Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 35983 del 22/11/2021

Cassazione civile sez. trib., 22/11/2021, (ud. 10/11/2021, dep. 22/11/2021), n.35983

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – rel. Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 4742/2017 proposto da:

A.D., A.F., rappresentati e difesi dall’avvocato

Lucio Modesto Maria Rossi e dall’avvocato Francesco D’Alonzo,

elettivamente domiciliati in Roma Via E.Q. Visconti n. 20, presso lo

studio dell’avvocato Angelo Petrone;

– ricorrenti –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma Via dei Portoghesi 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

Avverso la sentenza della COMM. TRIB. REG. CAMPANIA, n. 6512/49/16,

depositata il 07/07/2016.

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 10 novembre

2021, D.L. 28 ottobre 2020, n. 137 ex art. 23, comma 8-bis,

convertito dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176, dal Consigliere Guida

Riccardo;

Dato atto che il Sostituto Procuratore Generale Locatelli Giuseppe ha

formulato conclusioni scritte chiedendo che il ricorso sia

dichiarato inammissibile.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. A.D. e A.F., con separati ricorsi, impugnarono le cartelle esattoriali, loro rispettivamente notificate, con le quali erano richiesti del pagamento della somma di Euro 10.596.593,54, di cui all’avviso di accertamento per Ires, Irap, Iva, per l’anno d’imposta 2006, emanato nei confronti della Aeffemedia S.r.l. e dei fratelli A. quali soci (rispettivamente il primo nella misura del 5% e il secondo nella misura del 95%) e gestori di fatto della società.

2. La Commissione tributaria provinciale (“C.T.P.”) di Napoli, con le sentenze nn. 716 e 717 del 2013, rigettò i ricorsi.

3. La Commissione tributaria regionale (“C.T.R.”) della Campania, riuniti gli appelli dei contribuenti, ha confermato le pronunce di primo grado, per quanto ancora interessa, in base al seguente ragionamento: (i) posto che le sentenze d’appello nn. 1637/49/15 e 639/49/15, avevano confermato le sentenze delle C.T.P. di Napoli nn. 107/40/12 e 108/40/12, che avevano rigettato i ricorsi degli appellanti avverso gli avvisi di accertamento prodromici alle cartelle oggetto di questo giudizio, e considerato che, per costante giurisprudenza, la cartella può essere impugnata soltanto per vizi propri (o per la mancata notifica dell’avviso presupposto, evenienza, questa, estranea al caso di specie), le cartelle in questione non costituiscono inammissibile duplicazione di altra cartella già annullata dalla C.T.P. di Napoli con le sentenze nn. 770/44/2012 e 876/44/2010. Per entrambe le pronunce, infatti, l’accoglimento del ricorso era motivato in ragione del fatto che l’iscrizione a ruolo era avvenuta quando era ancora pendente l’impugnativa (da parte degli appellanti) degli avvisi prodromici. Una volta definiti, in primo grado, i relativi giudizi, con le sentenze della C.T.P. di Napoli nn. 107/40/2012 e 108/40/2012, ambedue di rigetto, e riconosciuto in capo agli appellanti il ruolo di amministratori di fatto della Aeffemedia S.r.l., l’ufficio aveva provveduto all’iscrizione a ruolo straordinario, D.P.R. n. 602 del 1973 ex art. 15-bis, (cfr. pag. 6 della sentenza) “motivando in virtù dell’esistenza di fondati motivi di pericolo per la riscossione in ragione della ingente somma richiesta.”; (ii) è priva di fondamento la doglianza in punto di carenza di motivazione delle cartelle di pagamento, nelle quali, in effetti, risultano riprodotti tutti gli elementi sufficienti a informare il contribuente della causa della pretesa del fisco, con indicazione dell’avviso di accertamento correlato alle cartelle, anch’esso conosciuto e impugnato dai destinatari degli atti di riscossione.

