Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36173 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 23/11/2021, (ud. 21/09/2021, dep. 23/11/2021), n.36173

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MELONI Marina – rel. Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

su ricorso n. 20291/2020 proposto da:

B.C. elettivamente domiciliata in ROMA, Via Pietro Mascagni

186, presso lo studio dell’Avv.to Jacopo Maria Pitorri che la

rappresenta e difende, giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso la sentenza n.1624/2020 della Corte di Appello di Roma

pubblicata il 2/3/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 21/9/2021 dal consigliere Dott.ssa Marina Meloni;

 

Fatto

CONSIDERATO IN FATTO

che:

La Corte di Appello di Roma con sentenza in data 2/3/2020 ha rigettato l’appello avverso il provvedimento del Tribunale di Roma che a sua volta aveva confermato il rigetto pronunciato dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale di Roma in ordine alle istanze avanzate da B.C. nata in Ghana il (OMISSIS), volto, in via gradata, ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, il riconoscimento del diritto alla protezione sussidiaria ed il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria.

La donna richiedente asilo proveniente dal Ghana aveva riferito alla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale di essere fuggita dal proprio paese a causa delle minacce fatte dai creditori al marito il quale non riusciva a restituire il denaro preso in prestito per acquistare un campo di pomodori.

La Corte di Appello di Roma in particolare ha escluso le condizioni previste per il riconoscimento del diritto al rifugio D.Lgs. n. 251 del 2007, ex artt. 7 e 8, ed i presupposti richiesti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, per la concessione della protezione sussidiaria, non emergendo elementi idonei a dimostrare che la ricorrente potesse essere sottoposta nel paese di origine a pena capitale o a trattamenti inumani o degradanti. Nel contempo il collegio di merito riteneva non credibile la ricorrente e negava l’esistenza di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale nonché una situazione di elevata vulnerabilità individuale.

Avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma la ricorrente ha proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi. Il Ministero dell’Interno non ha spiegato difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, la ricorrente denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia nonché la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3,7 ed 8, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per avere la Corte ritenuto non credibile il racconto ed omesso di valutare le dichiarazioni rese e consultare le fonti informative attualizzate.

Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione della Convenzione di Ginevra del 28/7/1951 e Convenzione Europea dei diritti dell’uomo di cui al T.U. n. 286 del 1998, art. 13, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, per non aver la Corte ritenuto sussistenti i presupposti per concedere la protezione dello status di rifugiato e la protezione sussidiaria; e per mancato esercizio dei poteri istruttori in ordine all’accertamento della situazione oggettiva relativa al Paese di origine in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Con il terzo motivo di ricorso il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e art. 19, in riferimento all’art. 360 comma 1 n.3 c.p.c., in quanto il giudice territoriale avrebbe dovuto riconoscere la protezione umanitaria al ricorrente a cagione dell’omesso esame dello stato di integrazione raggiunto in Italia dal ricorrente e mancato esercizio dei poteri istruttori in ordine all’accertamento della situazione oggettiva relativa al Paese di origine in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Con il quarto motivo di ricorso il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in quanto il giudice territoriale avrebbe dovuto riconoscere il diritto alla protezione sussidiaria ed al rifugio in base al principio del non refoulment.

Con il quinto motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 1423 del 1956, art. 11, e del T.U. n. 286 del 1998, art. 13, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché il provvedimento di diniego non era stato tradotto in lingua ghanese.

Il ricorso è fondato e deve essere accolto in ordine al terzo motivo inammissibili gli altri ed assorbito il quinto motivo.

Il primo motivo in ordine alla valutazione di credibilità è inammissibile. A tal riguardo occorre osservare che il legislatore ha ritenuto di affidare la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente asilo non alla mera opinione del giudice ma ha previsto una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiersi non tanto sulla base della mera mancanza di riscontri oggettivi, ma alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, e, inoltre, tenendo conto “della situazione individuale e della circostanze personali del richiedente” (di cui al citato D.Lgs., art. 5, comma 3, lett. c)), con riguardo alla sua condizione sociale e all’età. I criteri legali di valutazione della credibilità di cui all’art. 5, comma 3, sono categorie ampie ed aperte che lasciano ampio margine di valutazione al giudice chiamato ad esaminare il caso concreto secondo i criteri generali, basti pensare ai concetti di coerenza, plausibilità (lett. c) e attendibilità (lett. e) che richiedono senz’altro un’attività valutativa discrezionale. Nella fattispecie la Corte di merito ha motivato in ordine alle incoerenze del racconto con motivazione congrua ed insindacabile in questa sede.

