Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36077 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. trib., 23/11/2021, (ud. 21/10/2018, dep. 23/11/2021), n.36077

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – rel. Consigliere –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. FASANO Anna Maria – Consigliere –

Dott. RUSSO Rita – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 2013/2015 R.G. proposto da:

Agenzia delle Entrate, con domicilio in Roma, via dei Portoghesi n.

12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

Contro

Immobiliare Reno s.r.l., rappresentata e difesa dall’Avv. Antonio

Salvatore, con domicilio eletto in Roma, via Cipro n. 77, presso lo

studio dell’Avv. Cristina Speranza, come da procura speciale in

calce al ricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1029 della Commissione Tributaria Regionale

della Emilia Romagna, depositata il 26/5/14.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 21 ottobre

2021 dal Consigliere Oronzo De Masi.

 

Fatto

RITENUTO

CHE:

Con ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale di Ferrara la Immobiliare Reno s.r.l., quale parte acquirente, ha impugnato l’avviso di rettifica e liquidazione con il quale l’Agenzia delle Entrate, Ufficio di Cento, aveva rideterminato, sulla base di una comparazione con immobili similari, il valore dichiarato nel trasferimento di un terreno edificabile posto in essere con atto per notar D.L.C., registrato il 27 luglio 2005 al n. 88, e venduto da Partecipanza Agraria di Cento mediante asta pubblica, elevandolo da Euro 24,00 ad Euro 64,00 al metro quadro, ai sensi del D.P.R. n. 131 del 1986, artt. 51 e 52, con conseguenti maggiori imposte di registro, ipotecaria e catastale, oltre sanzioni ed interessi.

L’adita CTP, nel contraddittorio delle parti, ha accolto il ricorso, con decisione confermata dalla Commissione Tributaria Regionale della Emilia Romagna, sul rilievo che trova applicazione il D.P.R. n. 131 del 1986, art. 44, che predetermina la base imponibile nel prezzo di aggiudicazione, e che l’accertamento risulta viziato non solo nel merito, ma anche per la eccepita carenza di motivazione dell’atto impositivo, non essendo stati allegati gli altri atti assunti a termine di paragone, dei quali erano stati indicati solo gli estremi e non riportato il contenuto essenziale.

L’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione articolato su due motivi, cui la società contribuente resistite con controricorso.

Il giudizio RGN 21828/2014 è stato dichiarato estinto (decreto n. 25307/21, donde l’impossibilità della sollecitata riunione.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

Con il primo motivo la ricorrente l’Agenzia delle Entrate lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza per motivazione apparente, in quanto il giudice di appello, di fronte alle eccezioni svolte sin dal primo grado di giudizio, ha travisato l’interpretazione della normativa applicabile ed erroneamente valutato fatti e documenti offerti al suo esame, dando una risposta del tutto inadeguata. Deduce di aver sempre sostenuto l’inapplicabilità del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 44, comma 1, sia perché riguardante soltanto le ipotesi di vendita immobiliare in sede di espropriazione forzata, sia per le irregolarità della procedura concretamente seguita, neppure portata a conoscenza della Regione Emilia Romagna, essendo stata anche ceduta una parte del terreno con trattativa privata, così difettando la garanzia di corrispondenza tra prezzo dichiarato e valore di mercato del bene, circostanza emergente dai verbali delle sedute consiliari di Partecipanza Agraria di Cento. Deduce, infine, la ricorrente che il giudice di secondo grado ha ritenuto carente l’atto impugnato sotto il profilo motivazionale, non essendo stati allegati al rogito delle compravendite utilizzate per la comparazione, svolgendo sul punto argomentazioni non pertinenti.

Con il secondo motivo lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 131 del 1986, artt. 44, 51 e 52, L. n. 1766 del 1927, artt. 11 e 12, e art. 2697 c.c., in quanto il giudice di appello ha erroneamente ritenuto, con autonoma ratio decidendi, l’avviso di rettifica e liquidazione carente di “contenuto comparativo”, in conseguenza della mancata allegazione di ciascuna delle compravendite utilizzate come termine di paragone, senza considerare che la funzione della motivazione dell’atto impositivo è quella di portare a conoscenza del destinatario le ragioni della ripresa a tassazione, così da poterle efficacemente contrastare, cosa nel caso di specie consentita dalla indicazione del criterio astratto, quello appunto comparativo, e comprovata dal che la contribuente non ha subito in concreto la benché minima lesione del diritto di difesa “svolgendo censure a tutto campo”.

In ordine di priorità logico-giuridica, va esaminato per primo il secondo motivo di ricorso.

L’impugnata sentenza, invero, contiene due autonome ratio decidendi, entrambe investite dal ricorso per cassazione, l’una alternativa all’altra, ciascuna in grado di sorreggere la decisione di rigetto del gravame erariale.

Nella prima, sulla scorta dell'”esame degli atti processuali”, il giudice di secondo grado afferma l’applicabilità del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 44, ed “il pieno rispetto delle norme statutarie” poste “a presidio “dell’alienazione degli immobili” e a garanzia del “controllo di merito e di legittimità” che la Regione Emilia Romagna esercita nell’ambito dei poteri ordinamentali vigenti”, cosa confermata dalla circostanza che nessun soggetto legittimato aveva denunciato, nelle sedi competenti, irregolarità della procedure di vendita all’asta degli immobili per cui è causa.