4. I contribuenti hanno proposto ricorso per cassazione con sette motivi; l’Agenzia ha resistito con controricorso. I contribuenti hanno depositato una memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso (“1) Illegittimità della sentenza Formazione del giudicato sulla medesima causa petendi – Violazione art. 2909 c.c. – Divieto di riproposizione della medesima azione in altro giudizio tra le medesime parti – Violazione art. 39 c.p.c., comma 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”), i ricorrenti censurano la sentenza impugnata che non ha rilevato il giudicato esterno formatosi sulla medesima causa petendi in quanto le cartelle di pagamento oggetto di questo giudizio costituivano mera duplicazione di altre identiche cartelle, emesse nel 2010, per la stessa causale (avviso di accertamento n. REE030100051/2006, anno 2006, notificato il 23/02/2009, a carico di Aeffemedia S.r.l.), che erano state annullate, rispettivamente, la cartella notificata a A.D., con sentenza della C.T.R. Campania n. 234/51/2012, la cartella notificata a A.F., con sentenza della C.T.R. Campania n. 8017/48/2014, entrambe passate in giudicato.

2. Con il secondo motivo (“2) Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4″), i ricorrenti censurano l’omessa pronuncia della sentenza impugnata sul motivo d’appello secondo cui il giudice di primo grado, errando, aveva recepito la mutatio libelli operata dall’ufficio che, dopo che la cartella era stata notificata ai fratelli A. in qualità di soci, coobbligati in solido con l’obbligata principale” Aeffemedia S.r.l., destinataria dell’accertamento, soltanto nell’atto di costituzione in giudizio, aveva introdotto un nuovo tema d’indagine, prospettando un diverso titolo di responsabilità dei ricorrenti, quali gestori di fatto o amministratori di fatto della società.

3. Con il terzo motivo (“2) Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4, dell’art. 2462 c.c., della L. n. 326 del 2003, art. 7, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4”), i ricorrenti censurano l’omessa pronuncia della sentenza impugnata sulla questione concernente l’insussistenza di qualsivoglia ipotesi di fatto e/o normativa di corresponsabilità dei ricorrenti (soci di Aeffemedia S.r.l. fino al 25/10/2006) per le obbligazioni della persona giuridica.

4. Con il quarto motivo (“4) Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4”), si censura l’omessa pronuncia della sentenza impugnata sulla doglianza relativa alla carenza di motivazione delle cartelle impugnate, in punto di assoluta assenza di indicazione, nelle cartelle, delle ragioni di fatto e/o di diritto a sostegno della qualità di coobbligati e della responsabilità solidale con l’Aeffemedia S.r.l. attribuita ai ricorrenti.

5. Con il quinto motivo (“5) Illegittimità della sentenza – Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti – Violazione D.P.R. n. 602 del 1973, artt. 15 e 15/bis e D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 68, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1 nn. 3 e 5”), i ricorrenti censurano la sentenza impugnata che ha omesso l’esame dei fatti storici, decisivi, oggetto di discussione tra le parti in entrambi i gradi di merito, relativi da un lato all’accertamento dei presupposti di fatto della fonte della coobbligazione a carico dell’ex socio/amministratore di una società di capitali, dall’altro all’accertamento in punto di fatto delle “condizioni di ordine oggettivo e soggettivo” (sconosciute poiché mai enunciate dalla C.T.R.) legittimanti l’insorgenza a carico dell’ex socio/amministratore di una società di capitali della “responsabilità civile e penale per tutti i comportamenti rilevanti a lui addebitabili, pure nel caso di colpevole inerzia a fronte di tali condotte”.

6. Con il sesto motivo (“6) Illegittimità della sentenza Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2462 e 2639 c.c. nonché del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, art. 11, e del D.L. 30 settembre 2003, n. 269, art. 7, (convertito in L. 24 novembre 2003, n. 326), anche in combinato disposto tra loro, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”), i ricorrenti censurano la sentenza impugnata che, rigettando l’appello, ha in sostanza affermato la “coobbligazione” di questi ultimi nel pagamento delle imposte e degli accessori dovuti da Aeffemedia S.r.l., di cui essi erano soci, sulla base della (loro) indimostrata qualità di amministratori di fatto della società di capitali.

