Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36087 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. I, 23/11/2021, (ud. 24/09/2021, dep. 23/11/2021), n.36087

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2572/2018 proposto da:

B.G., rappresentata e difesa dall’avvocato Bernardo

Gabriella, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

D.A., rappresentato e difeso dall’avvocato Aimar

Luciano, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1326/2017 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 15/06/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

24/09/2021 dal Cons. Dott. IOFRIDA GIULIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Torino, con sentenza n. 1326/2017, depositata in data 15/6/2017, ha parzialmente riformato la decisione di primo grado, che aveva dichiarato la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto, tra D.A. e B.G., nel (OMISSIS), dal quale non erano nati figli, ponendo a carico del marito l’obbligo di corrispondere alla B. un assegno divorzile dell’importo di Euro 200,00 mensili, interamente compensando tra le parti le spese di lite.

In particolare, i giudici d’appello, nel revocare la statuizione in punto di assegno divorzile, condannando l’appellata B., soccombente, a rifondere all’appellante le spese dei due gradi del giudizio, hanno sostenuto che non era stata offerta dalla B. prova dell’oggettiva impossibilità per la stessa (la quale, in costanza di matrimonio, durato nove anni, non aveva mai sostanzialmente lavorato, essendo la famiglia vissuta con il solo reddito del marito, attualmente pari a circa Euro 1.900,00 mensili, e conviveva dopo la separazione con la madre pensionata, sostenendo una spesa di circa 500,00 Euro al mese per locazione dell’abitazione ed utenze) di reperire un’attività lavorativa da cui trarre un qualche reddito ed anzi doveva ritenersi che la B., per età e condizioni di salute, avesse una piena ed intatta attitudine lavorativa, con corrispondente capacità di guadagno, tanto che essa, dal 2010 al 2012, dopo la separazione, avvenuta nel 2009, aveva svolto attività lavorativa (per soli 59 giorni) e, prima del matrimonio, aveva saltuariamente lavorato come estetista; le richieste istruttorie orali articolate dalla ex moglie in primo grado erano state motivatamente respinte dal Tribunale, senza specifico motivo di gravame sul punto e comunque le prove erano inammissibili perché attinenti a circostanze non controverse.

Avverso la suddetta pronuncia, B.G. propone ricorso per cassazione, notificato il 10/1/2018, affidato a cinque motivi, nei confronti di D.A. (che resiste con controricorso, notificato il 15/2/2018). Entrambe le parti hanno depositato memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La ricorrente lamenta: a) con il primo motivo, la nullità della sentenza, ex art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione e falsa applicazione dell’art. 101 c.p.c., avendo i giudici d’appello ribaltato un consolidato orientamento giurisprudenziale basato sul criterio c.d. perequativo dell’assegno divorzile, aderendo a nuovo indirizzo di questo giudice di legittimità del 2017, basato sul criterio dell’autosufficienza economica del coniuge richiedente, senza concedere alle parti un termine per il deposito di osservazioni sulla questione, con compromissione del diritto di difesa e del principio del contraddittorio; b) con il secondo motivo, la nullità della sentenza, ex art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione e falsa applicazione dell’art. 101 c.p.c., ed in particolare art. 183 c.p.c. e dei principi regolatori del giusto processo, atteso che, in relazione all’assolvimento dell’onere probatorio sulla sussistenza dei presupposti del c.d. assegno divorzile, essa aveva articolato prove (ritenute superflue dal giudice di primo grado) sulla base del criterio c.d. perequativo, applicato sino ad allora secondo l’orientamento pacifico della giurisprudenza, e quindi il giudice d’appello avrebbe dovuto assegnare un termine per interloquire sul nuovo orientamento ed articolare nuovi ed ulteriori mezzi istruttori; c) con il terzo motivo, la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, in punto di presupposti dell’assegno divorzile secondo il criterio perequativo sulla base dell’inadeguatezza dei mezzi reddituali per il mantenimento del tenore di vita matrimoniale; d) con il quarto motivo, la nullità della sentenza, ex art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione e falsa applicazione degli art. 115 e 116 c.p.c., nonché degli artt. 2697 e 2727 c.c., in relazione all’onere probatorio in ordine all’inadeguatezza dei mezzi ed all’impossibilità di procurarseli ritenuto non assolto da essa ricorrente; e) con il quinto motivo, la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 92 c.p.c., per mancata compensazione delle spese processuali.

