Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36133 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 23/11/2021, (ud. 08/07/2021, dep. 23/11/2021), n.36133

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRAZIOSI Chiara – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23803-2020 proposto da:

G.R.M., L.R.C., L.R.F., domiciliati

in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA della CORTE di

CASSAZIONE, rappresentati e difeso dall’Avvocato FABIO LO PRESTI;

– ricorrenti –

contro

FINO 1 SECURITISATION SRL, in persona del legale rappresentaste pro

tempore, e per essa la DOVALUE SPA, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA SALARIA, 213, presso lo studio dell’Avvocato NICOLA

MAIONE, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

contro

UNICREDIT SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 905/2020 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 03/06/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata dell’08/07/2021 dal Consigliere Relatore Dott. STEFANO

GIAIME GUIZZI.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

– che L.R.F., G.R.M. e L.R.C. ricorrono, sulla base di due motivi, per la cassazione della sentenza n. 905/20, del 3 giugno 2020, della Corte di Appello di Catania, che – respingendo il gravame dagli stessi proposto avverso la sentenza n. 4328/18, del 29 ottobre 2018, del Tribunale di Catania – così provvedeva;

– che essa ha confermato l’accoglimento dell’azione revocatoria esperita per la declaratoria di inefficacia dell’atto di compravendita di un immobile sito in (OMISSIS), stipulato dai predetti L.R. – G. mediante rigito notarile del (OMISSIS), azione esperita, in origine, dalla società do Bank S.p.a. (poi divenuta do Value S.p.a.) per Unicredit S.p.a., società successivamente resasi cedente, in favore di Fino 1 Securitisation S.r.l., – a propria volta intervenuta in giudizio, sempre tramite do Bank – del credito a garanzia del quale era stato incardinato il giudizio ex art. 2901 c.c.;

– che, in punto di fatto, gli odierni ricorrenti riferiscono di essere stati convenuti in giudizio, ex art. 2901 c.c., assumendo l’allora attrice di essere creditrice di L.R.F., in forza di atto anteriore alla stipulazione del contratto di compravendita immobiliare con cui il medesimo trasferiva alla figlia C. la proprietà del bene suddetto, costituendo in proprio favore (e della moglie G.R.M.) il diritto di abitazione;

– che accolta dal primo giudice l’esperita “actio pauliand” la decisione era confermata dal giudice di appello, che respingeva il gravame dei convenuti soccombenti;

– che avverso la sentenza della Corte etnea ricorrono per cassazione i L.R. e la G., sulla base – come detto – di due motivi;

– che il primo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5) – “violazione e falsa applicazione dell’art. 2901 c.c., per avere la Corte territoriale ritenuto inefficace l’atto di compravendita anche della quota di proprietà della Signora G.R.”, e dunque “nella sua integrità”;

– che il secondo motivo denuncia – sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5) – “violazione e falsa applicazione dell’art. 2901 c.c.”, e ciò “per avere la Corte territoriale ritenuto sussistenti nel caso in esame i presupposti per l’esercizio dell’azione revocatoria”;

– che, in particolare, i ricorrenti si dolgono del fatto che – nel valutare il presupposto oggettivo dell’esperita “actio pauliand” – la sentenza impugnata non abbia tenuto conto della capienza del patrimonio del debitore principale (essendo, per vero, L.R.F. solo il fideiussore del soggetto obbligato verso Unicredit), oltre che della congruità del prezzo di acquisto dell’immobile;

– che errata, inoltre, si reputa anche la valutazione del presupposto soggettivo dell’azione revocatoria, atteso che la conoscenza in capo al terzo dello stato di insolvenza dell’obbligato, sebbene possa essere dimostrata tramite indizi, deve essere effettiva, non potendo presumersi, nel caso di specie, in base al semplice rapporto di parentela tra L.R.C. ed il padre F.;

– che ha resistito all’avversaria impugnazione, con controricorso, la società Fino 1 Securitisation S.r.l., chiedendo dichiararsi la stessa inammissibile o comunque non fondata;

– che è rimasta, invece, solo intimata Unicredit;

– che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in Camera di consiglio per l’8 luglio 2021.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

– che il ricorso va rigettato;