7. Con il settimo motivo (“7) Violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, artt. 11,15 e 15-bis, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”), i ricorrenti censurano la sentenza impugnata che, malgrado l’annullamento definitivo da parte del giudice tributario del precedente ruolo ordinario emesso per la stessa somma, ha affermato che integri “fondato pericolo per la riscossione”, necessario ai fini della legittimità dell’iscrizione a “ruolo straordinario” della somma, pretesa dall’Agenzia sulla base di un avviso di accertamento impugnato dal contribuente ed ancora sub iudice, la cancellazione della società o anche soltanto la rilevanza dell’importo.

8. Preliminarmente, in relazione alla cartella di pagamento emessa nei confronti di A.D., sussistono i presupposti per rilevare d’ufficio il giudicato esterno sulla causa avente ad oggetto l’impugnazione dell’avviso di accertamento prodromico alla cartella oggetto del presente giudizio, come da sentenza di questa Corte 20/12/2019, n. 34170, che, in accoglimento del ricorso del contribuente, ha cassato la pronuncia della C.T.R. della Campania n. 639/49/15, e, decidendo nel merito, ha accolto il ricorso introduttivo.

8.1. Per la Corte infatti “Nel processo tributario, il principio ritraibile dall’art. 2909 c.c. – secondo cui il giudicato fa stato ad ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa, entro i limiti oggettivi dati dai suoi elementi costitutivi, ovvero della “causa petendi”, intesa come titolo dell’azione proposta, e del bene della vita che ne forma l’oggetto (“petitum” mediato), a prescindere dal tipo di sentenza adottato (“petitum” immediato) – è applicabile anche nel caso in cui gli atti tributari impugnati in due giudizi siano diversi (nella specie, un avviso di accertamento ed una cartella di pagamento), purché sia identico l’oggetto del giudizio medesimo, riferito al rapporto tributario sottostante. (In applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto facesse stato, ex art. 2909 c.c., la sentenza irrevocabile di annullamento dell’avviso di accertamento, con cui era stato rettificato il reddito per una certa annualità e disconosciute le perdite di esercizio, nel giudizio avente ad oggetto l’impugnazione della cartella di pagamento con cui l’Amministrazione aveva ridotto i crediti di imposta, maturati in relazione alle perdite oggetto dell’accertamento, poi annullato).” (Cass. 22/09/2011, n. 19310; nello stesso senso, Cass. 30/10/2017, n. 25798, in una fattispecie in cui gli atti impugnati erano un diniego di condono ed un avviso di accertamento relativo ad una delle annualità oggetto della richiesta di condono).

8.2. Inoltre, per Cass. 20/04/2016, n. 7888, “La giurisprudenza di questa Corte ha affermato che l’esistenza di un giudicato esterno è rilevabile di ufficio anche in sede di legittimità, pure nell’ipotesi in cui il giudicato si sia formato successivamente alla pronuncia della sentenza impugnata. Ciò in quanto il giudicato è un elemento che non può essere incluso nel fatto e, pur non identificandosi con gli elementi normativi astratti, è ad essi assimilabile, essendo destinato a fissare la regola del caso concreto e partecipando quindi della natura dei comandi giuridici, la cui interpretazione non si esaurisce in un giudizio di mero fatto. Il suo accertamento, pertanto, non costituisce patrimonio esclusivo delle parti ma, mirando a evitare la formazione di giudicati contrastanti, conformemente al principio del ne bis in idem, corrisponde ad un preciso interesse pubblico, sotteso alla funzione primaria del processo, e consistente nell’eliminazione dell’incertezza delle situazioni giuridiche, attraverso la stabilità della decisione, collegata all’attuazione dei principi costituzionali del giusto processo e della sua ragionevole durata, i quali escludono la legittimità di soluzioni interpretative volte a conferire rilievo a formalismi non giustificati da effettive e concrete garanzie difensive (SS.UU. n. 13916 del 2006; n. 14011/2007; n. 26041/2010; n. 6102/2014).”.

8.3. Sicché, quanto al rapporto processuale tra A.D. e l’Amministrazione finanziaria, rilevato d’ufficio il giudicato esterno, in accoglimento del ricorso, assorbiti tutti i motivi, la sentenza impugnata è cassata; non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, il ricorso è deciso nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, con l’accoglimento del ricorso introduttivo del contribuente. Ne consegue che il seguente scrutinio dei motivi di ricorso è riferito esclusivamente alla cartella impugnata da A.F..

