanna dovevano intendersi esclusi i compensi percepiti dall’Università La Sapienza successivamente al primo aprile 2005, data di entrata in vigore della L. 31 marzo 2005, n. 43, di conversione del D.L. 31 gennaio 2005, n. 7, in quanto esenti da autorizzazione.

Proposto dal M. appello avverso la sentenza del giudice contabile ad esso sfavorevole, la Corte dei conti – sezione seconda giurisdizionale centrale d’appello – con sentenza n. 242/2019, depositata il 3 luglio 2019, accolse il gravame limitatamente alla consistenza del danno addebitabile, rideterminato in Euro 491.246,96, oltre rivalutazione ed interessi, confermando la statuizione in punto di giurisdizione, rilevando, in particolare, al riguardo, come le eventuali interferenze tra l’azione di responsabilità per danno erariale e l’ordinaria azione civilistica di responsabilità proposta dall’Amministrazione di appartenenza integrassero una questione di proponibilità dell’azione di responsabilità dinanzi al giudice contabile, e non di giurisdizione.

Osservò ancora il giudice contabile di appello che il giudicato civile ottenuto su iniziativa autonoma dell’Amministrazione avrebbe potuto generare effetti preclusivi sull’instaurazione o sull’ulteriore corso del processo riguardante l’azione di responsabilità solo nell’ipotesi in cui il danno fosse risultato integralmente risarcito, evenienza che escluse essersi realizzata nella fattispecie in esame.

Avverso detta sentenza il M. ha proposto ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 362 c.p.c., comma 1, e art. 111 Cost., u.c., affidato ad un solo motivo, cui resiste con controricorso il Procuratore Generale, rappresentante il Pubblico Ministero presso la Corte dei conti.

La trattazione del giudizio è stata avviata all’adunanza in camera di consiglio del 19 ottobre 2021, in prossimità della quale il ricorrente ha depositato memoria, insistendo nelle rassegnate conclusioni, chiedendo, comunque, la fissazione della causa in pubblica udienza.

In subordine – qualora non ritenuta percorribile l’interpretazione costituzionalmente orientata volta a ricondurre nel perimetro della questione di giurisdizione la violazione da parte della Corte dei conti del divieto di pronunciare su controversia avente ad oggetto la reversione dei compensi percepiti dal dipendente, promossa dal Procuratore presso la stessa Corte dopo che la stessa domanda era stata già proposta dalla Pubblica Amministrazione dinanzi al giudice ordinario, nelle more definita con sentenza passata in giudicato – il ricorrente ha sollevato questione d’illegittimità costituzionale dell’art. 362 c.p.c. e D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 53, comma 7 bis, in relazione all’art. 111 Cost., commi 1 e 2, e art. 117 Cost., comma 1.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con l’unico motivo di ricorso il ricorrente denuncia violazione dell’art. 103 Cost., comma 2, sulla giurisdizione della Corte dei conti, e del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 53, commi 7 e 7 bis.

Il ricorrente lamenta che la decisione impugnata si sia posta in contrasto con la giurisprudenza di queste Sezioni Unite che, a fronte dell’azione di recupero proposta dall’Amministrazione di appartenenza del lavoratore, ha ritenuto sussistente la giurisdizione del giudice ordinario; escludendo quindi erroneamente l’effetto preclusivo del giudicato civile formatosi in pendenza del giudizio introdotto dal Procuratore Generale presso la Corte dei conti senza rilevare la sostanziale identità di petitum tra le due azioni, in violazione del divieto del bis in idem, ciò determinando “l’estensione del limite della giurisdizione contabile al di fuori dei suoi confini istituzionali”, in ciò richiamando Cass. SU, ord. 28 settembre 2016, n. 19072.

2. Il motivo, come correttamente rilevato dal controricorrente Procuratore Generale presso la Corte dei conti, si articola in due ordini di censure.