Nella seconda ratio decidendi afferma che l’avviso impugnato non soddisfa l’obbligo di motivazione in quanto, “in ossequio al chiaro disposto del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 52 bis”, non risultano allegati gli atti di compravendita utilizzati dall’Ufficio, in via comparativa, per la determinazione del valore del terreno compravenduto, e neppure ne viene riprodotto il contenuto essenziale.

Orbene, la censura formulata dalla ricorrente si sofferma su due profili.: la sufficienza dell’enunciazione del criterio astratto, nella specie quello sintetico-comparativo di cui al D.P.R. n. 131 del 1986, art. 51, comma 3; la sufficienza, ai fini della conoscenza degli elementi di fatto, della “indicazione degli estremi di registrazione degli atti de quibus”. L’Agenzia delle Entrate, invero, ha provveduto a trascrivere (pag. 8 ricorso) il contenuto motivazionale dell’atto impositivo ed effettivamente risultano riportati gli estremi di registrazione di quattro atti (uno dei quali con allegata perizia del 2002), i quali si collocano nell’arco temporale dal 2003 al 2006, aventi ad oggetto” immobili con analoghe caratteristiche”, e che hanno condotto ad individuare il prezzo della vendita in 64,00 Euro al metro quadrato, “valore che risulta in linea con i valori ICI calcolati dal Comune di Cento e pertanto si valuta la piena proprietà in Euro 759,616”.

Orbene, fermo restando che, nel caso di specie, è incontestata la loro mancata allegazione all’avviso di rettifica opposto dalla società contribuente, non è revocabile in dubbio che nella descrizione sintetica degli atti utilizzati in termini parametrici non sono state riprodotte le caratteristiche essenziali dei relativi beni, né il contenuto degli atti che li riguardavano, non potendo a tal fine reputarsi sufficiente la mera indicazione dei numeri identificativi di registrazione degli atti presso l’Agenzia delle Entrate, dovendosi intendere per contenuto essenziale l’insieme di quelle parti (oggetto, contenuto e destinatari) dell’atto o del documento la cui indicazione deve consentire al contribuente – ed al giudice in sede di eventuale sindacato giurisdizionale – di individuare’ gli elementi della motivazione del provvedimento (Cass. n. 7156/2021, n. 9323/2017, n. 21066/2017, n. 9032/2013, n. 13110/2012, n. 6914/2011).

Ne’, con riferimento agli atti di compravendita comparativi presi in considerazione nell’atto opposto, sarebbe possibile sostenerne la conoscibilità, trattandosi di atti pubblici, atteso che degli stessi non risultano riportati i numeri di repertorio e di raccolta, la data precisa della loro stipula e neppure il nominativo del notaio rogante (Cass. n. 7649/2020 e n. 252527/2019, in motivazione, Cass. n. 3388/2019; Cass. n. 17226/2019, n. 2564/2018, in motivazione; Cass. n. 24417/2017; Cass. n. 21066/2017; Cass. n. 11623/ 2017).

L’avviso in esame, quindi, non solo non allegava gli atti di comparazione presi a riferimento e non ne riportava il contenuto essenziale a sostegno della pretesa impositiva, ma nemmeno li forniva al destinatario dell’atto impositivo elementi idonei quantomeno per accedere agevolmente ad essi e controllarne la reale idoneità comparativa con riguardo, in particolare, al dato fondamentale costituito dalla effettiva rispondenza delle caratteristiche degli immobili assunti a comparazione con quelle dell’immobile oggetto di rettifica.

Del tutto correttamente il giudice di appello ha escluso che l’indicazione del criterio astratto utilizzato dall’Amministrazione finanziaria (criterio sintetico-comparativo, così come previsto per legge), unitamente all’indicazione dei dati di registrazione presso l’agenzia degli atti stipulati nel triennio e concernenti beni similari, utilizzati per la comparazione, potesse dare conto (sia pure in forma sintetica ed essenziale) dei necessari parametri di comparazione concretamente adottati.

Il rigetto del secondo motivo di ricorso, per le ragioni innanzi ricordate, rende superfluo l’esame del primo.

Per mera compiutezza d’indagine è il caso di ricordare che, come più volte ha rilevato la Corte, il vizio di nullità della sentenza ricorre soltanto ove l’impianto motivazionale sia talmente carente da configurare un vulnus al principio generale secondo cui, ai sensi dell’art. 111 Cost., tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati (Cass. S. U., n. 22232/2016, Cass. n. 23216/2019, n. 13977/2019, n. 9105/2017, Cass. S. U. n. 7667/2017; Cass. Sez. U., 3 novembre 2016, n. 22232/2016; Cass. S. U., n. 16599/2016).

Il ricorso va, in conclusione, respinto, con ogni conseguenza in ordine alle spese del giudizio, liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso proposto e condanna l’Agenzia delle entrate a rifondere alla contribuente le spese del presente giudizio, che liquida in Euro 5.600,00 ed Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso delle spese forfettarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, tenuta mediante collegamento da remoto, il 21 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

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