Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36158 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. II, 23/11/2021, (ud. 08/09/2021, dep. 23/11/2021), n.36158

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rosanna – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 21124/2016 R.G. proposto da:

D.R., rappresentato e difeso dall’avv. Giuseppe

Gialloreto, con domicilio eletto in Roma, Viale Parioli n. 76,

presso lo studio dell’avvocato SEVERINO D’ANONE;

– ricorrente-

contro

M.I., rappresentato e difeso dall’avv. Giovanni Caprara,

con domicilio eletto in Roma, Viale Giulio Cesare n. 2;

– controricorrente-

avverso la sentenza della Corte d’appello di L’Aquila n. 583/2016,

pubblicata il 9.6.2013;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 8.9.2021 dal

Consigliere Dott. Giuseppe Fortunato;

udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto

Procuratore Generale Dott. Soldi Annamaria, che ha chiesto di

respingere il ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

D.R. ha proposto opposizione dinanzi al tribunale di Chieti – sezione di Ortona – avverso ii decreto ingiuntivo n. 42/2004 emesso in favore di M.I. per il pagamento di Euro 84.859,36, a titolo di corrispettivi contrattuali.

In corso di causa l’opponente è stato dichiarato fallito con sentenza n. 148 del 17.10.2002 e il processo è stato interrotto con provvedimento del 31.1.2003, a seguito della dichiarazione dell’evento interruttivo da parte del difensore dell’ingiunto, effettuata con note depositate in data 16.11.2002.

Il M. ha inoltre proposto istanza di ammissione al passivo del credito e successiva opposizione allo stato passivo in data 23.6.2005.

Il 13.4.2006 il fallimento è stato revocato con sentenza passata in giudicato in data 29.5.2006 e, su istanza del M., depositata il 14.5.2007, il tribunale ha dichiarato l’estinzione del giudizio di opposizione per mancata riassunzione, con provvedimento successivamente annullato dalla Corte d’appello per vizio del contraddittorio, con rimessione della causa in primo grado. Riassunto il giudizio, il Tribunale ha nuovamente dichiarato l’estinzione dell’opposizione.

La pronuncia è stata confermata in appello.

La Corte aquilana ha ritenuto che il termine per riassumere la causa di opposizione decorresse dalla data della opposizione allo stato passivo, avendo il creditore dato atto – negli scritti difensivi – della pendenza del giudizio ex art. 645 c.p.c., rendendone edotto il curatore, o – al più tardi – dal passaggio in giudicato della sentenza di revoca del fallimento, essendosi il processo comunque estinto, essendo decorso – da tali date – il termine semestrale di legge, senza che le parti avessero proceduto alla riassunzione.

Ritenuta la palese infondatezza dell’impugnazione, la Corte territoriale ha revocato l’ammissione del D. al gratuito patrocinio, regolando le spese processuali.

Per la cassazione di tale sentenza D.R. propone ricorso in quattro motivi, illustrati con memoria.

M.I. resiste con controricorso e con successiva memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo del ricorso censura la violazione del R.D. n. 267 del 1942, artt. 43, 93,95,96,98,99, artt. 300,302,303,305,307 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, esponendo che, al contrario di quanto sostenuto dalla Corte di merito, il curatore non era tenuto a riassumere il giudizio di opposizione, non avendo il decreto ingiuntivo effetti verso la massa, e che, intervenuto il fallimento dell’opponente, non era ammissibile dichiarare l’esecutività dell’ingiunzione di pagamento, stante l’inderogabilità del principio secondo cui l’accertamento dei crediti verso il fallito deve aver luogo nel procedimento di verifica del passivo.

Il secondo motivo denuncia la violazione degli artt. 39,302,303,305,653 c.p.c., R.D. n. 267 del 1942, artt. 43, 93,95,96,98,99 ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sostenendo che, avendo il resistente proposto domanda di insinuazione del credito nel fallimento ed avendo incardinato il successivo giudizio di opposizione allo stato passivo, sussisteva un rapporto di continenza tra tale giudizio e l’opposizione ex art. 645 c.p.c., che impediva di dichiarare esecutivo il decreto ingiuntivo.