2.1. Con la prima si ripropone, in effetti, la questione di giurisdizione, disattesa dal giudice contabile nel doppio grado di giudizio, che era stata originariamente proposta in relazione al solo profilo con il quale si era dedotto il carattere innovativo della previsione di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 53, comma 7 – bis, come introdotto dalla L. n. 190 del 2012, art. 1, comma 42, lett. d), secondo cui, con riferimento alla fattispecie, prevista dal comma precedente, di svolgimento da parte di dipendenti pubblici di incarichi retribuiti non autorizzati, “(l)’omissione del versamento del compenso da parte del dipendente pubblico indebito percettore costituisce ipotesi di responsabilità erariale soggetta alla giurisdizione della Corte dei conti”, ciò che, secondo il ricorrente, avrebbe precluso l’applicabilità della citata norma a fatti accaduti prima della sua entrata in vigore.

In proposito correttamente, nel giudizio di primo grado, la Corte dei conti aveva affermato la sussistenza della propria giurisdizione anche se, come nella fattispecie in esame, la percezione dei compensi non autorizzati si era avuta in epoca precedente all’introduzione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 53, comma 7 – bis, richiamando la giurisprudenza di queste Sezioni Unite, che, in più occasioni, ha affermato la portata non innovativa di detta norma, essendosi in proposito affermato che si verte, infatti, in ipotesi di responsabilità erariale, che il legislatore ha tipizzato non solo nella condotta, ma annettendo, altresì, valenza sanzionatoria alla predeterminazione legale del danno, attraverso la quale si è inteso tutelare la compatibilità dell’incarico extraistituzionale in termini di conflitto d’interesse ed il proficuo svolgimento di quello principale in termini di adeguata destinazione di energie lavorative verso il rapporto pubblico (cfr., tra le molte, Cass. SU, 22 dicembre 2015, n. 25769; Cass. SU, ord. 26 giugno 2019, n. 17124; Cass. SU, ord. 14 gennaio 2020, n. 415; Cass. SU, ord. 7 aprile 2020, n. 7737; Cass. SU, ord. 8 luglio 2020, n. 14237).

2.2. Nell’impugnazione avverso la sentenza di primo grado si è viceversa dall’allora appellante – in relazione alle vicende del giudizio civile nel frattempo svoltosi, che aveva portato l’Amministrazione di appartenenza del M. a proporre, nel giudizio introdotto da quest’ultimo per l’impugnativa del licenziamento disciplinare subito, domanda riconvenzionale per il riversamento in favore dell’ente dei compensi percepiti dal dipendente da altri enti per lo svolgimento di incarichi non autorizzati – sostenuto la carenza di giurisdizione del giudice contabile, in quanto preclusa dall’autonomo esercizio dell’azione in sede civile da parte dell’Amministrazione di appartenenza.

Nell’addurre, a sostegno del proprio assunto, i principi affermati da Cass. SU, ord. 28 settembre 2016, n. 19072 (si vedano anche Cass. SU, 19 gennaio 2018, n. 1415; Cass. SU, ord. 28 maggio 2018, n. 13239), secondo cui, in presenza dell’azione svolta dinanzi al giudice ordinario dall’Amministrazione di appartenenza, la giurisdizione contabile potrebbe radicarsi “solo se alla violazione del dovere di fedeltà e/o all’omesso versamento della somma pari al compenso indebitamente precipito si accompagnino specifici profili di danno”, il ricorrente ha quindi sostenuto che, trattandosi nella fattispecie in esame degli stessi fatti e dello stesso petitum, l’essere stato nelle more il giudizio civile definito, con efficacia di giudicato, con la menzionata Cass. sez. lav. 4 dicembre 2017, n. 28975, avrebbe dovuto portare la Corte dei conti, con la sentenza resa in grado di appello, a declinare la propria giurisdizione, atteso il carattere condizionato della stessa, ovvero a dichiarare l’improponibilità della domanda del Procuratore Generale in relazione al divieto del bis in idem, da intendersi come un principio di carattere generale riguardante ogni ipotesi di sanzione legale, non solo di carattere penale.

