Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36156 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. II, 23/11/2021, (ud. 01/07/2021, dep. 23/11/2021), n.36156

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 2184-2020 proposto da:

V.C., rappresentato e difeso dall’avv. SONIA DELLA GRECA;

– ricorrente-

contro

MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, – MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di VENEZIA depositata il

01/10/2019, cron. 3609/2019;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

01/07/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE TEDESCO;

lette le conclusioni del P.M in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. Mistri Corrado, che ha concluso per il rigetto del

ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso L. n. 89 del 2001, ex artt. 2 e 3 depositato il 29 gennaio 2019, V.C. adiva la Corte d’appello di Venezia al fine di vedersi riconosciuto l’equo indennizzo per la non ragionevole durata della procedura fallimentare a carico della società di fatto fra M.A. e V.C. e del soci personalmente, procedura apertasi con sentenza dichiarativa di fallimento n. 491986 del 3 maggio 1985 del Tribunale di Padova e definita con decreto di chiusura del fallimento del 30 aprile 2014, depositato il 13 maggio 2014, procedura nella quale l’istante rivestiva la veste di soggetto fallito.

Con decreto del consigliere delegato del 7 dicembre 2019, comunicato il 7 febbraio 2019, era rigettata la domanda indennitaria ex L. n. 89 del 2001 sul rilievo che il relativo ricorso era stato tardivamente proposto.

Contro il provvedimento proponeva opposizione il V., lamentando, per quanto interessa in questa sede, l’erronea dichiarazione di inammissibilità per tardività della domanda indennitaria, in quanto il dies a quo per la decorrenza del termine decadenziale semestrale L. n. 89 del 2001, ex art. 4 era costituito dalla ricezione della raccomandata spedita dal curatore, con il quale si comunicava la chiusura del fallimento, raccomandata ricevuta dal V. il 7 agosto 2018.

La Corte d’appello di Venezia rigettava l’opposizione rilevando, che l’istanza di equo indennizzo era stata proposta con ricorso depositata decorsi oltre sei mesi dal momento in cui il decreto di chiusura del fallimento era divenuto definitivo. Secondo la Corte d’appello tale decreto era divenuto definitivo decorso il termine di un anno dal deposito, essendo irrilevante la postuma comunicazione da parte del curatore, che non era idonea a rimettere in termini le parte già decorsa nella decadenza.

Per la cassazione del decreto V.C. ha proposto ricorso, affidato a due motivi. Il primo motivo denuncia violazione della L.Fall., artt. 119 e 26 e della L. n. 89 del 2001, art. 4 e vizio di motivazione. Il secondo motivo denuncia travisamento della prova in relazione all’art. 117 c.p.c. ed errata valutazione di un documento decisivo per il giudizio.

Si sostiene che il termine per proporre il reclamo avverso il provvedimento di chiusura del fallimento è stabilito dall’art. 327 c.p.c. solo nel caso in cui sia mancata la comunicazione dell’avvenuto deposito da parte del curatore. Nel caso in esame la comunicazione era invece intervenuta; dal momento che la legge non impone al curatore un termine per provvedere a tale comunicazione, questa conservava la sua rilevanza quale dies a quo del termine per proporre il reclamo avverso il provvedimento di chiusura.

Il Ministero della Giustizia ha resistito con controricorso.

Il ricorrente ha depositato memoria.

La causa, in un primo tempo fissata per la trattazione in camera di consiglio, è stata rimessa alla pubblica udienza con ordinanza del 14 dicembre 2020.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

I due motivi di ricorso, da esaminare congiuntamente, sono infondati. Il decreto di chiusura è stato depositato il 13 maggio 2014;

Il ricorrente non disconosce il principio secondo cui, per le procedure fallimentari già pendenti alla data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2006, non opera il termine di cui alla L.Fall., art. 26 in tema di reclamo avanti al tribunale fallimentare dei decreti del giudice delegato aventi natura decisoria (in base alla nuova disciplina, indipendentemente dalla comunicazione, il reclamo non può proporsi decorsi novanta giorni dal deposito del provvedimento; qualora il provvedimento impugnato non sia stato comunicato, vale il termine ai sensi dell’art. 327 c.p.c. decorrente dalla pubblicazione (Cass. n. 19939/2917; n. 7218/2009). Egli tuttavia ritiene che l’applicabilità del principio, dopo la pronuncia della Corte costituzionale n. 279 del 2010, supponga che non ci sia stata la comunicazione del decreto di chiusura da parte del curatore, comunicazione, che, nella specie, era invece intervenuta. Si sottolinea che il decreto di chiusura è stato pubblicato il 13 maggio 2014, ma la sua comunicazione, da parte del curatore è avvenuta solo il 1 agosto 2018, essendo quindi tempestiva l’istanza per il riconoscimento dell’equo indennizzo proposta il 29 gennaio 2019.

A questa ricostruzione è inevitabile replicare che, una volta ammessa l’applicabilità dell’art. 327 c.p.c. in linea di principio, la comunicazione postuma è del tutto irrilevante, non potendo naturalmente avere l’effetto di elidere le conseguenze del già compiuto decorso del termine. Infatti, costituisce principio acquisito che la decadenza dall’impugnazione per il decorso del termine annuale previsto dall’art. 327 c.p.c. si verifica indipendentemente dalla notificazione della sentenza (Cass. n. 8857/1995; n. 5220/1999; n. 12250/2001).