Il secondo motivo in ordine alla protezione sussidiaria ed al dovere di cooperazione istruttoria officiosa, così come previsto dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, è inammissibile perché il giudice territoriale non è venuto meno al dovere di cooperazione istruttoria in quanto pur avendo ritenuto, a monte, che i fatti lamentati non costituiscano un ostacolo al rimpatrio né integrino un’esposizione seria alla lesione dei diritti fondamentali della persona ha comunque indagato verificando, sulla base del rapporto internazionale indicato in motivazione e citando le fonti di informazione, che la situazione del Ghana in generale e quella della zona di provenienza della ricorrente non comportano il rischio di un danno grave derivante da violenza indiscriminata né esiste una situazione di conflitto armato o di violenza generalizzata nella zona di provenienza del ricorrente. Pertanto la Corte di merito ha escluso il diritto alla protezione sussidiaria sulla base di fonti accreditate ed aggiornate citate in sentenza. La censura si risolve quindi in una generica critica del ragionamento logico posto dal giudice di merito a base dell’interpretazione degli elementi probatori del processo e, in sostanza, nella richiesta di una diversa valutazione degli stessi, ipotesi integrante un vizio motivazionale non più proponibile in seguito alla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, apportata dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito in L. n. 134 del 2012 (v. Cass., sez. un., n. 8053 del 2014).

Il quarto motivo di ricorso inerente al principio di non refoulement di cui alla Convenzione di Ginevra, art. 33, ratificato con L. n. 722 del 1954, in base al quale nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti, è infondato perché non risulta violato il principio di non refoulement indicato dalla CEDU, alla luce del quale non deve essere concesso per forza l’asilo al richiedente ma solo evitare che nel suo paese sia sottoposto a tortura o a trattamenti inumani e degradanti, circostanza questa esclusa dal giudice di merito.

Il terzo motivo inerente alla protezione umanitaria è fondato.

Alla luce dei principi enunciati da questa Corte (Cass. n. 4455 del 2018, Cass. SS. UU. n. 2949 e n. 24960 del 2019; n. 7599 del 2020; n. 18805 del 2020; n. 16119 del 2020 e da ultimo la n. 24413 del 2021) la condizione di vulnerabilità suscettibile di riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria può essere desunta dalla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione raggiunto dallo straniero in Italia e la situazione soggettiva oggettiva in cui questi si verrebbe a trovare in caso di rientro nel paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del “nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale”, e ciò considerando globalmente e unitariamente i singoli elementi fattuali accertati e non in maniera atomistica e frammentata.

Nella specie, risulta che la ricorrente ha raggiunto un buon livello di integrazione nel territorio italiano avendo documentato di avere due figli minori (uno di cinque mesi e l’altro di un anno e sette mesi) che vivono con lei ed il marito in un appartamento a Cassino e pertanto di aver formato un nucleo familiare la cui coesione verrebbe senz’altro compromessa in caso di rientro nel territorio di provenienza. Il giudizio di comparazione effettuato dal giudice di merito non tiene conto di questa circostanza e pertanto il ricorso deve essere accolto in ordine al terzo motivo, cassata la sentenza e rinviato il giudizio alla Corte di Appello di Roma per la valutazione da parte del giudice di merito del giudizio di comparazione sulla base del livello di integrazione raggiunto dalla ricorrente nel nostro paese.

PQM

Accoglie il terzo motivo di ricorso, rigettati i motivi uno, due, quattro, assorbito il quinto, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Roma in differente composizione anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sesta sezione civile della Corte di Cassazione, il 21 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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