2. La prima e la seconda censura sono inammissibili.

Al fine di evitare le c.d. decisioni a “sorpresa” o della “terza via”, che si riflettono in pregiudizio del diritto di difesa della parte, l’art. 101 c.p.c., comma 2, si è codificato il principio, immanente nell’ordinamento per il suo radicamento negli artt. 24 e 111 Cost., e implicito nell’art. 183 c.p.c., in forza del quale, qualora il giudice intenda porre a base della propria pronuncia una questione rilevata d’ufficio, è tenuto, a pena di nullità, ad assegnare alle parti un termine per il deposito di note di osservazioni riguardo ad essa.

Sempre questa Corte ha poi chiarito che non viola il principio del contraddittorio l’esame d’ufficio di una questione di puro diritto, posto che, nel caso in cui il giudice pronunci su di essa senza previamente segnalarla alle parti, l’omissione è fonte di un vizio processuale denunciabile con gli ordinari mezzi di impugnazione, diversamente dalle questioni di fatto ovvero miste di fatto e di diritto, in relazione alle quali la parte soccombente può dolersi della decisione, sostenendo che la violazione di quel dovere di indicazione ha vulnerato la sua facoltà di chiedere prove o, in ipotesi, di ottenere una eventuale rimessione in termini (Cass., SU, n. 20935/2009). Occorre tuttavia che l’interesse ad agire sia sempre concreto ed attuale e che la parte prospetti l’esigenza di ottenere un risultato utile giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza l’intervento del giudice, dato che il processo non può essere utilizzato solo in previsione di possibili effetti futuri pregiudizievoli per l’attore (Cass., 2057/2019).

La parte deve quindi prospettare una specifica lesione del diritto di difesa da essa patito in conseguenza della consumata violazione processuale, quantomeno allegando, quale verosimile sviluppo del processo svoltosi nel rigoroso rispetto della norma, l’insussistenza delle circostanze di fatto poste a base della decisione, potendosi vantare un diritto al rispetto delle regole del processo solo se, in dipendenza della loro violazione, ne derivi un concreto pregiudizio.

Questa Corte (Cass. 3432/2016) ha invero evidenziato che “non sussiste un obbligo per il giudice di sollecitare, ex art. 183 c.p.c., comma 4, la previa instaurazione del contraddittorio quando la questione rilevata d’ufficio sia di mero diritto, e, quindi, di natura processuale, né tale obbligo assume rilievo se la parte non prospetti la specifica lesione del diritto di difesa che ne avrebbe patito, quantomeno allegando, quale verosimile sviluppo del processo svoltosi nel rigoroso rispetto della norma, l’insussistenza delle circostanze di fatto poste a base della decisione, potendosi vantare un diritto al rispetto delle regole del processo solo se, in dipendenza della loro violazione, ne derivi un concreto pregiudizio”.

Ora, nel ricorso la B. si limita a dolersi dell’abbandono da parte della Corte di merito del criterio c.d. perequativo, in conseguenza dell’adesione al nuovo orientamento, allora, espresso da questo giudice di legittimità con la pronuncia n. 11504/2017, intervenuto dopo la scadenza dei termini per conclusionali e repliche, ma non chiarisce in che termini la dedotta lesione del diritto al contraddittorio sul mutamento giurisprudenziale abbia, in concreto, leso il proprio diritto di difesa e quali ulteriore deduzione di mezzi istruttori sia stato in concreto impedita e quali altri fatti essa avrebbe potuto allegare e chiedere di provare.

3. La terza censura, involgente vizio di violazione di legge sui presupposti del divorzio, è invece fondata.

La Corte d’appello ha ritenuto di revocare l’assegno divorzile determinato dal Tribunale in Euro 200,00 mensili, rilevando la diversa funzione “meramente assistenziale” dell’assegno divorzile, rispetto all’assegno di mantenimento nel regime di separazione personale dei coniugi, e la piena capacità lavorativa e di guadagno della B., per età (attualmente, di anni 47) e condizioni di salute, considerata la assai modesta durata del matrimonio.

Ora, questa Corte, a Sezioni Unite, con la recente sentenza n. 18287/2018, ha chiarito, con riferimento ai dati normativi già esistenti, che: 1) “il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonché di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata, del matrimonio ed all’età dell’avente diritto”; 2) “all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate”; 3) “la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi”.

