Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36197 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. II, 23/11/2021, (ud. 28/05/2021, dep. 23/11/2021), n.36197

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BELLINI Ubaldo – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 21054 – 2016 R.G. proposto da:

AMBIENTE s.r.l., p.i.v.a/c.f. (OMISSIS) – in persona del legale

rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa in virtù di

procura speciale su foglio allegato in calce al ricorso

dall’avvocato Luca Tirabassi, ed elettivamente domiciliata in Roma

al piazzale Clodio n. 12 presso lo studio dell’avvocato Roberta

Federico;

– ricorrente –

contro

R.F., – c.f. (OMISSIS) – elettivamente domiciliato, con

indicazione dell’indirizzo p.e.c., in Carbonara di Nola (Na), alla

via Pozzoromolo, n. 6, presso lo studio dell’avvocato Liberato

Maffettone, che lo rappresenta e difende in virtù di procura

speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 166/2016 del Tribunale di Sulmona;

udita la relazione nella camera di consiglio del 28 maggio 2021 del

consigliere Dott. Luigi Abete.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

1. Con atto notificato in data 30.11.2009 R.F. citava la “Ambiente” s.r.l. a comparire dinanzi al Giudice di Pace di Castel di Sangro.

Esponeva che aveva affidato in appalto alla società convenuta l’esecuzione di lavori edili; che i lavori non erano stati eseguiti a regola d’arte; che, segnatamente, la ringhiera del balcone era stata tagliata e reinstallata in maniera approssimativa ed era stata tinteggiata senza il suo assenso.

Chiedeva condannare la convenuta al risarcimento dei danni nella misura di Euro 5.000,00 ovvero nell’importo ritenuto di giustizia, entro i limiti comunque della competenza del giudice adito.

2. Resisteva la convenuta.

3. Con atto notificato in data 22.12.2009 la “Ambiente” s.r.l. citava R.F. a comparire dinanzi al Giudice di Pace di Castel di Sangro.

Chiedeva condannare il convenuto a pagarle, quale saldo del corrispettivo per i lavori appaltati, la somma di Euro 1.880,90, ovvero il diverso, maggiore o minore, importo ritenuto di giustizia; il tutto oltre accessori.

4. Resisteva il convenuto.

5. Disposta la riunione dei giudizi, assunte le prove articolate, espletata la consulenza tecnica, con sentenza n. 43/2014 l’adito giudice di pace accoglieva la domanda proposta dalla “Ambiente” s.r.l. e, per l’effetto, condannava R.F. a pagare alla s.r.l. la somma di Euro 1.870,25, oltre interessi; rigettava la domanda proposta da R.F.; regolava le spese di lite.

6. Proponeva appello R.F..

Resisteva la “Ambiente” s.r.l.

7. Con sentenza n. 166/2016 il Tribunale di Sulmona accoglieva l’appello e, per l’effetto, dichiarava la “Ambiente” responsabile dei vizi delle opere enunciati in motivazione e la condannava, detratto l’importo del corrispettivo dovutole, a pagare al R. la somma di Euro 430,00, oltre i.v.a. e rivalutazione; condannava l’appellata a rimborsare all’appellante le spese di c.t.u. e le spese di lite, liquidate, queste ultime, in Euro 78,00 ed in Euro 1.200,00, oltre accessori, per il primo grado ed in Euro 193,78 ed in Euro 1.400,00, oltre accessori, per il secondo grado.

Evidenziava il tribunale che era da affermare la responsabilità della s.r.l. appaltatrice con esclusivo riguardo ai vizi concernenti l’ancoraggio della ringhiera del balcone.

Evidenziava, segnatamente, che non risultava che la “Ambiente” avesse operato in veste di mero esecutore materiale senza alcun margine di iniziativa.

8. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso la “Ambiente” s.r.l.; ne ha chiesto sulla scorta di quattro motivi la cassazione con ogni conseguente statuizione.

R.F. ha depositato controricorso; ha chiesto dichiararsi inammissibile o rigettarsi l’avverso ricorso con il favore – con distrazione – delle spese.

9. Il controricorrente ha depositato memoria.

10. Con il primo motivo la ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la erronea applicazione e/o violazione dell’art. 1176 c.c., comma 2 e art. 1669 c.c.

Deduce che ha svolto l’incarico affidatole con perizia e diligenza; che del resto, in ordine all’ancoraggio della ringhiera del balcone, il c.t.u. ha posto in risalto che al riguardo vi è stata un’erronea scelta progettuale.

Deduce comunque che, come risulta dalle dichiarazioni testimoniali raccolte, ha provveduto nel senso poi censurato dal c.t.u. in conformità ad un ordine scritto impartito dall’ingegner U., progettista e direttore dei lavori.