2.3. La sentenza d’appello del giudice contabile – preliminarmente delineando in fatto l’ambito della domanda proposta dal Procuratore Regionale presso la Corte dei conti – nel rigettare la censura, ha quindi escluso il carattere condizionato al mancato esercizio da parte dell’Amministrazione di appartenenza dinanzi al giudice ordinario, della giurisdizione in materia della Corte dei conti, rilevando che “l’azione di responsabilità per danno erariale e quella con la quale le amministrazioni interessate possono promuovere le ordinarie azioni civilistiche di responsabilità, restano, infatti, reciprocamente indipendenti, anche quando investano i medesimi fatti materiali. Le eventuali interferenze tra i giudizi, quindi, integrano una questione di proponibilità dell’azione di responsabilità innanzi al giudice contabile, e non di giurisdizione (…)”. La sentenza in questa sede impugnata ha aggiunto che il giudicato civile ottenuto su iniziativa autonoma dell’Amministrazione avrebbe potuto generare effetti preclusivi sull’instaurazione o sull’ulteriore corso del processo riguardante l’azione di responsabilità solo nell’ipotesi in cui il danno fosse risultato integralmente risarcito, evenienza esclusa nella fattispecie in esame.

3. Il motivo formulato dal ricorrente a sostegno del ricorso, abbandonato l’originario ambito di contestazione della sussistenza della giurisdizione del giudice contabile di cui al paragrafo 2.1., nel censurare la sentenza impugnata: a) insiste nel ribadire la sussistenza della giurisdizione del giudice ordinario, prospettando il carattere condizionato della sussistenza della giurisdizione della Corte dei conti al mancato esercizio dell’azione dinanzi al giudice ordinario da parte dell’Amministrazione di appartenenza per il riversamento dei compensi percepiti dal dipendente da altri enti in assenza della prescritta autorizzazione; b) propone come interpretazione costituzionalmente orientata la riconduzione nell’ambito della questione della giurisdizione della violazione del generale divieto del bis in idem che il ricorrente lamenta esservi stata nella fattispecie in esame laddove il giudice contabile d’appello ha ritenuto insussistente l’effetto preclusivo del giudicato civile formatosi ai fini del giudizio di responsabilità erariale. Con la successiva memoria, il ricorrente ha quindi, in subordine, laddove non ritenuta possibile l’interpretazione costituzionalmente orientata proposta, sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 362 c.p.c. e D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 53, comma 7 bis, in relazione all’art. 111 Cost., commi 1 e 2, e art. 117 Cost., comma 1.

3.1. Il motivo, in relazione al primo profilo di censura, è infondato.

3.1.1. Appare opportuno, in via preliminare, rilevare come nelle pronunce di queste Sezioni Unite che si sono occupate ex professo dei rapporti tra azione del Procuratore Generale della Corte dei conti ed azione della pubblica amministrazione di appartenenza diretta a far valere l’inadempimento degli obblighi derivanti dal rapporto di lavoro, i casi specificamente esaminati abbiano sempre riguardato il previo esercizio dell’azione davanti al giudice contabile, essendosi quindi affermata la giurisdizione dello stesso, con conseguente preclusione dell’azione dinanzi al giudice ordinario (così, ad esempio, nei casi delle citate Cass. SU, ord. n. 17124/19; Cass. SU ord. n. 415/20; nonché della stessa Cass. SU, ord. 9 marzo 2021, n. 6473, pur citata da parte ricorrente in memoria).

3.1.2. Viceversa, riguardo a casi in cui, come nella fattispecie in esame, risulti essere stata prima proposta l’azione dell’amministrazione di appartenenza dinanzi al giudice civile, le Sezioni Unite non hanno mai affermato il carattere condizionato dell’azione di responsabilità erariale da parte del Procuratore Generale presso la Corte dei conti al mancato esercizio dell’azione dinanzi al giudice ordinario dell’amministrazione di appartenenza.

