Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36107 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 23/11/2021, (ud. 08/07/2021, dep. 23/11/2021), n.36107

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRAZIOSI Chiara – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25456-2020 proposto da:

G.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A. GALLONIO

18, presso lo studio dell’Avvocato VITO MASSARI, che lo rappresenta

e difende;

– ricorrente –

contro

R.L., elettivamente domiciliato in ROMA, CIRCONVALLAZIONE

NOMENTANA 414, presso lo studio dell’Avvocato CLAUDIO DE CIANTIS,

che le rappresenta e difende;

– controricorrente –

contro

G.A.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 611/2020 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 23/01/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata dell’08/07/2021 dal Consigliere Relatore Dott. STEFANO

GIAIME GUIZZI.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

– che G.F. ricorre, sulla base di due motivi, per la cassazione della sentenza n. 611/20, del 23 gennaio 2020 della Corte di Appello di Roma, che – respingendone il gravame avverso la sentenza n. 7123/16, dell’8 aprile 2016, del Tribunale di Roma – ha confermato la declaratoria di efficacia ex art. 2901 c.c., nei confronti di R.L., di due atti di compravendita immobiliare intervenuti tra G.F. e il fratello A. in data (OMISSIS);

– che il ricorrente riferisce, in punto di fatto, che il predetto R.L., sul presupposto di essere creditore di G.A., esperiva azione revocatoria per la declaratoria di inefficacia di diversi atti disposizione compiuti da proprio debitore, ed in particolare – per quanto qui ancora di interesse – di due compravendite con le quali costui trasferiva, in data (OMISSIS), al fratello F., le sue quote di proprietà, derivanti da successione “mortis causa” dalla comune genitrice, su due immobili siti in (OMISSIS);

– che il giudice di prime cure accoglieva la domanda, ravvisando i presupposti oggettivo e soggettivo della revocatoria, con decisione confermata dal giudice di appello, che rigettava il gravame di

G.F., teso a dimostrare come gli atti dispositivi “de quibus” fossero stati realizzati per regolare i rapporti nascenti dalla eredità materna;

– che avverso la sentenza della Corte capitolina ricorre per cassazione G.F., sulla base – come detto – di due motivi;

– che il primo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione e falsa applicazione degli artt. 732,2727 e 2729 c.c., lamentando un “errato ricorso alla presunzioni” da parte della sentenza impugnata, nel ritenere sussistente il presupposto soggettivo dell’azione revocatoria;

– che il secondo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) – “violazione e falsa applicazione dell’art. 2901 c.c., avendo i giudici di merito dato per scontata l’esistenza del “consilium fraudis”, in difetto di prova della stessa;

– che ha resistito all’avversaria impugnazione, con controricorso, il R., chiedendo dichiararsi la stessa inammissibile o comunque non fondata;

– che è rimasto, invece, solo intimato G.A.;

– che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bie cod. nroc. civ., è stata ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in Camera di consiglio per l’8 luglio 2021.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

– che il ricorso è inammissibile;

– che il primo motivo – che ipotizza una cattiva applicazione del ragionamento presuntivo, ad opera della sentenza impugnata, nel ritenere sussistente il presupposto soggettivo dell’azione revocatoria (ragionamento a quale il giudice di merito può fare ricorso in tale ambito; cfr., da ultimo, Cass. Sez. 6-3, ord. 18 giugno 2019, n. 16221, Rv. 654318-02; nello stesso senso, tra le altre, Cass. Sez. 3, sent. 22 marzo 2016, n. 5618, Rv. 6393.62-01; Cass. Sez. 3, sent. 30 dicembre 2014, n. 27546, Rv. 633992-01) – non aspetta la previsione di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), donde la sua inammissibilità;

– che il motivo proposte, infatti, è privo di specificità;

– che, invero, “qualora il giudice di merito sussuma erroneamente sotto i tre caratteri individuatori della presunzione (gravita, precisione e concordanza) fatti concreti che non sono invece rispondenti a quei requisiti, il relativo ragionamento è censurabile in base all’art. 360 c.p.c., n. 3), (e non già alla stregua dello stesso art. 360, n. 5), competendo alla Corte di cassazione nell’esercizio della funzione di nomofilachia, controllare se la norma dell’art. 2729 c.c., oltre ad essere applicata esattamente a livello di proclamazione astratta, lo sia stata anche sotto il profilo dell’applicazione a fattispecie concrete che effettivamente risultino ascrivibili alla fattispecie astratta” (Cass. Sez. 3, sent. 4 agosto 2017, n. 19485, Rv. 645496-02; in senso sostanzialmente analogo pure Cass. Sez. 6-5, ord. 5 maggio 2017, n. 10973, Rv. 643968-01; nonché Cass. Sez. 3, sent. 26 giugno 2008, n. 17535, Rv. 603893-01 e Cass. Sez. 3, sent. 19 agosto 2007, n. 17457, non massimata sul punto);