9. Le spese del giudizio di legittimità sono compensate, tra A.D. e l’Agenzia, perché la causa è stata decisa sulla base di un giudicato esterno sopravvenuto.

10. Il primo motivo è inammissibile.

Il ricorrente allega un preteso giudicato esterno su altra precedente cartella, della quale la cartella qui impugnata costituirebbe un mero duplicato, costituto dalla sentenza (definitiva) della C.T.R. Campania n. 8017/48/2014. Tale giudicato si è formato prima della pronuncia, in data 13/05/2016, della sentenza oggetto del presente ricorso per cassazione. Ne consegue che l’eccezione di giudicato, formulata per la prima volta nel giudizio di cassazione, è inammissibile in ragione del divieto previsto dall’art. 372 c.p.c., della allegazione di nuova documentazione attestante il passaggio in giudicato della pronuncia della Commissione regionale, che poteva e doveva essere prodotta nel giudizio di appello. E’ il caso di dare continuità al principio di diritto per cui “Nel giudizio di cassazione, il giudicato esterno e’, al pari del giudicato interno, rilevabile d’ufficio, non solo qualora emerga da atti comunque prodotti nel giudizio di merito, ma anche nell’ipotesi in cui il giudicato si sia formato successivamente alla sentenza impugnata; in tal caso, infatti, la produzione del documento che lo attesta non trova ostacolo nel divieto posto dall’art. 372 c.p.c., che è limitato ai documenti formatisi nel corso del giudizio di merito, ed e’, invece, operante ove la parte invochi l’efficacia di giudicato di una pronuncia anteriore a quella impugnata, che non sia stata prodotta nei precedenti gradi del processo.” (Cass. 22/01/2018, n. 1534).

11. Il secondo, il terzo e il quarto motivo, suscettibili di esame congiunto in quanto sottendono un’identica questione di diritto, sono inammissibili.

Essi costituiscono la reiterazione di censure di merito, volte a rimettere in discussione il titolo di responsabilità del ricorrente, impropriamente calibrate sull’avviso di accertamento prodromico alla cartella. La Commissione regionale ha giustamente disatteso questi rilievi critici circoscrivendo in maniera esplicita il tema del decidere esclusivamente ai vizi propri della cartella. Inoltre, il giudice di merito ha rilevato che la cartella, al contrario di quanto tuttora prospetta il ricorrente (nel quarto motivo), non è carente dal punto di vista della motivazione in quanto reca tutti gli elementi essenziali della pretesa erariale e richiama l’avviso ad essa prodromico, senz’altro conosciuto dal contribuente, che lo anche ha impugnato. Tale statuizione coglie il filo conduttore di Cass. 11/10/2018, n. 25343, che ha enunciato il principio di diritto, che ora s’intende riproporre, in base al quale “In tema di riscossione, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25, per la validità del ruolo e della cartella esattoriale, non è indispensabile l’indicazione degli estremi identificativi o della data di notifica dell’accertamento precedentemente emesso, al quale detti atti facciano riferimento, essendo sufficiente l’indicazione di circostanze univoche che consentano l’individuazione di quell’atto, al fine di tutelare il diritto di difesa del contribuente rispetto alla verifica della procedura di riscossione promossa nei suoi confronti. (Nella specie, la S.C., in applicazione del principio, ha ritenuto adeguatamente motivate le cartelle di pagamento, che contenevano il richiamo ad accertamenti previamente notificati, divenuti definitivi per il minore importo derivante dal giudicato che li aveva in parte confermati, dei quali il contribuente era, dunque, pienamente a conoscenza).” Specificamente, sul punto, giova sottolineare che l’Agenzia in controricorso (cfr. pag. 3) ha affermato che l’avviso prodromico notificato a A.F. è divenuto definitivo in virtù della sentenza, passata in giudicato, della C.T.R. della Campania n. 1637/49/2015, di rigetto dell’appello del contribuente.

