Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36109 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 23/11/2021, (ud. 08/07/2021, dep. 23/11/2021), n.36109

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRAZIOSI Chiara – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26328-2020 proposto da:

P.L., P.A., in proprio ed in qualità di soci

della Società FIORETTI SNC DI P.L. & C.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA PROPERZIO, 27, presso lo

studio dell’Avvocato ANTONIO DE SARNO, rappresentati e difesi

dall’Avvocato GIUSEPPE DI MONDA;

– ricorrenti –

contro

D.F.M., U.M.G., domiciliate in ROMA PIAZZA

CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE,

rappresentate e difese dall’Avvocato SEVERINO NAPPI;

avverso la sentenza n. 66/2020 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 09/01/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’08/07/2021 dal Consigliere Relatore Dott. STEFANO

GIAIME GUIZZI.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

– che P.L. ed P.A., in proprio e nella rispettiva qualità di soci della società Fioretti S.n.c. di P.L. & Co., ricorrono, sulla base di tre motivi, per la cassazione della sentenza n. 66/20, del 9 gennaio 2020, della Corte di Appello di Napoli, che – respingendone il gravame avverso la sentenza n. 1243/11, del 6 aprile 2011, del Tribunale di Nola – ha confermato la reiezione dell’opposizione a decreto ingiuntivo dagli stessi proposta avverso il provvedimento monitorio emesso in favore degli architetti D.F.M. e U.M., in relazione ad incarico professionale svolto e non retribuito;

– che i ricorrenti riferiscono, in punto di fatto, che la proposta opposizione ex art. 645 c.p.c. – dopo che il relativo giudizio era stato istruito anche mediante prova per testi – si concludeva con il rigetto dell’opposizione, avendo l’adito Tribunale escluso la dedotta responsabilità professionale delle opposte;

– che il gravame esperito dai soccombenti attori in opposizione veniva rigettato dal giudice di appello;

– che avverso la sentenza della Corte partenopea ricorrono per cassazione i Pretella, sulla base – come detto – di tre motivi,

– che il primo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2236 e 2697 c.c., e dell’art. 115 c.p.c.;

– che il secondo motivo denuncia – sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e degli artt. 167,633,634 e 636 c.p.c.; – che il terzo motivo denuncia – nuovamente ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2036 e 2697 c.c.;

– che hanno resistito all’avversaria impugnazione, con controricorso, D.F.M. e U.M., chiedendo dichiararsi la stessa inammissibile – anche in relazione al mancato rispetto del principio di autosufficienza – o comunque non fondata;

– che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio per l’8 luglio 2021.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

– che il ricorso è inammissibile;

– che, nella specie, esso non reca un’adeguata esposizione dei fatti di causa;

– che, difatti, al fine di “soddisfare il requisito imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3), il ricorso per cassazione deve indicare, in modo chiaro ed esauriente, sia pure non analitico e particolareggiato, i fatti di causa da cui devono risultare le reciproche pretese delle parti con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano in modo da consentire al giudice di legittimità di avere la completa cognizione della controversia e del suo oggetto senza dover ricorrere ad altre fonti e atti del processo, dovendosi escludere, peraltro, che i motivi, essendo deputati ad esporre gli argomenti difensivi, possano ritenersi funzionalmente idonei ad una precisa enucleazione dei fatti di causa” (così Cass. Sez. 1, ord. 3 novembre 2020, n. 24432, Rv. 659427-01);

– che si tratta di principio affermato, a più riprese, da questa Corte, secondo cui la esposizione sommaria dei fatti di causa, ponendosi quale specifico requisito di contenuto-forma del ricorso, deve consistere in una narrazione idonea garantire al giudice di legittimità “di avere una chiara e completa cognizione dei fatti che hanno originato la controversia ed oggetto di impugnazione, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata” (Cass. Sez. Un., sent. 18 maggio 2006, n. 11653, Rv. 588760-01);

– che, difatti, la prescrizione di tale requisito “risponde non ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e/o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato” (Cass. Sez. Un., sent. 20 febbraio 2003 n. 2602, Rv. 560622-01);

– che di conseguenza, perché possa ritenersi soddisfatto il requisito “de quo”, occorre che il ricorso per cassazione rechi “l’esposizione chiara ed esauriente, sia pure non analitica o particolareggiata, dei fatti di causa, dalla quale devono risultare le reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, lo svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni, le argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si fonda la sentenza impugnata e sulle quali si richiede alla Corte di cassazione, nei limiti del giudizio di legittimità, una valutazione giuridica diversa da quella asseritamene erronea, compiuta dal giudice di merito” (Cass. Sez. 6-3, ord. 3 febbraio 2015, n. 1926, Rv. 63426601; in senso analogo pure Cass. Sez. 3, ord. 9 marzo 2018, n. 5640, Rv. 648290-01);

– che tutto ciò manca nel caso in esame, giacché – diversamente da quanto sostenuto dai ricorrenti nella propria memoria ex art. 380-bis c.p.c. – la narrativa dei fatti si e’, sostanzialmente, limitata (in tre pagine scarse) all’indicazione dell’esistenza di un’opposizione a decreto ingiuntivo, emesso per non meglio precisate prestazioni professionali, e nella deduzione di, del pari imprecisate, responsabilità nella loro esecuzione;

– che, d’altra parte, l’inammissibilità del presente ricorso si impone, vieppiù, in quanto nella illustrazione dei suoi singoli motivi lo stesso risulta confezionato con la tecnica del c.d. “assemblaggio”, da ravvisare allorché ricorra o “la pedissequa riproduzione dell’intero, letterale, contenuto degli atti processuali” (Cass. Sez. 6-3, ord. 22 febbraio 2016, n. 3385, Rv. 638771-01), o – come avvenuto nel caso che occupa -“l’assemblaggio di parti eterogenee del materiale di causa”, ivi compreso “l’inserimento, tra virgolette, della sentenza impugnata” (Cass. Sez. 6-1, ord. 30 ottobre 2015, n. 22185, Rv. 637747-01), restando, nondimeno, inteso che la preclusione all’uso di tale tecnica, con conseguente inammissibilità del ricorso, è da affermarsi allorché il suo impiego privi questa Corte, come nella presente ipotesi, della possibilità di un’adeguata comprensione delle vicende (e delle questioni giuridiche) sottoposte al suo esame (cfr. Cass. Sez. Un., sent. 11 aprile 2012, n. 5698, Rv. 621813-01);

– che tale evenienza si è concretizzata nel caso in esame, in quanto, alla già insufficiente esposizione dei fatti di causa, ha fatto seguito una confusa e disordinata sovrapposizione – in una sorta di non riuscito “patchwork” – degli atti di causa (o di singole loro parti), che ha reso ulteriormente inintellegibile il ricorso, impedendo di comprendere, oltre alla natura della vicenda portata all’esame dei due giudici di merito, pure il contenuto delle questioni giuridiche sottoposte al loro vaglio;

– che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo;

– che in ragione della declaratoria di inammissibilità del ricorso va dato atto – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 – della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, se dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso, condannando P.L. e P.A. a rifondere, a D.F.M. e U.M., le spese del presente giudizio, che liquida in Euro 1.500,00, più 200,00 per esborsi, nonché 15% per spese generali oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, se dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

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