Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 35977 del 22/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 22/11/2021, (ud. 14/07/2021, dep. 22/11/2021), n.35977

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – rel. Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2964/2020 proposto da:

A.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA COMANO 95,

presso lo studio dell’avvocato LUCIANO FARAON, rappresentato e

difeso dall’avvocato ANDREA FARAON;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI PADOVA, in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso il decreto n. 11102/2019 del TRIBUNALE di VENEZIA, depositato

il 28/12/2019 R.G.N. 5251/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/07/2021 dal Consigliere Dott. LUCIA ESPOSITO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Tribunale di Venezia, con sentenza n. cronol. 11102/2019, depositata il 28/12/2019, ha respinto la richiesta di A.S., cittadino del Pakistan, di riconoscimento, a seguito di diniego della competente Commissione territoriale, dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria o umanitaria.

2. In particolare, i giudici di merito hanno ritenuto non credibili, contraddittorie e intrinsecamente illogiche le dichiarazioni del richiedente, il quale ha dedotto che nel 2007 aveva avuto una relazione con una ragazza musulmana sciita, relazione osteggiata dalla famiglia in quanto egli era musulmano sunnita, che nel 2008 si era sposato con l’attuale moglie e, successivamente, aveva incontrato la sua ex fidanzata, che nel frattempo aveva divorziato dal marito e aveva cominciato a frequentarlo. Poiché costei voleva sposarlo, il padre del ricorrente chiamò i fratelli della donna che la uccisero e, dopo qualche giorno, costoro andarono a casa sua ed uccisero la nonna e il padre. Spaventato, il ricorrente fuggì in diverse città del Pakistan, dove però era raggiunto e minacciato dai fratelli della fidanzata, riuscendo a scappare, infine, in Libia, per poi raggiungere l’Italia.

3. Osservava il Tribunale che appariva inverosimile che il ricorrente, da solo e disarmato, fosse riuscito a scappare dai tre fratelli armati della ex fidanzata dalle plurime località del Pakistan in cui si era rifugiato e che non si fosse informato delle modalità di uccisione della nonna e del padre (essendosi limitato a riferire: “quando sono entrati – gli assalitori – hanno sparato uccidendo chi era presente”).

5. Avverso la suddetta pronuncia, A.S. propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno (che dichiara di costituirsi al solo fine di partecipare all’udienza pubblica di discussione).

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso il ricorrente deduce violazione di legge con riferimento al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, osservando che sotto i profili del mancato riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria egli era stato protagonista di una vicenda umana che solo apparentemente era da ricondurre a un fatto privato ma che in realtà era sintomo di come la tutela della libertà religiosa in Pakistan non fosse garantita. Rileva che la norma richiamata, che richiede l’esame delle domande di protezione internazionale alla luce di informazioni precise ed aggiornate circa la situazione esistente nei paesi di origine dei richiedenti, non era stata osservata.

2. Sotto il profilo del mancato rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, rileva che il Tribunale aveva omesso di esaminare la documentazione prodotta relativa al contratto di lavoro a tempo indeterminato, limitandosi a richiamare le buste paga al fine di sostenere che il ricorrente non aveva una retribuzione mensile idonea a consentire di vivere dignitosamente in Italia.

3. I motivi, unitariamente considerati, sono fondati nei termini che seguono. La persecuzione religiosa è espressamente ricompresa tra le cause che giustificano il riconoscimento dello status di rifugiato ai sensi dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra. La condizione di soggetto esposto a persecuzione religiosa, inoltre, è rilevante ai fini della concessione della protezione internazionale sussidiaria, posto che la “persona ammissibile alla protezione sussidiaria” è definita dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 1, lett. g), come il “cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno come definito dal presente decreto e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto Paese”.

4. Dal quadro normativo nazionale e internazionale emerge, pertanto, che la persecuzione a sfondo religioso costituisce causa legittimante sia per il riconoscimento dello status di rifugiato, che per la concessione della tutela sussidiaria (ex multis Cass. n. 28974 del 08/11/2019). Vertendosi in materia di protezione internazionale, alla luce del consolidato principio di collaborazione istruttoria gravante sul giudice di merito, quest’ultimo è tenuto, quando il richiedente prospetta una situazione potenzialmente rilevante sub specie di persecuzione o trattamento discriminatorio a contenuto religioso, a svolgere accurate indagini al fine di verificare la fondatezza e la credibilità del racconto.

5. E’ necessario, quindi, quantomeno ai fini dell’eventuale concessione della protezione sussidiaria, condurre una disamina della situazione interna del Paese di provenienza del richiedente che sia espressamente diretta ad apprezzare se siano presenti fenomeni di tensione a sfondo religioso che possano confermare l’esistenza del rischio di persecuzione, o anche soltanto di trattamento umanamente degradante, fondato su motivazioni esclusivamente religiose, come paventato dal richiedente la protezione. Una indagine di tal genere in concreto è mancata, così come, ai fini delle valutazioni in tema di protezione umanitaria, l’effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente, con riferimento al Paese d’origine, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (Cass. n. 7396 del 16/03/2021).

6. Di conseguenza il ricorso va accolto per quanto di ragione, con rinvio al Tribunale di Venezia affinché effettui un’indagine conoscitiva in relazione ai profili sopra evidenziati, provvedendo anche alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, al Tribunale di Venezia in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 22 novembre 2021

 

 

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