Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36179 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 23/11/2021, (ud. 21/09/2021, dep. 23/11/2021), n.36179

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3777/2021 proposto da:

I.O., rappresentato e difeso dall’avvocato Vittorio

Lombardi;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

Avverso la sentenza n. 2360/2019 della Corte d’appello di Catanzaro,

depositata il 17/7/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 21/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. GIULIA

IOFRIDA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Catanzaro, con sentenza n. 1526/2019, depositata in data 17/7/2019, ha respinto il gravame di I.O., cittadino nigeriano, avverso la decisione di primo grado, che aveva, a seguito di diniego della competente Commissione territoriale, respinto la richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria od umanitaria.

In particolare, i giudici d’appello, ritenuta nuova la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato formulata tardivamente da nuovo difensore dell’appellante, non nell’atto di appello originario, e ritenuta non necessaria una nuova audizione del richiedente, hanno sostenuto che: il racconto del richiedente (essere stato costretto a lasciare il Paese d’origine per minacce di morte ricevute dalla setta degli (OMISSIS), di cui il padre era un membro) non era credibile, per genericità e lacune, e non integrava i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b); quanto alla protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), il Sud della Nigeria (Edo State) non era interessato (secondo le fonti consultate, EASO, ed i dati aggiornati al 2018) da violenza generalizzata; in difetto di situazioni di personale vulnerabilità, non ricorrevano i presupposti neppure per la concessione della protezione umanitaria.

Avverso la suddetta pronuncia, I.O. propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno (che non svolge difese). E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a) con il primo motivo, sia la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2-7, del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27, artt. 2 e 3 CEDU, sia l’omesso esame di fatti decisivi, ex art. 360 c.p.c., n. 5, in relazione agli atti di persecuzione subiti ed al diniego di protezione; b) con il secondo motivo, sia la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c), nonché del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3 e 14, D.Lgs. n. 25 del 2007, artt. 8 e 27, artt. 2 e 3, 6 e 13, 47 CEDU, della Dir. n. 2013/32/UE, art. 46, sia l’omesso esame di fatto decisivo, ex art. 360 c.p.c., n. 5, con riferimento ai profili di credibilità, nonché errata ed illogica valutazione in merito alle dichiarazioni dei richiedente, non avendo la Corte d’appello compiuto adeguata attività istruttoria officiosa; c) con il terzo motivo, la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 4,7,14,16 e 17, del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8,10 e 32, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e art. 19, comma 2, e art. 10, comma 3, nonché D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, e l’omessa valutazione o motivazione apparente, in violazione degli artt. 112 e 132 c.p.c. e art. 156 c.p.c., comma 2, e art. 111 Cost., sia delle violazioni dei diritti umani nel Paese d’origine sia della condizione di vita del richiedente (e dei motivi di persecuzione da parte dei membri di setta religiosa), in relazione al diniego della protezione umanitaria.

2. La prima censura è inammissibile, sia come vizio di violazione di legge sia come vizio motivazionale, in quanto non pertinente al decisum.

Invero, il motivo non si confronta con le statuizioni della sentenza impugnata, con la quale la Corte d’appello ha ritenuto nuova la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato e, quanto alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b), ha ritenuto non credibile la dichiarazione del richiedente in ordine agli atti di persecuzione per motivi religiosi asseritamente subiti.

3. Il secondo motivo è inammissibile.

Invero si è già chiarito che, in tema di protezione internazionale, la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate (cfr. Cass. n. 27593 del 2018 e Cass. n. 29358 del 2018).

Anche di recente (Cass. n. 11925 del 2020), si è affermato che “la valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, oltre che di quelli generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicché, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

Ad ogni modo il ricorrente ha dichiarato di provenire dalla Nigeria e l’accertamento officioso in ordine alla situazione esistente in tale zona di provenienza, ai fini della protezione sussidiaria, è stato fatto dalla Corte di merito, sulla base delle fonti specifiche consultate.

4. Il terzo motivo è parimenti inammissibile.

Orbene, il ricorrente non ha dedotto alcunché quanto alla specifica lesione della sfera dei propri diritti personalissimi, limitandosi ad un riferimento generico alla situazione della Nigeria ed ad un richiamo, altrettanto laconico, al rischio di subire nuove violenze (profilo, quest’ultimo, rispetto al quale risulterebbe comunque insuperabile l’accertamento dei giudici di merito, i quali hanno motivatamente escluso la credibilità della narrazione del richiedente).

Le Sezioni Unite (Cass. n. 24413 del 2021) si sono nuovamente pronunciate sul tema della protezione umanitaria, alla stregua del testo del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, anteriore alle modifiche recate dal D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, e del contenuto della valutazione comparativa affidata al giudice, tra la situazione che, in caso di rimpatrio, il richiedente lascerebbe in Italia e quella che il medesimo troverebbe nel Paese di origine, già condiviso dalle Sezioni Unite, con la precedente sentenza n. 29459/2019, affermando il seguente principio di diritto: “In base alla normativa del T.U. Imm. anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese d’origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia. Per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno in Paesi d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare, sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dalla Convenzione EDU, art. 8, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell’art. 5 T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno”.

Tuttavia, il ricorso risulta del tutto generico anche in relazione all’integrazione effettiva in Italia del richiedente.

5. I vizi motivazionali dedotti non sono articolati in conformità al nuovo disposto dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (Cass. SU n. 8053 del 2014).

6. Per tutto quanto sopra esposto, va dichiarato inammissibile il ricorso. Non v’e’ luogo a provvedere sulle spese processuali non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 21 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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