Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3605 del 16/02/2010

Cassazione civile sez. lav., 16/02/2010, (ud. 09/12/2009, dep. 16/02/2010), n.3605

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCIARELLI Guglielmo – Presidente –

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere –

Dott. CURCURUTO Filippo – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – Consigliere –

Dott. CURZIO Pietro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 17422-2006 proposto da:

INAS – CISL, ISTITUTO NAZIONALE ASSISTENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA AGRI 1, presso lo studio dell’avvocato NAPPI PASQUALE, che lo

rappresenta e difende, giusta delega in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

A.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G. MARCORA

18/20, presso lo studio dell’avvocato FAGGIANI GUIDO, (c/o il

patronato ACLI), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato

DEL FIACCO ANSELMO, giusta delega a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 221/2006 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 15/03/2006 R.G.N. 649/04;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/12/2009 dal Consigliere Dott. PIETRO ZAPPIA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PIVETTI MARCO che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

Con ricorso al Tribunale, giudice del lavoro, di Avezzano, depositato in data 14.10.1999, A.M., premesso di aver prestato la propria attività lavorativa alle dipendenze del patronato Inas – Cisl dal maggio 1985 al 12 novembre 1997, inquadrato nel livello E/2 sebbene, a decorrere dal 1 gennaio 1993 avesse svolto mansioni e compiti corrispondenti al superiore livello G del regolamento Inas, essendo il responsabile della sede affetto da problemi di salute, chiedeva tra l’altro la condanna del patronato convenuto al pagamento delle differenze retributive e di T.F.R. che espressamente quantificava, nonchè delle somme dovutegli a titolo di indennità per il mancato godimento di 63 giorni di ferie.

Con sentenza in data 5.11.2004 il Tribunale adito, in esito al giudizio svoltosi nella contumacia del convenuto, in parziale accoglimento della domanda, condannava l’Inas – Cisl al pagamento delle chieste differenze retributive e di T.F.R. in conseguenza del riconosciuto inquadramento nel livello superiore reclamato.

Avverso tale sentenza proponeva appello l’Inas – Cisl assumendo la nullità del ricorso introduttivo per essere la domanda del tutto generica, nonchè la inammissibilità della prova per testi per non avere il ricorrente indicato nell’atto introduttivo i nomi degli stessi.

La Corte di Appello di L’Aquila, con sentenza in data 2.3.2006, rigettava il gravame.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione l’Inas – Cisl con tre motivi di impugnazione.

Resiste con controricorso l’intimato.

Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

Col primo motivo di gravame il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 414 c.p.c., comma 1, n. 4, e dell’art. 24 Cost. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione.

In particolare rileva che la Corte territoriale, sebbene avesse evidenziato la “estrema genericità” del ricorso essendosi l’ A. limitato ad affermare di avere svolto mansioni superiori a quelle proprie della qualifica attribuitagli, anzichè dichiarare consequenzialmente la nullità del ricorso suddetto esimendosi quindi dal valutare il merito della domanda, aveva contraddittoriamente accolto la domanda ritenendo non adeguatamente contestati i fatti di causa dall’appellante.

Col secondo motivo di gravame il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 414 c.p.c., comma 1, n. 5, art. 104 disp. att. c.p.c. e art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione.

In particolare osserva che la Corte territoriale, sebbene avesse rilevato che il ricorso dell’ A. non fosse completo stante la mancata indicazione dei testi di cui chiedeva l’escussione, e che all’udienza fissata per l’audizione degli stessi parte ricorrente non ne avesse documentato l’avvenuta intimazione, aveva contraddittoriamente ritenuto corretto il comportamento del Tribunale che aveva proceduto alla assunzione della prova testimoniale tenendo conto degli esiti della stessa in sede di motivazione della sentenza.

Col terzo motivo di gravame il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 414 c.p.c., comma 1, n. 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione.

in particolare rileva il ricorrente che erroneamente la Corte territoriale aveva confermato l’inquadramento dell’ A. nel livello superiore reclamato, nonostante l’evidente difetto di allegazione in ordine alla mansioni effettivamente svolte, basandosi sulle dichiarazioni rese dalla teste B.G. che in realtà non era stata in grado di indicare in modo chiaro e specifico quali fossero le effettive mansioni del ricorrente ed il grado di autonomia dello stesso.

Il ricorso non è fondato.

Preliminarmente rileva il Collegio che non può trovare accoglimento l’eccezione sollevata dall’intimato di inammissibilità del ricorso in appello per intervenuta acquiescenza avendo l’Inas-Cisl, dopo la notifica della sentenza e del precetto, provveduto ad ottemperare pienamente alle statuizioni della sentenza, pagando tutte le somme dovute a titolo di sorte capitale, interessi, rivalutazione monetaria e spese legali, senza alcuna riserva.

