Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36122 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 23/11/2021, (ud. 30/09/2021, dep. 23/11/2021), n.36122

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24446-2020 proposto da:

C.M., domiciliata presso la cancelleria della CORTE DI

CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA, rappresentata e difesa

dall’avvocato PAOLO FEMMINELLA;

– ricorrente –

contro

M.D., nella qualità di procuratore generale della

Sig.ra M.A., domiciliato presso la cancelleria della CORTE

DI CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA, rappresentato e difeso dagli

avvocati FILIPPO DI GIOVANNA, FRANCESCO DI GIOVANNA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 472/2020 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 27/03/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 30/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. GIUSEPPE

GRASSO.

 

Fatto

CONSIDERATO

che il Collegio condivide i rilievi enunciati dal Relatore in seno alla formulata proposta di cui appresso: “ritenuto che la vicenda qui al vaglio, per quale che ancora rileva d’utile, può sintetizzarsi nei termini seguenti:

– il Tribunale di Sciacca rigettò la domanda con la quale M.A. aveva chiesto che C.M. fosse condannata ad arretrare la propria costruzione poiché realizzata in violazione della distanza legale rispetto alle preesistenti vedute che insistevano sull’edificio dell’attrice;

– la Corte d’appello di Palermo con la sentenza di cui in epigrafe, accolta l’impugnazione della M., condannò l’appellata ad arretrare il proprio fabbricato “ad una distanza non inferiore a metri tre dal muro esterno dell’edificio dell’appellante alla cui sommità si trova un terrazzo di copertura con parapetto”;

– avverso la statuizione d’appello propone ricorso C.M. sulla base di tre motivi e resiste con controricorso M.A., in persona del suo procuratore generale M.D.;

considerato che il primo motivo con il quale la ricorrente lamenta violazione degli artt. 342,414 e 434 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per non avere la Corte di merito dichiarato inammissibile l’appello per mancanza di specificità dei motivi, non supera il vaglio d’ammissibilità, per le ragioni che seguono: la ricorrente, dopo aver lungamente trattato dei principi in materia (pagg. 3-8), non piega, in precipua correlazione con il caso concreto, perché l’appello avrebbe dovuto essere giudicato privo di sufficiente specificità;

peraltro, la Corte d’appello mostra di essere stata posta nella condizione di cogliere il senso delle doglianze mosse con l’unico motivo d’impugnazione, attinente alla rivendicata titolarità del “diritto di servitù di veduta sul fondo della convenuta avente ad oggetto una finestra al piano terra, una finestra al primo piano e un terrazzo di copertura dell’edificio”, non occorrendo che l’appello risulti conforme a uno schema sacramentale, né che costituisca un progetto alternativo di sentenza da contrapporsi a quella impugnata, stante la natura dello strumento di revisio prioris instantiae (ex multis, Se. 6, n. 13535/2018), in sintonia con il principio di diritto enunciato dalle S.U. (cent. n. 27199, 16/11/2017, Rv. 645991) e con l’ulteriore successiva specificazione con la quale si è chiarito che non può considerarsi aspecifico e deve, quindi, essere dichiarato ammissibile, il motivo d’appello che esponga il punto sottoposto a riesame, in fatto ed in diritto, in modo tale che il giudice sia messo in condizione (senza necessità di esplorare, in assenza di parametri di riferimento, le vicende processuali) di cogliere natura, portata e senso della critica, non occorrendo, tuttavia, che l’appellante alleghi e, tantomeno, riporti analiticamente le emergenze di causa rilevanti, le quali risultino investite ed evocate non equivocamente dalla censura, diversamente da quel che è previsto per l’impugnazione a critica vincolata (Sez. 2, n. 7675, 19/03/2019, Rv. 653027); considerato che il secondo motivo, con il quale la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 907 e 871 c.c., dei decreti del Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti del 14/1/2008 e del 17/1/2018, per non avere la Corte territoriale tenuto conto del fatto che, insistendo i fabbricati in zona sismica, il distacco di dieci cm. tra i due immobili era necessitato dall’esigenza di dare vita al giunto sismico, è inammissibile poiché non censura la “ratio decidendi”: la Corte di Palermo, piuttosto nitidamente (pag. 4) ha spiegato che, a prescindere dalla non condivisibile opinione del ctu, secondo il quale i due fabbricati erano in aderenza, “nessun regolamento edilizio può prevedere per una nuova costruzione distanze inferiori a quelle stabilite dal codice civile” e che, nel caso di specie il terrazzo dell’appellante, munito di parapetto, era stato deprivato del diritto di veduta dall’ostacolo costituito dalla costruzione dell’appellata, posta solo a dieci cm;

considerato che anche il terzo motivo con il quale la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, assumendo che la controparte non aveva assolto all’onere di provare l’acquisto per servitù da destinazione del padre di famiglia il diritto di veduta rivendicato, non sussistendo i requisiti dell’apparenza e della non equivoca destinazione, risulta inammissibile: la sentenza impugnata ha affrontato e deciso incensurabilmente sul punto, avendo accertato che sulla base della provenienza sussisteva il presupposto dell’istituto, costituito dalla primigenia appartenenza dell’intero complesso immobiliare a un solo proprietario, e la terrazza era munita di parapetto; è del tutto evidente che il motivo solleciti un improprio riesame di merito e la denunzia di violazione di legge non determina, per ciò stesso, nel giudizio di legittimità lo scrutinio della questione astrattamente evidenziata sul presupposto che l’accertamento fattuale operato dal giudice di merito giustifichi il rivendicato inquadramento normativo, essendo, all’evidenza, occorrente che l’accertamento fattuale, derivante dal vaglio probatorio, sia tale da doversene inferire la sussunzione nel senso auspicato dal ricorrente (da ultimo, S.U. n. 25573, 12/11/2020, Rv. 6 5945 9)”.

Diritto

CONSIDERATO

inoltre, che questa Corte ha già avuto modo di affermare la natura assoluta del diritto al rispetto delle distanze dalle vedute (Sez. 2, n. 12033, 31/5/2011), senza che risulti discriminante distinguere tra costruzione in appoggio e in aderenza (Sez. 2, n. 4976, 18/4/2000);

considerato che, di conseguenza, siccome affermato dalle S.U. (sent. n. 7155, 21/3/2017, Rv. 643549), lo scrutinio ex art. 360-bis c.p.c., n. 1, da svolgersi relativamente ad ogni singolo motivo e con riferimento al momento della decisione, impone, come si desume in modo univoco dalla lettera della legge, una declaratoria d’inammissibilità, che può rilevare ai fini dell’art. 334 c.p.c., comma 2, sebbene sia fondata, alla stregua dell’art. 348-bis c.p.c., e dell’art. 606 c.p.p., su ragioni di merito, atteso che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida delibazione dei ricorsi “inconsistenti”;

considerato che la ricorrente va condannata a rimborsare le spese in favore della controricorrente, tenuto conto del valore, della qualità della causa e delle attività svolte, siccome in dispositivo;

che ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

dichiara il ricorso inammissibile e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore della controricorrente, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi, liquidati in Euro 200,00, e agli accessori di legge;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 30 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

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