Nel caso in esame è un fatto pacifico che la comunicazione dell’avvenuto deposito è avvenuta a termine lungo (annuale, secondo la Corte d’appello) ampiamente decorso.

In conclusione il Collegio ritiene doversi dare continuità al principio, rispetto al quale il provvedimento impugnato è del tutto conforme, secondo cui “in tema di domanda di indennizzo ex L. n. 89 del 2001 per irragionevole durata della procedura fallimentare cui non siano applicabili le modifiche introdotte con D.Lgs. n. 5 del 2006 e dal D.Lgs. n. 169 del 2007, il termine semestrale di decadenza decorre dalla data di definitività del decreto di chiusura del fallimento da individuarsi, qualora il provvedimento non sia stato comunicato, in quello di un anno dalla sua pubblicazione ai sensi dell’art. 327 c.p.c.” (Cass. n. 8088/2019).

Il Ministero di Giustizia, con il controricorso, sostiene che, ai fini della definitività del decreto, non si dovrebbe applicare l’art. 327 c.p.c. nel testo originario, ma la norma come modificata dalla L. n. 69 del 2009, il cui art. 46, comma 17, ha ridotto da un anno a sei mesi il termine lungo di impugnazione. Secondo l’amministrazione, ai fini dell’applicazione della norma modificata, destinata a trovare applicazione ai giudizi instaurati dopo il 4 luglio 2009, bisognerebbe avere riguardo non alla data in cui il fallimento è stato dichiarato, ma alla data di instaurazione del sub procedimento camerale definito con il decreto di chiusura.

La tesi non si può condividere. La presente procedura fallimentare è stata aperta prima dell’entrata in vigore delle modifiche apportate alla legge fallimentare dal D.Lgs. n. 169 del 2007. L’art. 150 di tale decreto prevede che le procedure fallimentari pendenti sono definite secondo la legge anteriore. Il medesimo D.Lgs. n. 169 del 2007, art. 22 prevede che le norme di tale decreto trovano applicazione alle procedure concorsuali aperte successivamente alla sua entrata in vigore, ad eccezione di talune disposizioni, che non attengono al caso in esame. E’ stato già chiarito che, con riferimento alla legge fallimentare ante modifiche ex D.Lgs. n. 169 del 2007, il termine semestrale di decadenza per la proposizione della domanda indennitaria L. n. 89 del 2001, ex art. 4 decorre da quanto il decreto di chiusura è divenuto definitivo, ossia non più impugnabile per decorso del termine (Cass. n. 8185/2017n. 221/2017; n. 1091/2015) o perché esaurito il giudizio di impugnazione proposto. Ora, per quanto riguarda l’individuazione del momento in cui il decreto sia divenuto definitivo, occorre tenere conto della sentenza della Corte costituzionale n. 279 del 2010, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione degli artt. 3 e 24 Cost., la L.Fall., art. 119, comma 2, nel testo anteriore alle modifiche apportate dal D.Lgs. n. 169 del 2007, nella parte in cui fa decorrere il termine per il reclamo avverso il decreto di chiusura dalla data di pubblicazione dello stesso nelle forme previste prescritte dalla L.Fall., art. 117, anziché dalla comunicazione dell’avvenuto deposito con lettera raccomandata con avviso di ricevimento ovvero a mezzo di altre modalità di comunicazione previste dalla legge. Nei casi in cui sussista la predetta raccomandata A.R., il termine per proporre la domanda indennitaria L. n. 89 del 2001, ex art. 4 decorre dal quindicesimo giorno dall’avvenuta comunicazione del deposito del decreto di chiusura, mentre qualora tale comunicazione manchi il su indicato decreto diventerà definitivo solo allo spirare del termine lungo di cui all’art. 327 c.p.c., comma 1, termine che è stato ridotto da un anno a sei mesi dalla L. n. 69 del 2000, art. 46, comma 17. Ora il termine di mesi sei in luogo di quello di un anno trova applicazione, ai sensi della L. n. 69 del 2000, art. 58 ai giudizi instaurati in primo grado successivamente all’entrata in vigore dell’art. 46, e cioè dopo il 4 luglio 2009 (Cass. n. 99020/2018 n. 19969/2015). Ebbene, al fine di stabilire se sia o no applicabile il termine di sei mesi in luogo di quello di un anno, occorre considerare non la data di instaurazione del sub procedimento culminato con il decreto di chiusura, ma la data di apertura della procedura fallimentare, la quale, del resto, rappresenta il giudizio presupposto di cui si lamenta la non ragionevole durata.

Nonostante vi siano precedenti di questa Corte che hanno fatto propria la diversa tesi propugnata dal Ministero della Giustizia (Cass. n. 3824/2018; n. 13237/2019), il Collegio ritiene preferibile il diverso orientamento, in base al quale sull’autonomia del sub procedimento del fallimento, di cui il decreto in questione costituisce l’esito” (Cass. n. 28496/2020).

Comunque sia nella specie la questione ha rilievo esclusivamente teorico. L’adesione al diverso indirizzo non determinerebbe la tempestività dell’istanza, discutendosi della applicabilità di un termine “lungo” di impugnazione più breve, che renderebbe ancora maggiore il distacco fra l’acquisita definitività del decreto di chiusura e la proposizione dell’istanza per il riconoscimento dell’equo indennizzo. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato, con addebito di spese.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.000,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Seconda civile della Corte suprema di cassazione, il 1 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

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