In conformità, questa Corte ha ulteriormente ribadito che “i criteri attributivi e determinativi dell’assegno divorzile non dipendono dal tenore di vita godibile durante il matrimonio, operando lo squilibrio economico patrimoniale tra i coniugi unicamente come precondizione fattuale, il cui accertamento è necessario per l’applicazione dei parametri di cui della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, prima parte, in ragione della finalità composita – assistenziale perequativa e compensativa – del detto assegno” (Cass. 32398/2019; nella specie, questa Corte ha cassato la sentenza impugnata che, nel riconoscere l’assegno di divorzio, aveva fondato il proprio accertamento esclusivamente sul criterio del tenore di vita godibile durante il matrimonio, senza verificare in concreto l’incidenza dei parametri integrati) e che “l’assegno divorzile, che va attribuito e quantificato facendo applicazione in posizione pari ordinata dei parametri di cui della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, prima parte, senza riferimenti al tenore di vita goduto durante il matrimonio, deve assicurare all’ex coniuge richiedente, in ragione della sua finalità composita – assistenziale, perequativa e compensativa, un livello reddituale adeguato al contributo dallo stesso fornito in ogni ambito di rilevanza declinato tramite i suddetti parametri, mediante complessiva ponderazione dell’intera storia coniugale e della prognosi futura, tenendo conto anche delle eventuali attribuzioni o degli introiti che abbiano compensato il sacrificio delle aspettative professionali del richiedente e realizzato l’esigenza perequativa” (Cass. 4215/2021).

In definitiva, ai fini del riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, è necessario compiere un accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno, con una necessaria valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente l’assegno divorzile alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonché di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto.

La ricorrente ha censurato la ratio fondante la revoca dell’assegno, ritenendo, per un verso, applicabile il criterio perequativo, ancorché in modo non aderente ai principi successivamente affermati dalle Sezioni Unite n. 18725/2019, e, dall’altro, l’illegittima ripartizione dell’onere della prova, per avere la Corte d’appello affermato che ricadesse su di lei l’onere di dimostrare di non essere riuscita a trovare un lavoro, considerato che, in passato, aveva lavorato, sia pure per due mesi soltanto, come estetista, e che, per età e salute, doveva ritenersi pienamente capace di lavorare.

La censura è fondata, dal momento che la ricorrente ha dimostrato la propria mancanza di autosufficienza economica e reddituale, oltre che la mancanza, non volontaria (come riconosciuto dalla stessa Corte d’appello al punto IV-2 pag. 4 della pronuncia impugnata) di un’occupazione lavorativa, capace di fornirle mezzi adeguati.

Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha costantemente ritenuto inidonea ad escludere l’obbligo di corrispondere un contributo di natura assistenziale la sola generica (e nella specie non professionale) capacità lavorativa. In particolare, ha stabilito che, con riguardo alla capacità lavorativa del coniuge beneficiario dell’assegno, l’indagine del giudice di merito, onde verificare se risulti integrato o escluso il presupposto dell’attribuzione dell’assegno, va condotta “secondo criteri di particolare rigore e pregnanza, non potendo una attività concretamente espletata soltanto saltuariamente (nella specie, di estetista) giustificare l’affermazione della “esistenza di una fonte adeguata di reddito” – onde negare il diritto all’assegno divorzile in capo all’istante -, specie a fronte della rilevazione, da parte dello stesso giudice di merito, del carattere meramente episodico e occasionale di tale attività, e non potendosi, in tal caso, legittimamente inferire, “sic et simpliciter”, la presunzione della effettiva capacità del coniuge a procurarsi un reddito adeguato” (Cass. 6468/1998; conf. Cass. 4584/2000). E l’irrilevanza, al riguardo, della generica ed astratta possibilità del coniuge di procurarsi lavori saltuari è stata più volte ribadita da questo giudice di legittimità (Cass. 10260/1999), essendosi chiarito che tale indagine, condotta in sede di merito, deve esprimersi sul piano della concretezza e dell’effettività, tenendo conto di tutti gli elementi e fattori (individuali, ambientali, territoriali, economico sociale) della specifica fattispecie (Cass. 432/2002; Cass. 13169/2004).

La Corte territoriale non ha fatto buon governo di questi principi attribuendo alla ricorrente l’onere probatorio di dimostrare “difficoltà insormontabili e oggettivamente preclusive” al reperimento di un’occupazione e di una fonte non occasionale di reddito.

4. Il quarto motivo, in punto di istanze istruttorie articolate in giudizio dalla ricorrente e volte a dimostrare l’inadeguatezza dei mezzi a disposizione della B. e l’impossibilità di procurarseli, ed il quinto motivo, in punto di statuizione sulle spese processuali, sono di conseguenza assorbiti.

5. Per tutto quanto sopra esposto, va accolto il terzo motivo di ricorso, inammissibili i primi due motivi ed assorbiti gli ultimi due, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte d’appello di Torino in diversa composizione.

Il giudice del rinvio provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, inammissibili i primi due motivi ed assorbiti gli ultimi due, e cassa la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’appello di Torino in diversa composizione, anche in punto di liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

Dispone che, ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 24 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

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