– che il primo motivo è inammissibile, poiché la questione da esso posta ebbe a formare oggetto, in appello, di un motivo di gravame dichiarato inammissibile ex art. 342 c.c., sicché tale statuizione di difetto di specificità, e non altro, avrebbe dovuto formare oggetto della presente censura;

– che trova, pertanto, applicazione il principio secondo cui “la proposizione, con il ricorso per cassazione, di censure prive di specifiche attinenze al “decisum” della sentenza impugnata è assimilabile alla mancata enunciazione dei motivi richiesti dall’art. 366 c.p.c., n. 4), con conseguente inammissibilità del ricorso”, sul punto, “rilevabile anche d’ufficio” (Cass. Sez. 6-1, ord. 7 settembre 2017, n. 20910, Rv. 645744-01; Cass., Sez, 6-3,.ord. 3 luglio 2020, n. 13735, Rv. 658411-01);

– che il secondo motivo – che contesta la ricorrenza dei presupposti oggettivo e soggettivo dell’azione revocatoria – è in parte non fondato e in parte inammissibile;

– che, in particolare, esso risulta non fondato, laddove censura la sentenza impugnata per non aver dato rilievo alla capienza del patrimonio del debitore principale, in quanto, allorché “uno solo tra più coobbligati solidali compia atti di disposizione del proprio patrimonio, è facoltà del creditore promuovere l’azione revocatoria, ai sensi dell’art. 2901 c.c. – ricorrendone i presupposti – nei suoi confronti, a nulla rilevando che i patrimoni degli altri coobbligati siano singolarmente sufficienti a garantire l’adempimento” (da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 31 marzo 2017, n. 8315, Rv. 643834-01; nello stesso senso Cass. Sez. 2, sent 22 marzo 2011, n, 6486, Rv. 617517-01; Cass. Sez. 2, sent. 19 ottobre 2006, n. 22465, Rv. 592556-01; Cass. Sez. 3, sent. 13 marzo 1987, n. 2623, Rv. 451742-01);

– che, parimenti, il motivo risulta non fondato nella parte in cui contesta la sussistenza del presupposto oggettivo dell’azione ex art. 2901 c.c., sulla base della congruità del prezzo di vendita dell’immobile, visto che a fondamento dell’azione revocatoria ordinaria “non è richiesta la totale compromissione della consistenza patrimoniale del debitore, ma soltanto il compimento di un atto che renda più incerto o difficile il soddisfacimento del credito, che può consistere non solo in una variazione quantitativa del patrimonio del debitore, ma anche in una modificazione qualitativa di esso”, sicché “la sostituzione di un immobile con il denaro derivante dalla compravendita comporta di per sé una rilevante modifica qualitativa della garanzia patrimoniale, in considerazione della maggiore facilità di cessione del denaro” (cfr. Cass. Sez. 3, sent. 9 febbraio 2012, n. 1896, Rv. 621268-01);

– che il motivo, invece, risulta inammissibile, nella parte in cui censura il ragionamento presuntivo (al quale il giudice di merito può fare ricorso in tale ambito; cfr., da ultimo, Cass. Sez. 6-3, ord. 18 giugno 2019, n. 16221, Rv. 654318 02; nello stesso senso, tra le altre, Cass. Sez. 3, sent. 22 marzo 2016, n. 5618, Rv. 639362-01; Cass. Sez. 3, sent. 30 dicembre 2014, n. 27546, Rv. 633992-01) operato dalla sentenza impugnata per ritenere integrato il presupposto soggettivo dell’azione revocatoria;

– che tale censura, infatti, è priva di specificità;

– che, difatti, “qualora i giudice di merito sussuma erroneamente sotto i tre caratteri individuatoli della presunzione (gravita, precisione e concordanza) fatti concreti che non sono invece rispondenti a quei requisiti, il relativo ragionamento è censurabile in base all’art. 360 c.p.c., n. 3) (e non già alla stregua dello stesso art. 360, n. 5), competendo alla Corte di cassazione, nell’esercizio della funzione di nomofiliachia, controllare se la norma dell’art. 2729 c.c., oltre ad essere applicata esattamente a livello di proclamazione astratta, lo sia stata anche sotto il profilo dell’applicazione a fattispecie concrete che effettivamente risultino ascrivibili alla fattispecie astratta” (Cass. Sez. 3, sent. 4 agosto 2017, n. 19485, Rv. 645496-02; in senso sostanzialmente analogo pure Cass. Sez. 6-5, ord. 5 maggio 2017, n. 10973, Rv. 643968-01; nonché Cass. Sez. 3, sent. 26 giugno 2008, n. 17535, Rv. 603893-01 e Cass. Sez. 3, sent. 19 agosto 2007, n. 17457, non massimata sul punto);