3.1.3. Si è anzi costantemente ritenuto – ciò che va in questa sede ribadito – il carattere necessario (cfr. Cass. SU, ord. 19 febbraio 2019, n. 4883) dell’azione che il Procuratore contabile è legittimato a promuovere D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 53, comma 7 – bis, che mai potrebbe “essere condizionata, in senso positivo o negativo, dalle singole amministrazioni danneggiate”, che possono promuovere dinanzi al giudice ordinario l’azione civilistica di responsabilità a titolo risarcitorio, facendo valere il proprio interesse particolare e concreto in relazione agli scopi specifici che ciascuna di esse persegue (così anche Cass. SU, 18 dicembre 2014, n. 26659). Nel giudizio contabile “il Procuratore generale della Corte dei conti agisce non quale rappresentante o sostituto dell’amministrazione danneggiata, ma quale pubblico ministero portatore di obiettivi interessi di giustizia nell’esercizio di una funzione obiettiva e neutrale, rivolta alla repressione dei danni erariali conseguenti ad illeciti amministrativi, rappresentando un interesse direttamente riconducibile al rispetto dell’ordinamento giuridico nei suoi aspetti generali ed indifferenziati” (così la già citata Cass. SU, ord. n. 4883/19, nel richiamare al riguardo Corte Cost. n. 104 del 1989, n. 1 del 2007 e n. 291 del 2008; si veda anche Cass. SU, 15 febbraio 1990, n. 2614).

Ne consegue che il motivo di ricorso è infondato nella parte in cui sostiene che sia carente di giurisdizione la Corte dei conti adita dal Procuratore Generale presso la Corte dei medesima con l’azione promossa D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 53, comma 7-bis, sul presupposto del carattere condizionato della stessa, ovvero prospetta che essa debba ritenersi sussistente solo in caso di mancato esercizio dell’azione di responsabilità da parte dell’amministrazione di appartenenza dinanzi al giudice civile.

3.2. Il motivo è invece inammissibile nella parte in cui tende a configurare come ipotesi di violazione dei limiti esterni della giurisdizione, estrapolando dal relativo contesto la frase testualmente riportata sub 1, tratta da Cass. SU, ord. n. 19072/16, la censura della statuizione secondo cui, affermata la reciproca indipendenza dell’azione di responsabilità per danno erariale e dell’azione civilistica di responsabilità proposta dinanzi al giudice ordinario da parte dell’Amministrazione di appartenenza, “(I)e eventuali interferenze tra i giudizi integrano una questione di proponibilità dell’azione di responsabilità dinanzi al giudice contabile, e non di giurisdizione”, alla luce del fatto che il giudice contabile nella fattispecie in esame ha in concreto escluso l’effetto preclusivo del giudicato formatosi in sede civile, all’esercizio dell’azione di responsabilità per danno erariale proposta successivamente dal Procuratore regionale presso la Corte dei Conti presso la Sezione Giurisdizionale per la regione Lazio.

3.2.1. Detta inammissibilità si coglie nella verifica, in primo luogo, che la statuizione resa dalla sentenza impugnata oggetto di censura è assolutamente conforme all’indirizzo costantemente espresso in materia da questa Corte (oltre alle pronunce ivi citate, Cass. SU, 7 dicembre 2016, n. 25040; Cass. SU, 21 maggio 2014, n. 11229; Cass. SU, 7 gennaio 2014, n. 63; Cass. SU, 28 novembre 2013, n. 26582, si veda, tra le altre, più di recente, Cass. SU, ord. 4 giugno 2021, n. 15570), che ha ripetutamente affermato il principio secondo cui “(i)n tema di responsabilità erariale, la giurisdizione civile e quella penale, da un lato, e la giurisdizione contabile, dall’altro, sono reciprocamente indipendenti nei loro profili istituzionali, anche quando investono un medesimo fatto materiale, e l’eventuale interferenza che può determinarsi tra i relativi giudizi pone esclusivamente un problema di proponibilità dell’azione di responsabilità da far valere davanti alla Corte dei conti, senza dar luogo ad una questione di giurisdizione”.

