Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36174 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 23/11/2021, (ud. 21/09/2021, dep. 23/11/2021), n.36174

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19002//2019 proposto da:

K.E. rappresentato e difeso dall’avvocato Marco Giorgetti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

Avverso la sentenza n. 2803/2018 della Corte d’appello di Ancona,

depositata il 4/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 21/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. GIULIA

IOFRIDA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Catanzaro, con sentenza n. 2803/2018, depositata il 4/12/2018, ha respinto il gravame di K.E., cittadino della (OMISSIS), avverso la decisione di primo grado, che, a seguito di diniego della competente Commissione territoriale, aveva respinto la richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria e umanitaria.

In particolare, i giudici d’appello, non ritenuta necessaria una nuova audizione del richiedente, hanno affermato che: il racconto del richiedente (essere scappato dal Paese d’origine, dopo essere stato tenuto prigioniero da un uomo locale in (OMISSIS), dove era stato portato da uno zio) era generico e non credibile e non integrava i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, neppure D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14 lett. c), non emergendo una situazione di violenza generalizzata in (OMISSIS); non ricorrevano i presupposti neppure per la protezione umanitaria, in difetto di situazioni di particolare vulnerabilità o di adeguato percorso di integrazione non solo lavorativo ma anche famigliare in Italia. Avverso la suddetta pronuncia, non notificata, K.E. propone ricorso per cassazione, notificato, affidato a cinque motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno (che non svolge difese). E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a) con il primo motivo, la nullità del provvedimento impugnato, ex art. 360 c.p.c., n. 5, per vizio di motivazione apparente, la Corte di merito reso una motivazione intrisa di clausole di stile, senza alcun riferimento agli elementi concretamente addotti; 2) con il secondo motivo, sia la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 5,7 e 14, e del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27 comma 1 bis, in relazione alla ritenuta non credibilità delle dichiarazioni del richiedente, malgrado la carenza di attivazione dei poteri istruttori officiosi; 3) con il terzo motivo, la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, in relazione sempre alla mancata attivazione del dovere di cooperazione istruttoria sulla situazione del Paese d’origine; d) con il quarto motivo, la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e art. 19, comma 1, del D.P.R. n. 394 del 1999, art. 11 comma 1 c-ter, in relazione alla reiezione della richiesta di protezione umanitaria, sia il vizio di motivazione, denunciando un vizio di motivazione apparente, in relazione allo specifico rischio di vulnerabilità del richiedente; e) con il quinto motivo, la violazione e falsa applicazione dell’art. 13 Cost, in relazione alla motivazione apparente in ordine al profilo della compromissione della libertà personale del migrante, che era stato condotto da uno zio fuori dalla (OMISSIS) e venduto a terzi.

2. Il primo ed il quinto motivi sono infondati.

La sentenza non risulta infatti affetta da un vizio di radicale carenza di motivazione o motivazione apparente. Invero, la Corte d’appello ha ritenuto che il racconto del richiedente era sotto vari profili (per incoerenza e genericità) non credibile.

Come osservato dalle S.U. di questa Corte (Cass. S.U 22232/2016) “La motivazione è solo apparente, e la sentenza è nulla perché affetta da “error in procedendo”, quando, benché graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perché recante argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento, non potendosi lasciare all’interprete il compito di integrarla con le più varie, ipotetiche congetture”.

In realtà, i motivi sottendono una censura di insufficienza motivazionale che non può essere più avanzata, in sede di legittimità, attesa la nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5. Si tratta di una motivazione che non può considerarsi meramente apparente, in quanto esplicita le ragioni della decisione.

3. La seconda e la terza censura, da trattare unitariamente in quanto connesse, sono inammissibili.

In ordine alla violazione del dovere di cooperazione istruttoria del giudice, vero che nella materia in oggetto il giudice abbia il dovere di cooperare nell’accertamento dei fatti rilevanti, compiendo un’attività istruttoria ufficiosa, essendo necessario temperare l’asimmetria derivante dalla posizione delle parti (Cass. 13 dicembre 2016, n. 25534); ma la Corte di merito ha attivato il potere di indagine nel senso indicato.

Nella specie, tutti gli aspetti significativi della vicenda narrata dal richiedente sono stati esaminati e si è proceduto quindi ad un approfondimento istruttorio, confermandosi, con congrua motivazione, il giudizio di insussistenza di una situazione di violenza generalizzata in (OMISSIS), già espresso in primo grado, rilevandosi che nel Paese è in corso un processo di evoluzione verso la democrazia.

La doglianza è altresì inammissibile perché, in maniera peraltro del tutto generica, anche con riguardo al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), ed alla questione delle fonti informative, mira a sostituire le proprie valutazioni con quella, svolta, sulla base di informazioni tratte da fonti attuali, insindacabilmente (al di fuori dei limiti dell’attuale formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5).

