Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36060 del 23/11/2021

Cassazione civile sez. III, 23/11/2021, (ud. 17/02/2021, dep. 23/11/2021), n.36060

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – rel. Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9779/2019 proposto da:

REGIONE ABRUZZO, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

DEI PORTOGHESI 12, presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

D.P.G., difeso e assistito dall’Avv. MASSIMO DELLA

PELLE;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 940/2018 del TRIBUNALE di L’AQUILA, depositata

il 04/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

17/02/2021 dal Consigliere Dott. FRANCESCA FIECCONI.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con atto notificato il 15/3/2019, avverso la sentenza n. 940/2018 del Tribunale di L’Aquila, depositata il 4/12/2018, la Regione Abruzzo propone ricorso per cassazione, affidato a un unico motivo e illustrato da memoria. Resiste, con controricorso notificato il 3/4/2019, il sig. D.P.G., che ha presentato anche memoria.

2. La sentenza in questa sede impugnata origina dall’appello spiegato dalla Regione Abruzzo avverso la pronuncia del Giudice di Pace di Lanciano che aveva condannato l’ente regionale al pagamento di Euro 3.111,03 (oltre interessi e spese di lite) in favore del sig. D.P.G., a titolo di risarcimento dei danni riportati dall’autovettura di proprietà e da lui condotta, a seguito dell’impatto con un cinghiale, verificatosi il (OMISSIS) lungo la S.P. (OMISSIS). In sede di gravame, la Regione instava per la riforma della sentenza di prime cure eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva, sia perché le funzioni amministrative di tutela e gestione della fauna spettavano alla Provincia, sia perché quest’ultima era proprietaria della strada ove si verificò il sinistro e, dunque, ad essa andavano ascritti gli obblighi di manutenzione ed eventuali condotte omissive fonte di responsabilità verso gli utenti della strada; nel merito, deduceva l’infondatezza della domanda risarcitoria.

3. Il Tribunale di Lanciano, in rigetto dell’appello, ha confermato integralmente la sentenza di primo grado, in particolare assumendo che non sussista la carenza di legittimazione passiva della Regione, sul solco della normativa nazionale e regionale in materia di danni provocati alla circolazione stradale dalla fauna selvatica, e ritenendo la Regione responsabile ex art. 2043 c.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con un unico motivo di ricorso si denuncia “Violazione e/o falsa applicazione di norme di legge sostanziali, ovvero della L. n. 157 del 1992, art. 1, comma 1 e art. 19, L. 8 giugno 1990, n. 142, art. 14, comma 1, lett. f (sostituita dalla L. 18 agosto 2000, n. 267), della L.R. Abruzzo n. 10 del 2003, artt. 1, 4, 4-bis e 4-ter, L.R. Abruzzo n. 10 del 2004, artt. 2,44 e 49 e 55 e L.R. Abruzzo n. 41 del 2004, art. 48, comma 1 (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”. La sentenza impugnata sarebbe errata nella parte in cui ha ritenuto che dalle disposizioni in epigrafe discenda la legittimazione passiva della Regione Abruzzo rispetto alla domanda risarcitoria per i danni arrecati dalla fauna selvatica, laddove, secondo la giurisprudenza di legittimità (si cita: Cass., Sez. 3, Sentenza n. 80 dell’8/1/2010; n. 21395 del 10/10/2014), tali danni dovrebbero essere ricollegati all’ente cui spettano in concreto le competenze amministrative e gestionali sulla cura degli animali. Nel caso di specie, la L. n. 157 del 1992, attribuirebbe alle Regioni solo il compito di emanare norme relative alla gestione e alla tutela della fauna selvatica, mentre affiderebbe alle Province il compito di attuare la disciplina regionale. In particolare, il Tribunale avrebbe violato e falsamente applicato anche il principio di diritto, ripreso da Cass., Sez. 3, Ordinanza n. 24089 del 13/10/2017, per cui la responsabilità extracontrattuale per i danni provocati alla circolazione stradale da animali selvatici va imputata alla Provincia a cui appartiene la strada ove si è verificato il sinistro. Infine, sarebbe erroneo anche il riferimento, fatto dal giudice di secondo grado, alle disposizioni delle leggi regionali abruzzesi circa l’assunzione dell’impegno, da parte della Regione, di somministrare alle Province i mezzi per far fronte ai risarcimenti dei danni arrecati dagli animali selvatici alle produzioni agricole e alla circolazione stradale: la L.R. n. 10 del 2003, andrebbe letta nella prospettiva dell’impegno della Regione di far fronte agli oneri finanziari suddetti, ferma restando la necessità che non vi sia una responsabilità di terzi e, in particolare, della Provincia cui è concretamente affidata la gestione della fauna selvatica.

2. Il motivo è infondato.

2.1. L’iter argomentativo della sentenza impugnata prende le mosse dalla ricognizione della normativa nazionale che, alla L. n. 157 del 1992, art. 19, affida alla Regione il compito di controllo della fauna selvatica, sul presupposto che ad essa spetta il compito di emanare norme che disciplinino la gestione e la tutela della medesima, e alle Province il compito di attuare la disciplina regionale ai sensi della L. n. 142 del 1990, art. 14, comma 1, lett. f). La L.R. Abruzzo n. 10 del 2004, art. 44, poi, affida la predetta funzione di controllo alla Provincia, operando una ripartizione tra funzioni spettanti agli enti territoriali che riprende la normativa nazionale.