3.2.2. Ne consegue che la censura addotta dal ricorrente avverso la valutazione con la quale, in concreto, la sentenza in questa sede impugnata ha escluso che il giudicato formatosi in sede civile avesse l’effetto di rendere improponibile l’azione di responsabilità per danno erariale successivamente proposta dinanzi alla Corte dei conti non attiene alla giurisdizione, ma al concreto esercizio della potestas iudicandi della Corte dei conti e, quindi ogni contestazione al riguardo non può essere oggetto di sindacato dinanzi a queste Sezioni Unite, in base al consolidato indirizzo espresso da questa Corte (cfr., più di recente, la già citata Cass. SU, ord. n. 6473/21, nonché, tra le altre, Cass. SU, ord. 16 dicembre 2008, n. 29348; Cass. SU, ord. 14 giugno 2005, n. 12726), secondo cui “MI sindacato delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione sulle decisioni della Corte dei Conti in sede giurisdizionale è circoscritto al controllo dei limiti esterni di detto giudice, ed in concreto all’accertamento di vizi che attengano all’essenza della funzione giurisdizionale e non al modo del suo esercizio, talché rientrano nei limiti interni della giurisdizione, estranei al sindacato consentito, eventuali errori “in iudicando” o “in procedendo””.

3.3. Peraltro va ancora rilevato un ulteriore profilo d’inammissibilità della censura, che si riverbera, in effetti, nell’inammissibilità per difetto di rilevanza della questione di legittimità costituzionale, subordinatamente proposta con la memoria depositata in atti, dell’art. 362 c.p.c. e D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 53, comma 7-bis, in relazione all’art. 111 Cost., commi 1 e 2, e art. 117 Cost., comma 1.

3.3.1. Sostiene il ricorrente che, laddove sia escluso che la censura, come in parte qua formulata, sia riconducibile ai motivi attinenti alla giurisdizione, solo in relazione ai quali è consentita dinanzi alle Sezioni Unite di questa Corte l’impugnazione delle sentenze della Corte dei conti, si avrebbe non solo un pregiudizio irreparabile per chi sia stato, in concreto, in violazione del divieto del bis in idem, condannato due volte, in relazione a quella che si configura quale sanzione predeterminata ex lege, per i medesimi fatti, ma anche un vulnus dello stesso sistema, in presenza di giudicati confliggenti, il cui contrasto non può essere risolto con il rimedio della revocazione, ostandovi, nella fattispecie in esame, in relazione al disposto dell’art. 395 c.p.c., comma 1, n. 5, e D.Lgs. 26 agosto 2016, n. 174, art. 202, lett. g) (codice della giustizia contabile), l’avere la Corte dei conti espressamente pronunciato sulla relativa eccezione riguardante l’effetto preclusivo del giudicato nelle more formatosi dinanzi al giudice civile.

3.3.2. Sennonché il presupposto su cui si basa la doglianza – cioè che la sentenza n. 28795/17 di questa Corte e la sentenza della Corte dei conti in questa sede impugnata abbiano deciso, con esiti parzialmente contrastanti, sugli stessi fatti materiali – a prescindere dal fatto che tra i due giudizi non vi è identità di persone, si scontra con la ricostruzione della vicenda da parte del giudice contabile che, per un verso, ha rilevato espressamente che dal giudizio contabile esulano diversi incarichi, solo evocati dal Procuratore che ha esercitato l’azione dinanzi alla Corte dei conti per rafforzare il livello di gravità della colpa, per l’altro ha argomentato che il giudicato civile avrebbe potuto generare effetti preclusivi sull’ulteriore corso del giudizio contabile riguardante l’azione di responsabilità D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 53, comma 7 – bis, solo per l’ipotesi in cui il danno fosse risultato integralmente risarcito, evenienza che ha espressamente escluso essersi realizzata nella fattispecie in esame.

3.3.3. Ne deriva che la questione di legittimità costituzionale sollevata in subordine nei termini dinanzi riassunti e fondata su presupposti di fatto che non trovano riscontro nella sentenza impugnata ed anzi risultano dalla stessa palesemente smentiti, deve ritenersi inammissibile per difetto di rilevanza, indipendentemente da ogni considerazione riguardo all’eventuale manifesta fondatezza o infondatezza.

4. Il ricorso va pertanto rigettato, con contestuale declaratoria d’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale subordinatamente proposta, senza che ricorra la necessità di provvedere in pubblica udienza, come pure richiesto da parte ricorrente.

5. Non vi è luogo a pronunciare sulle spese, stante la natura di parte solamente in senso formale del Procuratore Generale, rappresentante il Pubblico Ministero presso la Corte dei conti.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio delle Sezioni Unite civili, il 19 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

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