Il terzo motivo deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, addebitando alla sentenza l’errore di aver dichiarato esecutiva l’ingiunzione di pagamento, nonostante la pendenza del giudizio di opposizione allo stato passivo.

I tre motivi, che – per la loro stretta connessione- possono essere esaminati congiuntamente, sono infondati.

A seguito dell’intervenuto fallimento del debitore opponente, il giudizio di opposizione è stato dichiarato interrotto con provvedimento del 31.1.2003 ed è rimasto quiescente senza che fosse riattivato tempestivamente su iniziativa delle parti.

Solo dopo il passaggio in giudicato della sentenza di revoca della dichiarazione di fallimento – allorquando era ormai spirato il termine semestrale di cui all’art. 305 c.p.c. (nel testo applicabile ratione temporis), il M. ha riassunto l’opposizione al solo fine di ottenere la pronuncia di estinzione del giudizio e la declaratoria di esecutività dell’ingiunzione di pagamento.

Secondo la sentenza, il termine di riassunzione decorreva – nello specifico – dalla data dell’opposizione allo stato passivo, avendo il creditore reso edotto il curatore della pendenza dell’opposizione a decreto ingiuntivo o, al più tardi, dalla data del passaggio in giudicato della sentenza che aveva revocato il fallimento.

La tesi del ricorrente secondo cui il provvedimento monitorio non poteva esser dichiarato esecutivo una volta intervenuto il fallimento – occorrendo accertare tutti i crediti verso il fallito nell’ambito della procedura concorsuale e nel contraddittorio con gli altri creditori ostandovi inoltre il rapporto di continenza con l’opposizione allo stato passivo, non può essere accolta.

La giurisprudenza di questa Corte ha costantemente affermato che l’eventuale accertamento dei crediti del fallito, svolto in sede ordinaria dopo la dichiarazione di fallimento, non ha effetti verso la massa, data l’esclusività della sede concorsuale per la verifica di tutti i crediti facenti parte del passivo.

Quindi, nel caso in cui la dichiarazione di fallimento del debitore sopravvenga nelle more dell’opposizione ex art. 645 c.p.c., il provvedimento monitorio, quand’anche provvisoriamente esecutivo, non è equiparabile ad una sentenza non ancora passata in giudicato ed e’, come tale, totalmente privo di efficacia nei confronti del fallimento (Cass. 22047/2020; Cass. 23474/2020; Cass. 9933/2018; Cass. 23679/2017; Cass. 3401/2013; Cass. 21565/2008).

Ne consegue perciò che il curatore – pur avendo facoltà – non è tenuto a riassumere il giudizio di opposizione per ottenerne la dichiarazione di improcedibilità della domanda di pagamento proposta in sede ordinaria.

Inoltre, dichiarato il fallimento dell’opponente, il giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo avente ad oggetto un credito verso l’imprenditore fallito resta estraneo alla procedura concorsuale.

Quindi il fallito non perde la legittimazione processuale rispetto all’opposizione ex art. 645 c.p.c. ed è anzi tenuto a proseguirla ove intenda evitare la formazione di un titolo che possa essergli opposto dopo la chiusura del fallimento (Cass. 3580/1994; Cass. 22047/2020).

Anche alla luce dell’attuale formulazione della L.Fall., art. 96 e comunque sulla base di un principio già consolidato prima delle riforme del D.Lgs. n. 5 del 2006, le pronunce del giudice delegato e quelle del tribunale all’esito dei giudizi di cui alla L.Fall., art. 99 spiegano effetto solo ai fini del concorso, sicché se il curatore non subentra nel processo, le eventuali ulteriori vicende di tale giudizio restano vincolanti soltanto nei confronti del fallito al momento in cui cesseranno gli effetti del fallimento (Cass. 3580/1995; Cass. 3885/1988).