2.2. Purtuttavia, nell’impugnata sentenza il giudice dell’appello ha evidenziato che la giurisprudenza di legittimità (si cita: Cass. n. 80/2010; Cass. n. 26197/2011; Cass. n. 4202/2011; n. 4788/2014; n. 22886/2015; 27543/2017) ravvisa la responsabilità ex art. 2043 c.c., all’ente territoriale cui siano concretamente affidati – tramite delega – i poteri sul territorio e sulla gestione della fauna in essa insediata, a condizione che all’ente delegato sia stata conferita autonomia decisionale e operativa sufficiente a consentirgli di svolgere l’attività in modo da poter efficientemente amministrare i rischi di danni a terzi, inerenti all’esercizio dell’attività stessa, e da poter adottare le misure normalmente idonee a prevenire, evitare o limitare tali danni, dei quali – altrimenti – deve rispondere l’ente delegante. Sul punto, ha sottolineato che, nella specie, tale autonomia decisionale non sussiste in capo alle province abruzzesi: difatti, la L.R. n. 10 del 2004, art. 55, prevede, tra i finanziamenti regionali in favore delle amministrazioni provinciali, una quota da destinare al risarcimento dei danni arrecati dalla fauna selvatica limitatamente alle fattispecie di cui all’art. 49 della stessa legge, ossia per il risarcimento dei danni provocati dalla fauna selvatica alle produzioni agricole e agli allevamenti, non anche per il risarcimento dei danni arrecati a cose o persone circolanti su strade; dunque, il controllo della fauna delegato dalla Regione alla Provincia sarebbe rimasto sprovvisto di mezzi finanziari.

2.3. Il Tribunale ha ritenuto che la responsabilità della Provincia non possa discendere neppure dalla L.R. n. 10 del 2003, che disciplina anche i danni causati dalla fauna selvatica, statuendo che nell’ambito del territorio regionale non compreso nel perimetro di Parchi nazionali o regionali “la Regione provvede al risarcimento dei danni per incidenti stradali provocati a veicoli e persone dalla fauna selvatica” (art. 1); mentre le funzioni risarcitorie che l’art. 3 delega alla Provincia si risolvono in attività di accertamento e liquidazione dei danni senza incidere, tuttavia, sull’obbligo, che resta regionale, di rispondere dei danni dovendo dalla Regione discendere i mezzi finanziari per il loro ristoro sulla scorta dell’art. 4-bis per cui “In relazione al verificarsi di incidenti stradali causati nel territorio regionale dalla fauna selvatica la Regione corrisponde contributi per i danni, non altrimenti risarcibili, a persone e a veicoli di loro proprietà o in loro affidamento avvenuti durante la regolare circolazione veicolare lungo qualsiasi strada aperta al pubblico transito”.

2.4 Conclusivamente, il giudice di merito ha ritenuto che, a dispetto della delega alle province delle funzioni di controllo della fauna selvatica di cui alla L.R. n. 10 del 2004, i fondi destinati a tale ultima categoria di danni siano stati distolti, lasciando l’ente delegato nella impossibilità di farvi fronte, da ciò conseguendo la responsabilità della Regione, nonché l’irrilevanza della proprietà in capo alla Provincia della strada ove è avvenuto l’occorso, posto che il danno è stato cagionato dalla strada dall’animale selvatico e dal suo improvviso attraversamento.

2.5. Orbene, all’esito del suindicato accertamento in punto di fatto nell’impugnata decisione il giudice dell’appello ha fatto invero piena e corretta applicazione dei principi da questa Corte in materia enucleati (anteriormente al revirement in base al quale la responsabilità è presunta ex art. 2052 c.c., salvo la prova del fortuito: v. Cass., 6/7/2020, n. 13848; Cass., 22/6/2020, n. 12113; Cass., 20/4/2020, n. 7969) sul piano della responsabilità, come nella specie ravvisata, fondata per violazione della sopra richiamata norma generale in tema di responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c. (v., da ultimo, Cass., 27/02/2019, n. 5722 e Cass., 18/2/2020, n. 4004), essendosi al riguardo da questa Corte in particolare precisato che anche ove la Regione abbia delegato i propri compiti alle Province (ma anche nel caso in cui i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata risultino in concreto affidati ad altro ente – ad es., Ente Parco, Federazione o Associazione come da previsione di legge o in base a delega o concessione) è da ravvisarsi la persistente responsabilità della Regione allorquando non risulti conferita all’ente delegato un’autonomia decisionale, anche sotto il profilo dello stanziamento degli adeguati fondi al riguardo necessari e sufficienti a consentire di svolgere l’attività in modo da poter efficientemente amministrare i rischi di danni a terzi e da poter adottare le misure normalmente idonee a prevenire, evitare o limitare tali danni (v. Cass., 21/2/2011, n. 4202), ovvero l’ente delegato risulti in realtà un mero nudus minister, senza alcuna concreta ed effettiva possibilità operativa (v. Cass., 17/9/2019, n. 23151; Cass., 21/6/2016, n. 12727; Cass., 6/12/2011, n. 26197).

2.6. A fronte degli argomenti posti a base dell’adottata decisione, l’odierna ricorrente si è invero limitata a ribadire, in termini di mera contrapposizione, la propria tesi difensiva già sottoposta all’attenzione dei giudici di merito e dai medesimi non accolta. Emerge pertanto evidente come le deduzioni della medesima, oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’art. 366 c.p.c., comma 10, n. 6, in realtà si risolvano nella mera doglianza circa la dedotta erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore ed un significato difformi dalle sue aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’asserto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932).

– 2.7. Per tale via in realtà essa sollecita, cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimità, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte Suprema di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici del merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).

2.8. All’inammissibilità e infondatezza dei motivi consegue il rigetto del ricorso.

2.9. Sulla scorta delle considerazioni che precedono, il ricorso deve essere rigettato, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione come di seguito liquidate sulla base delle tariffe vigenti.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione in favore del controricorrente, liquidate in Euro 2000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, 15% di spese forfetarie, e ulteriori oneri di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 17 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2021

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