– che, però, “l’onere di specificità dei motivi, sancito dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), impone al ricorrente che denunci il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), a pena d’inammissibilità della censura, di indicare le norme di legge di cui intende lamentare la violazione, di esaminarne il contenuto precettivo e di raffrontarlo con le affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata, che è tenuto espressamente a richiamare, al fine di dimostrare che queste ultime contrastano col precetto normativo, non potendosi demandale alla Corte il compito di individuare con una ricerca esplorativa ufficiosa, che trascende le sue funzioni – la norma violata o i punti della sentenza che si pongono in contrasto con essa” (Cass. Sez. Un. sent. 28 ottobre 2020, n. 23745, Pv. 659448-01);

– che tale raffronto tra il contenuto precettivo della norma e le affermazioni di diritto contenute nella sentenza impugnata non risulta, nel caso di specie, ritualmente avvenuto, atteso che il ricorrente avrebbe dovuto chiarire in quale modo il ragionamento presuntivo abbia disatteso i caratteri della gravita, precisione e concordanza normativamente previsti, e ciò tenuto conto che “la gravità allude ad un concetto logico, generale o speciale (cioè rispondente a principi di logica in genere oppure a principi di una qualche logica particolare, per esempio di natura scientifica o propria di una qualche lex artis)”, esprimendo nient’altro che “la presunzione si deve fondare su un ragionamento probabilistico, per cui, dato un fatto A noto è probabile che si sia verificato il fatto B”, non essendo, invece, “condivisibile invece l’idea che vorrebbe sotteso alla gravità che l’inferenza presuntiva sia “certa”” (così Cass. sez. 3, sent. 19485 del 2017, cit.), mentre la precisione “esprime l’idea che l’inferenza probabilistica conduca alla conoscenza del fatto ignoto con un grado di probabilità che si indirizzi solo verso” di esso e che “non lasci spazio, sempre al livello della probabilità, ad un indirizzarsi in senso diverso, cioè anche verso un altro o altri fatti”, la concordanza, invece, individuando un “requisito del ragionamento presuntivo, che non lo concerne in modo assoluto, cioè di per sé considerato, come invece gli altri due elementi, bensì in modo relativo, cioè nel quadro della possibile sussistenza di altri elementi probatori, volendo esprimere l’idea che, intanto la presunzione è ammissibile, in quanto indirizzi alla conoscenza del fatto in modo concordante con altri elementi probatori, che, peraltro, possono essere o meno anche altri ragionamenti presuntivi” (così, nuovamente, Cass. sez. 3, sent. 19485 del 2017, cit.);

– che la censura proposta non si fa carico, tuttavia, di una simile confutazione, risolvendosi nel rilievo che il rapporto di parentela tra i L.R. non sarebbe sufficiente a fornire prova presuntiva della consapevolezza, in capo alla figlia C., del carattere pregiudizievole dell’atto dispositivo, costituendo, invece, principio ripetutamente affermato da questa Corte quello secondo cui la “prova della “participatio fraudis” del terzo, necessaria ai fini dell’accoglimento dell’azione revocatoria ordinaria nel caso in cui l’atto dispositivo sia oneroso e successivo al sorgere del credito, può essere ricavata anche da presunzioni semplici, ivi compresa la sussistenza di un vincolo parentale tra il debitore e il terzo, quando tale vincolo renda estremamente inverosimile che il terzo non fosse a conoscenza della situazione debitoria gravante sul disponente” (da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 18 gennaio 2019, n. 1286, Rv. 652471-01):

– che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo;

– che in ragione del rigetto del ricorso va dato atto – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 – della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, se dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condannando L.R.F., G.R.M. e L.R.C. a rifondere, alla società Fino 1 Securitisation S.r.l., e per essa alla società do Value S.p.a., le spese del presente giudizio, che liquida in Euro 1.600,00, più Euro 200,00 per esborsi, nonché 15% per spese generali oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, se dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

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