Ed invero l’acquiescenza ad una pronuncia, ove non risulti da accettazione espressa, richiede un atteggiamento univocamente incompatibile con la volontà di avvalersi dell’impugnazione.

L’accertamento di tale volontà, concretandosi in un giudizio di fatto, è insindacabile in Cassazione, se immune da vizi logici e giuridici.

E nel caso di specie la Corte territoriale, con motivazione sotto tale profilo assolutamente coerente ed ineccepibile nonchè conforme al costante orientamento di questa Corte (Cass. sez. 3^, 9.4.2009 n. 8687; Cass. sez. trib., 7.2.2008 n. 2826; Cass. sez. trib, 21.1.2008 n. 1156; Cass. sez. 3^, 28.8.2007 n. 18187; Cass. sez. lav., 26.2.2007 n. 4393), ha rilevato che l’esecuzione volontaria di una sentenza notificata in forma esecutiva non può importare di per sè acquiescenza alla pronuncia, essendo la condotta del soccombente ispirata unicamente allo scopo di impedire l’esecuzione forzata.

Posto ciò rileva il Collegio, per quel che riguarda il primo motivo del ricorso proposto dalla Inas – Cisl, che questa Corte ha avuto modo di evidenziare che fa nullità nelle controversie di lavoro del ricorso introduttivo per mancanza indicazione degli elementi di fatto e di diritto posti a base della domanda (e quindi anche per mancata specificazione dell’oggetto della domanda) è sanabile alla stregua dell’art. 164 c.p.c., comma 5, stante l’innestarsi del rito del lavoro, pur con le sue particolarità, nell’alveo del processo civile, anche in ragione del sostanziale avvicinamento dei due riti a seguito della novella del 26 novembre 1990 n. 353, e che la non tempestiva eccezione da parte del convenuto ex art. 157 c.p.c. del vizio dell’atto comprova l’avvenuta sanatoria della nullità del ricorso, dovendosi ritenere, a norma dell’art. 156 c.p.c., comma 2, che l’atto abbia conseguito il suo scopo (Cass., SS.UU. 17.6.2004 n. 11353; Cass. sez. lav., 23.12.2004 n. 23929).

E pertanto nel caso di specie, non avendo il convenuto, rimasto contumace nel giudizio di primo grado, sollevato la suddetta eccezione nella prima istanza o difesa successiva all’atto, deve ritenersi verificata la preclusione prevista dall’art. 157 c.p.c., comma 2. Con la conseguenza che dette nullità non possono essere fatte valere in sede di impugnazione, neanche dalla parte rimasta contumace nel giudizio di primo grado.

D’altronde deve evidenziarsi che la nullità del ricorso introduttivo per la mancata determinazione dell’oggetto della domanda o la mancata esposizione degli elementi di fatto e delle ragioni di diritto sulle quali questa si fonda, è ravvisabile solo quando attraverso l’esame complessivo dell’atto sia impossibile l’individuazione esatta della pretesa dell’attore ed il convenuto non possa apprestare una compiuta difesa (v., tra le altre, Cass. sez. lav., 16.1.2007 n. 820; Cass. sez. lav., 13.6.2005 n. 12636); siffatta evenienza non si è verificata nel caso di specie risultando il petitum chiaramente indicato e non potendosi quindi ravvisare alcun pregiudizio nei confronti di controparte ai fini dell’approntamento delle proprie difese.

Del pari infondato è il secondo motivo di gravame.

Rileva in proposito il Collegio che le nullità concernenti l’ammissione e l’espletamento della prova testimoniale hanno carattere relativo, derivando dalla violazione di formalità stabilite non per ragioni di ordine pubblico bensì nell’interesse esclusivo delle parti; sul punto questa Corte ha avuto modo di evidenziare che “i vizi attinenti alla deduzione, alla tempestività, all’ammissione ed all’assunzione della prova testimoniale, in quanto concernenti materia affidata alla disponibilità delle parti, sono relativi e quindi sanabili per acquiescenza della parte a svantaggio della quale la prova stessa si sia svolta” (Cass. sez. 1^, 27.1.2992, n. 864).

Deve ritenersi pertanto che le nullità in parola non sono rilevabili d’ufficio dal giudice ma, ai sensi dell’art. 157 c.p.c., comma 2, vanno denunciate dalla parte interessata nella prima istanza o difesa successiva al suo verificarsi. Con la conseguenza che dette nullità non possono essere fatte valere in sede di impugnazione, per cui neppure alla parte contumace è consentito dedurre l’inammissibilità della prova o la nullità della stessa, una volta che in primo grado la prova sia stata espletata senza opposizione (Cass. sez. lav., 5.12.2002 n. 17294).