Deduce quindi che, circa l’esecuzione della scelta progettuale relativa al diverso ancoraggio della ringhiera, ha operato in veste di nudus minister.

11. Il primo motivo di ricorso va respinto.

12. Si ribadisce in premessa l’insegnamento di questa Corte.

Ovvero l’insegnamento secondo cui l’appaltatore, dovendo assolvere al proprio dovere di osservare i criteri generali della tecnica relativi al particolare lavoro affidatogli, è obbligato a controllare, nei limiti delle sue cognizioni, la bontà del progetto o delle istruzioni impartite dal committente e, ove queste siano palesemente errate, può andare esente da responsabilità, soltanto se dimostri di avere manifestato il proprio dissenso e di essere stato indotto ad eseguirle, quale nudus minister, per le insistenze del committente ed a rischio di quest’ultimo; pertanto, in mancanza di tale prova, l’appaltatore è tenuto, a titolo di responsabilità contrattuale, derivante dalla sua obbligazione di risultato, all’intera garanzia per le imperfezioni o i vizi dell’opera, senza poter invocare il concorso di colpa del progettista o del committente, né l’efficacia esimente di eventuali errori nelle istruzioni impartite dal direttore dei lavori (cfr. Cass. 21.5.2012, n. 8016; Cass. 2.2.2016, n. 1981).

13. Su tale scorta si osserva quanto segue.

Per un verso, la prova che l’appaltatore sia stato indotto ad operare in veste di nudus minister, si risolve in un accertamento “di fatto”, censurabile in cassazione unicamente nei limiti della previsione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – ovvero per “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti” – previsione alla cui stregua, a rigore, il motivo in esame si qualifica.

Per altro verso, la s.r.l. ricorrente senza dubbio sollecita questa Corte al riesame del giudizio “di fatto” cui in parte qua il Tribunale di Sulmona ha atteso, siccome non solo ha addotto che la modifica dell’ancoraggio della ringhiera si è resa necessaria al fine di ovviare alle infiltrazioni lamentate dalla controparte (cfr. ricorso, pag. 9), ma ha soggiunto che “le risultanze istruttorie (…) denotano come (…) non potesse che rivestire (…) la figura e il ruolo di un mero “nudus minister” del committente” (così ricorso, pag. 11).

14. Ebbene, negli enunciati termini, si rimarca che nessuna forma di “anomalia motivazionale” rilevante alla luce della pronuncia n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte si scorge in relazione alle motivazioni cui, in parte qua, il secondo giudice ha ancorato il suo dictum.

Invero, il tribunale ha compiutamente ed intellegibilmente esplicitato il proprio iter argomentativo e, di certo, ha disaminato il fatto decisivo caratterizzante in parte qua la res litigiosa.

In particolare, il tribunale ha specificato che ben avrebbe potuto la s.r.l. appellata rappresentare la questione del pericolo di “grave compromissione della funzione resistente della ringhiera”, che il c.t.u. aveva segnalato nella propria relazione; che dunque non poteva valorizzarsi la circostanza per cui l’appellata avesse eseguito l’ancoraggio della ringhiera sulla scorta delle direttive impartite dall’ingegner U.L..

15. D’altra parte, la ricorrente si duole per l’asserita erronea valutazione delle dichiarazioni rese dai testi U. e S. (cfr. ricorso, pag. 10).

E tuttavia il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, né in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4, – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892).

16. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione dell’art. 112 c.p.c., la nullità della sentenza.

Deduce che controparte del tutto genericamente si è doluta per la cattiva esecuzione delle opere e giammai ha specificamente censurato l’erronea esecuzione della scelta progettuale relativa all’ancoraggio della ringhiera.

17. Il secondo motivo di ricorso del pari va respinto.

18. Innegabilmente, allorché venga denunciato un “error in procedendo” – è il caso, appunto, del secondo motivo – questa Corte di legittimità diviene anche giudice del “fatto processuale” ed è investita del potere di esaminare direttamente gli atti di causa (cfr. Cass. sez. un. 25.7.2019, n. 20181).

19. Tuttavia, devesi evidenziare quanto segue.

Da un canto, la ricorrente non ha indicato gli elementi individuanti e caratterizzanti il “fatto processuale” di cui ha invocato il riesame (cfr. Cass. sez. un. 25.7.2019, n. 20181, ove si soggiunge che l'”error in procedendo” non è rilevabile ex officio e che questa Corte non può ricercare e verificare autonomamente i documenti interessati dall’accertamento dell’error).

Cosicché il motivo di ricorso in disamina difetta di specificità e di “autosufficienza” (cfr. Cass. (ord.) 29.9.2017, n. 22880, secondo cui il ricorrente non è dispensato dall’onere di specificare il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata, indicando anche specificamente i fatti processuali alla base dell’errore denunciato, e tale specificazione deve essere contenuta nello stesso ricorso per cassazione, per il principio di autosufficienza di esso; Cass. 20.7.2012, n. 12664).