Sussiste quindi l’interesse dell’opponente fallito (che è privo di capacità processuale solo per i rapporti patrimoniali compresi nel fallimento), a riassumere il processo, per evitare che gli effetti previsti dall’art. 653 c.p.c. si verifichino nei suoi confronti e gli possano essere opposti quando tornerà in bonis (Cass. 5727/2004; Cass. 23394/2015).

In conclusione, ove il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo sia interrotto per il sopravvenuto fallimento del debitore opponente, questi ha l’onere di riassumere il giudizio per impedire che il decreto acquisti efficacia esecutiva ai sensi dell’art. 653 c.p.c. – con conseguente formazione del giudicato sulla sussistenza del credito – e al fine di evitare che, una volta tornato in bonis, tale efficacia gli sia opposta dal creditore (Cass. 1492/1989).

A tali principi si è attenuta la pronuncia impugnata, avendo rilevato che né il curatore – che pure ne aveva facoltà per far dichiarare l’improcedibilità della domanda monitoria – né il debitore avevano riassunto il giudizio di opposizione nei termini. Quindi il processo è stato correttamente dichiarato estinto su richiesta del creditore che aveva interesse ad avvalersi del titolo di condanna nei confronti del debitore rientrato in bonis (Cass. 23394/2015).

2. Il quarto motivo denuncia la violazione del D.P.R. n. 115 del 2002, artt. 126 e 136 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sostenendo che la revoca dell’ammissione al gratuito patrocinio era prerogativa esclusiva del Consiglio dell’ordine di appartenenza, cui competeva anche la valutazione della non manifesta infondatezza delle pretese della parte che aveva richiesto l’ammissione, essendo riservata al giudice solo la verifica dell’eventuale mala fede o colpa grave della parte ammessa al beneficio, ai fini di un’eventuale revoca dell’ammissione.

Il quinto motivo denuncia la violazione del D.P.R. n. 115 del 2002, artt. 126 e 136 ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, sostenendo che, data la complessità delle questioni giuridiche esaminate, il gravame non poteva considerarsi manifestamente infondato e non poteva comportare la revoca dell’ammissione al gratuito patrocinio.

I due motivi sono inammissibili.

Il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136, commi 2 e 3, consente la revoca del provvedimento di ammissione al patrocinio (provvisoriamente disposta dal consiglio dell’ordine degli avvocati), da parte del magistrato procedente, disponendo che questi provvede con decreto qualora risulti: a) l’insussistenza dei presupposti per l’ammissione; b) che l’interessato abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave.

Nello specifico, la revoca, sebbene disposta per la manifesta infondatezza dell’impugnazione, senza l’adozione di un autonomo decreto, ma direttamente con la sentenza resa a chiusura del giudizio di gravame, non è ricorribile in cassazione.

Anche in tal caso il provvedimento è impugnabile solo con l’opposizione di cui all’art. 170 tusg, mentre l’impugnazione diretta in sede di legittimità è riservata all’ipotesi contemplata dall’art. 113 (revoca pronunciata su richiesta dell’ufficio finanziario per carenza dei requisiti reddituali, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 112, comma 1, lett. d): cfr. Cass. 17/2020).

La revoca del beneficio vede – difatti – come controparte non l’originario creditore ingiungente, ma il Ministero della Giustizia, tenuto a sostenere la spesa, unico legittimo contraddittore nel procedimento volto a contestare la correttezza del provvedimento (Cass. 13135/2012; Cass. 21700/2015; Cass. 3028/2018; Cass. 16117/2020).

Il ricorso è respinto, con regolazione in dispositivo delle spese processuali.

Si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 7300,00 per onorari, oltre ad iva, c.p.a. e rimborso forfettario delle spese generali, in misura del 15%;

Dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda civile, il 8 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

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