In ordine al terzo motivo di gravame è noto il costante insegnamento di questa Corte (cfr., tra le altre, Cass. Sez. lav., 2.9.2003 n. 12791; Cass. sez. lav., 23.1.2003, n. 1012; Cass. sez. lav., 22.11.2001, n. 14806; Cass. sez. lav., 12.6.2001, n. 7959; Cass. sez. lav., 3.5.2001, n. 6238), secondo cui nel procedimento logico – giuridico diretto alla determinazione dell’inquadramento di un lavoratore subordinato non può prescindersi da tre fasi successive (accertamento di fatto delle attività in concreto svolte, individuazione della qualifica e del grado previsti dalla normativa legale o contrattuale applicabile, con particolare riferimento alla qualifica attribuita e a quella reclamata, raffronto dei risultati di tali indagini). A tale procedimento si è in realtà attenuta la Corte territoriale la quale, pur riscontrando la inottemperanza all’onere di allegazione da parte del ricorrente essendosi lo stesso “limitato ad affermare di aver svolto fin dal 1 gennaio 1993 ….

mansioni e compiti corrispondenti al livello G del Regolamento Inas”, ha rilevato che dalla compiuta istruttoria e segnatamente dalla deposizione della teste D.B. (la quale ha riferito in ordine alla effettiva attività svolta dal ricorrente, se pur aggiungendo – quale propria valutazione, chiaramente irrilevante – che lo stesso aveva svolto mansioni di responsabile), era emerso che, a causa delle condizioni di salute del titolare dell’Ufficio, l’ A. si era occupato di tutte le attività di gestione (istruzione delle pratiche, rapporti con gli istituti, rapporti con gli assistiti) non essendoci altre persone addette al suddetto Patronato.

Alla stregua di quanto sopra la Corte territoriale, dopo aver proceduto alla enunciazione delle declaratorie contrattuali inerenti alla qualifica posseduta ed alla qualifica reclamata dal ricorrente, e dopo aver rilevato che l’elemento di differenziazione fra le due qualifiche era dato dal grado di autonomia operativo e gestionale, ha evidenziato che dal contenuto della deposizione suddetta, e dalla circostanza che nell’ambito del detto Patronato non fosse presente un superiore gerarchico che coordinasse il lavoro dell’ A., ne controllasse l’operato e se ne assumesse la responsabilità, emergeva chiaramente la sussistenza in capo al ricorrente di quei requisiti di autonomia, sia operativa che gestionale, che consentivano l’inquadramento dello stesso nel livello G del Regolamento Inas.

Devesi sul punto evidenziare che la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico – formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta in via esclusiva il compito di individuare le fonti del proprio convincimento e di dare adeguata contezza dell’iter logico – argomentativo seguito per giungere ad una determinata conclusione. Ne consegue che il preteso vizio della motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della stessa, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, ovvero quando esista insanabile contrasto fra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico – giuridico posto a base della decisione (Cass. sez. 1^, 26.1.2007 n. 1754; Cass. sez. 1^, 21.8.2006 n. 18214;

Cass. sez. lav., 20.4,2006 n. 9234; Cass. sez. trib., 1.7.2003 n. 10330; Cass. sez. lav., 9.3.2002 n. 3161; Cass. sez. 3^, 15.4.2000 n. 4916).

In altri termini, il controllo di logicità del giudizio di fatto – consentito al giudice di legittimità – non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata: invero una revisione siffatta si risolverebbe, sostanzialmente, in una nuova formulazione del giudizio di fatto, riservato al giudice del merito, e risulterebbe affatto estranea alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità il quale deve limitarsi a verificare siano stati dal ricorrente denunciati specificamente – ed esistano effettivamente – vizi (quali, nel caso di specie, la omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione) che, per quanto si è detto, siano deducibili in sede di legittimità.

Orbene nel caso di specie, dal momento che il giudice di merito ha illustrato le ragioni che rendevano pienamente contezza delle ragioni del proprio convincimento esplicitando il relativo iter motivazionale, resta esclusa l’esistenza del dedotto vizio di motivazione, ove si osservi che tale vizio non può invero consistere nella difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove rispetto a quello dato dal giudice di merito.

In conclusione, il motivo si risolve in parte qua in un’inammissibile istanza di riesame della valutazione del giudice d’appello, fondata su tesi contrapposta ai convincimento da esso espresso, e pertanto non può trovare ingresso (Cass. sez. lav., 28.1.2008 n. 1759).

Ne consegue che neanche sotto questo profilo il ricorso può trovare accoglimento.

Il proposto gravame va pertanto rigettato ed a tale pronuncia segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio di cassazione, che liquida in Euro 24,00 oltre Euro 2.000,00 (duemila) per onorari, oltre spese generali, (VA e CPA come per legge.

Così deciso in Roma, il 9 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 16 febbraio 2010

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