D’altro canto – ed in ogni caso – l’esame degli atti dà univocamente conto che con l’iniziale citazione innanzi al Giudice di Pace R.F. non solo ebbe a dedurre di aver stipulato con la “Ambiente” un contratto d’appalto “per il rifacimento del balcone”, ma ebbe altresì a prospettare specificamente che “la ringhiera era stata tagliata e reinstallata in modo del tutto approssimato” (così atto di citazione di prime cure).

Cosicché il riscontro della responsabilità dell’appaltatrice – qui ricorrente – per non aver sollevato “la questione del pericolo di “grave compromissione della funzione resistente della ringhiera”” è appieno riconducibile ed ascrivibile alla surriferita prospettazione.

Non si configura perciò violazione alcuna del principio di “corrispondenza tra chiesto e pronunciato”.

20. In questo quadro, in pari tempo, non ha alcuna valenza l’ulteriore ragione di doglianza veicolata dal motivo in disamina alla cui stregua la scelta progettuale, poi da essa ricorrente eseguita, si era imposta onde scongiurare infiltrazioni del tipo di quelle che controparte aveva in precedenza lamentato.

21. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione e/o erronea applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c.

Deduce che il tribunale ha erroneamente regolato le spese del doppio grado; che si è in presenza di una ipotesi di soccombenza parziale.

Deduce del resto che il modesto importo per il quale è stata condannata, scaturisce dalla compensazione delle opposte pretese ed inoltre che il tribunale ha accolto in misura residuale il terzo motivo dell’avverso appello.

22. Il terzo motivo di ricorso parimenti va respinto.

23. Si ammetta pure, così come assume la ricorrente, che l’esito del giudizio di merito ha sostanziato un’ipotesi di soccombenza reciproca.

E tuttavia sovviene l’insegnamento di questa Corte a tenor del quale, in tema di spese processuali, il sindacato della Corte di cassazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le stesse non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa, per cui vi esula, rientrando nel potere discrezionale del giudice di merito, la valutazione dell’opportunità di compensarle in tutto o in parte, sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca che in quella di concorso di altri giusti motivi (cfr. Cass. (ord.) 31.3.2017, n. 8421; Cass. (ord.) 17.10.2017, n. 24502; Cass. 19.6.2013, n. 15317).

24. Con il quarto motivo la ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, la violazione del D.M. n. 55 del 2014, art. 5, comma 1.

Deduce che ha errato il tribunale nella determinazione del valore della controversia e quindi nella individuazione dello scaglione di riferimento ai fini della quantificazione dei compensi relativi al giudizio di secondo grado.

Deduce, segnatamente, che lo scaglione di riferimento sarebbe stato quello di valore fino ad Euro 1.100,00.

25. Il quarto motivo di ricorso analogamente va respinto.

26. Il valore della controversia è stato ineccepibilmente determinato, ai fini della quantificazione dei compensi a carico della ricorrente soccombente, con riferimento allo scaglione compreso tra Euro 1.100,01 ed Euro 5.200,00. Soccorre l’insegnamento di questa Corte secondo cui, ai fini del rimborso delle spese di lite a carico della parte soccombente, il valore della controversia va fissato sulla base del criterio del “disputatum”, ossia di quanto richiesto nell’atto introduttivo del giudizio ovvero nell’atto di impugnazione parziale della sentenza (cfr. Cass. 23.11.2017, n. 27871; Cass. 12.1.2011, n. 536).

27. In ogni caso non può non porsi in risalto che il “decisum” non è propriamente espresso dall’importo di Euro 430,00, ovvero dall’importo al cui pagamento il Tribunale di Sulmona ha condannato la “Ambiente”, bensì dal maggior ammontare del risarcimento che è stato acclarato come dovuto dalla “Ambiente” e dal cui quantum, per compensazione parziale, è stato detratto il saldo del corrispettivo alla stessa appaltatrice, qui ricorrente, spettante.

28. In dipendenza del rigetto del ricorso la s.r.l. ricorrente va condannata a rimborsare le spese del presente giudizio di legittimità all’avvocato Liberato Maffettone, difensore del controricorrente, che ha dichiarato di aver anticipato le spese e di non aver riscosso gli onorari.

La liquidazione segue come da dispositivo.

29. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis D.P.R. cit., se dovuto (cfr. Cass. sez. un. 20.2.2020, n. 4315).

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente, “Ambiente” s.r.l., a rimborsare all’avvocato Liberato Maffettone, difensore anticipatario del controricorrente, le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 1.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e cassa come per legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis D.P.R. cit., se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sez. seconda civ. della Corte Suprema di Cassazione, il 28 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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