– che, però, “l’onere di specificità dei motivi, sancito dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), impone al ricorrente che denunci il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), a pena d’inammissibilità della censura”, non solo “di indicare le norme di legge di cui intende lamentare la violazione”, ma anche “di esaminarne il contenuto precettivo e di raffrontarlo con le affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata, che è tenuto espressamente a richiamare, al fine di dimostrare che queste ultime contrastano col precetto normativo, non potendosi demandare alla Corte il compito di individuare – con una ricerca esplorativa ufficiosa, che trascende le sue funzioni – la norma violata o i punti della sentenza che si pongono in contrasto con essa” (Cass. Sez. Un., sent. 28 ottobre 2020, n. 23745, Rv. 659448-01);

– che tale raffronto tra il contenuto precettivo della norma e le affermazioni di diritto contenute nella sentenza impugnata non risulta, nel caso di specie, ritualmente avvenuto, atteso che il ricorrente avrebbe dovuto chiarire in quale modo il ragionamento presuntivo abbia disatteso i caratteri della gravita, precisione e concordanza normativamente previsti, e ciò tenuto conto che “la gravità allude ad un concetto logico, generale o speciale (cioè rispondente a principi di logica in genere oppure a principi di una qualche logica particolare, per esempio di natura scientifica o propria di una qualche lex artis)”, esprimendo nient’altro che “la presunzione si deve fondare su un ragionamento probabilistico, per cui, dato un fatto A noto è probabile che si sia verificato il fatto B”, non essendo, invece, “condivisibile invece l’idea che vorrebbe sotteso alla gravità che l’inferenza presuntiva sia “certa”” (così Cass. sez. 3, sent. 19485 del 2017, cit.), mentre la precisione “esprime l’idea che l’inferenza probabilistica conduca alla conoscenza del fatto ignoto con un grado di probabilità che si indirizzi solo verso” di esso e che “non lasci spazio, sempre al livello della probabilità, ad un indirizzarsi, in senso diverso, cioè anche verso un altro o altri fatti”, la concordanza, infine, individuando un “requisito del ragionamento presuntivo, che non lo concerne in modo assoluto, cioè di per sé considerato, come invece gli altri due elementi, bensì in modo relativo, cioè nel quadro della possibile sussistenza di altri elementi probatori, volendo esprimere l’idea che, intanto la presunzione è ammissibile, in quanto indirizzi alla conoscenza del fatto in modo concordante con altri elementi probatori, che, peraltro, possono essere o meno anche altri ragionamenti presuntivi” (così, nuovamente, Cass. sez. 3, sent. 19485 del 2017, cit);

– che la censura proposta non si fa carico, tuttavia, di una simile ¦contestazione, non precisando in quale misura i caratteri della gravita, precisione e concordanza non connoterebbero – nel senso appena delineato – gli elementi indiziari valorizzati dalla sentenza impugnata per contrastare il rilievo dell’allora appellante secondo cui gli atti dispositivi, oggetto di revocatola, avrebbero avuto lo scopo di regolamentare i rapporti nascenti, tra i fratelli G., dalla successione “mortis causa” della comune genitrice;

– che, difatti, il G. non chiarisce in quale misura si discosterebbe dal modello legale delineato dagli artt. 2727 e 2729 c.c., il ragionamento presuntivo con cui la Corte territoriale ha rimarcato che tali atti furono posti in essere solo cinque anni dopo il decesso della madre, senza coinvolgere gli altri eredi, nonché (e’ qui da aggiungere) a pochi giorni di distanza dalla pubblicazione della sentenza che riconosceva il R., attore in revocatola, creditore del disponente, da ciò traendo la conclusione dell’assoggettabilità delle due compravendite all’esperita “actio pauliana”;

– che anche il secondo motivo – che prospetta il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) – è inammissibile, giusta il disposto dell’art. 348-ter c.p.c., u.c., applicabile “ratione temporis” al presente giudizio, norma che, in un caso, qual è quello presente, di cd. “doppia conforme di merito”, pone a carico del ricorrente l’onere, qui non soddisfatto, “di indicare le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse” (Cass. Sez. 1, sent. 22 dicembre 2016, n. 26774, Rv. 643244-03; Cass. Sez. Lav., sent. 6 agosto 2019, n. 20994, Rv. 654646-01);

– che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo;

– che in ragione della declaratoria di inammissibilità del ricorso va dato atto – ai scasi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 – della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte de ricorrente, se dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso, condannando G.F. a rifondere, a R.L., le spese de presente giudizio, che liquida in Euro 2.600,00, più Euro 200,00 per esborsi, nonché 15% per spese generali oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13,comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, se dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

 

 

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