12. Il quinto motivo è inammissibile.

A prescindere dal cumulativo, non consentito, riferimento ai due parametri normativi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, stando al tenore testuale della doglianza è chiaro che si censura l’omesso esame di un fatto decisivo (ossia il vizio dell’art. 360 c.p.c., n. 5). Il che però non è ammesso in ragione del divieto della c.d. doppia conforme. Infatti, per il costante orientamento di questa Corte, riaffermato anche di recente (Cass. 13/01/2017, n. 743; 14/12/2018, n. 32436; 14/12/2018, n. 32437), “Nell’ipotesi di “doppia conforme”, prevista dall’art. 348-ter c.p.c., comma 5, (applicabile, ai sensi del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 2, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, ai giudizi d’appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal giorno 11 settembre 2012), il ricorrente in cassazione – per evitare l’inammissibilità del motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 (nel testo riformulato dal D.L. n. 83 cit., art. 54, comma 3, ed applicabile alle sentenze pubblicate dal giorno 11 settembre 2012) – deve indicare le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse.” (Cass. 22/12/2016, n. 26774; Cass. Sez. U. 21/09/2018, n. 22430). Nel caso in esame il motivo è inammissibile poiché le decisioni dei gradi di merito, ambedue di rigetto (c.d. “doppia conforme”), si fondano sulle medesime ragioni di fatto e, del resto, il ricorrente non ha nemmeno sostenuto il contrario.

13. Il sesto motivo è inammissibile.

Il ricorrente si duole che la C.T.R., rigettando l’appello, abbia affermato che egli era obbligato in solido con la società al pagamento delle imposte e degli accessori dovuti da Aeffemedia S.r.l., sulla base della sua indimostrata qualità di amministratore di fatto dell’obbligata principale. In tal modo però egli non fa valere vizi propri della cartella, ma rimette inammissibilmente in discussione l’avviso ad essa prodromico, quale atto coperto dal giudicato.

14. Il settimo motivo è inammissibile.

Si tratta di una questione nuova, che non può essere proposta per la prima volta nel giudizio di legittimità. Dalla narrativa della decisione della C.T.R. (cfr. pag. 4 della sentenza) si evince che, come motivo d’appello, il contribuente aveva dedotto che la cartella non era motivata in relazione all’esistenza dei presupposti che giustificavano l’iscrizione a ruolo straordinario. La critica era stata disattesa dal giudice di merito che aveva rimarcato che, in realtà, l’ufficio aveva motivato detta iscrizione nei ruoli straordinari adducendo il pericolo per la riscossione vista la rilevanza della pretesa erariale. In questa sede di legittimità, invece, il ricorrente (per la prima volta) si duole del fatto che la “rilevanza” del credito tributario esprime un concetto indefinito che non giustifica l’iscrizione nel ruolo straordinario. Ebbene, è pacifico orientamento di questa Corte che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena d’inammissibilità, questioni che siano già comprese nel tema del decidere del giudizio di appello, non essendo prospettabili per la prima volta in cassazione questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase del merito e non rilevabili d’ufficio (Cass. 26/03/2012, n. 4787). Il contribuente, per evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice del merito, ma anche di indicare in quale atto del precedente giudizio lo abbia fatto, onde consentire alla Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminarne il merito (Cass. 25/02/2021, n. 5155, in continuità con Cass. n. 17831 del 2016, n. 23766 e n. 1435 del 2013, n. 17253 del 2009; nello stesso senso, Cass. 16/06/2017, n. 15029; 31/01/2006, n. 2140).

15. In conclusione, il ricorso di A.F. va dichiarato inammissibile.

16. Rispetto a tale ricorso, le spese del giudizio di legittimità sono regolate in dispositivo.

PQM

La Corte accoglie il ricorso di A.D. per le ragioni sopra indicate, cassa la sentenza impugnata, limitatamente alla cartella opposta da A.D. e, decidendo nel merito, accoglie il ricorso introduttivo del giudizio di quest’ultimo; dichiara inammissibile il ricorso di A.F.. Dichiara compensate le spese del giudizio di legittimità tra A.D. e l’Agenzia delle entrate; condanna A.F. al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 20.000,00, a titolo di compenso, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte di A.F., dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 10 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 22 novembre 2021

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