4. Il quarto motivo e’, invece, fondato.

Le Sezioni Unite (Cass. SU 24413/2021) si sono nuovamente pronunciate sul tema della protezione umanitaria, alla stregua del testo del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, anteriore alle modifiche recate dal D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, e del contenuto della valutazione comparativa affidata al giudice, tra la situazione che, in caso di rimpatrio, il richiedente lascerebbe in Italia e quella che il medesimo troverebbe nel Paese di origine, già condiviso dalle Sezioni Unite, con la precedente sentenza n. 29459/2019, affermando il seguente principio di diritto: “In base alla normativa del T.U. Imm. anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese d’origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia. Per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno in Paesi d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare, sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall’art. 8 Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell’art. 5 T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno”.

In motivazione, le Sezioni Unite hanno chiarito che: a) ” fermo restando, quindi, che l’accertamento del diritto alla protezione umanitaria postula sempre, proprio per l’atipicità dei relativi fatti costitutivi, l’esigenza di procedere a valutazioni soggettive ed individuali, da svolgere caso per caso, deve dunque confermarsi il principio, già enunciato in SS. UU. n. 29459/2019, che, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato”; b) “tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alle condizioni soggettive e oggettive del richiedente nel Paese di origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano” (secondo quanto già affermato dalle Sezioni semplici nelle pronunce nn. 1104/2020 e 20894/2020); c) “l’integrazione sociale non costituisce una condicio sine qua non della protezione umanitaria, bensì uno dei possibili fatti costitutivi del diritto a tale protezione, da valutare, quando sussista, in comparazione con la situazione oggettiva e soggettiva che il richiedente ritroverebbe tornando nel suo Paese di origine, anche con riguardo alla situazione soggettiva – sotto il profilo della permanente sussistenza di una rete di relazioni affettive e sociali”; d) “il grado di integrazione del richiedente in Italia assume una rilevanza proporzionalmente minore e, in situazioni di particolare gravità – quali la seria esposizione alla lesione dei diritti fondamentali alla vita o alla salute, conseguente, ad esempio, a eventi calamitosi o a crisi geopolitiche che abbiano generato situazioni di radicale mancanza di generi di prima necessità – può anche non assumere alcuna rilevanza”; e) “per contro, in presenza di un livello elevato d’integrazione effettiva nel nostro Paese desumibile da indici socialmente rilevanti quali la titolarità di un rapporto di lavoro (pur se a tempo determinato, costituendo tale forma di rapporto di lavoro quella più diffusa, in questo momento storico, di accesso al mercato del lavoro), la titolarità di un rapporto locatizio, la presenza di figli che frequentino asili o scuole, la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento – saranno le condizioni oggettive e soggettive nel Paese di origine ad assumere una rilevanza proporzionalmente minore”.

Ora, nel presente giudizio, la Corte di merito ha escluso una situazione personale di vulnerabilità soggettiva ed oggettiva, meritevole di protezione per ragioni umanitarie, rilevando, essenzialmente, che, non sussistendo diritti che potessero essere pregiudicati dal rientro in patria del richiedente protezione, per quanto già espresso in ordine all’inesistenza di un rischio di persecuzione o di pregiudizio in un contesto di volenza generalizzata in (OMISSIS), il richiedente non aveva allegato particolari problematiche di salute e la sola integrazione in Italia dal punto di vista lavorativo, in difetto di un’integrazione anche “sociale/familiare”, non era sufficiente ad integrare il requisito della integrazione effettiva nel nostro Paese.

La statuizione non risulta conforme ai principi di diritto sopra richiamati, in quanto, a fronte di un buon livello di effettiva integrazione in Italia, testimoniato dal costante svolgimento di regolare attività lavorativa (con proroga ulteriore del contratto di lavoro di durata annuale) e dall’acquisita conoscenza della lingua italiana, è mancata una corretta valutazione comparativa tra la odierna situazione del ricorrente e la possibile compressione del nucleo dei suoi diritti fondamentali, in caso di rimpatrio in (OMISSIS). Invero, si imponeva, per le considerazioni da ultimo condivise dalle Sezioni Unite di questa Corte, una valutazione comparativa “attenuata” dell’elemento oggettivo costituito dalla presumibili condizioni di vita che attendono il richiedente asilo di ritorno nel Paese di origine rispetto al secundum comparationis rappresentato dal livello di effettiva integrazione nel nostro Paese.

4. Per tutto quanto sopra esposto, in accoglimento del quarto motivo di ricorso, respinti il primo ed il quinto motivo ed inammissibili la seconda e la terza censura, va cassata la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’appello di Catanzaro in diversa composizione. Il giudice del rinvio provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il quarto motivo del ricorso, respinti il primo ed il quinto motivo ed inammissibili la seconda e la terza censura, e cassa la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’appello di Catanzaro in diversa composizione, anche in punto di liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 21 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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