Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 35972 del 22/11/2021

Cassazione civile sez. II, 22/11/2021, (ud. 21/07/2021, dep. 22/11/2021), n.35972

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20103/2016 proposto da:

P.L.T.E., P.L.T.F.,

elettivamente domiciliate in ROMA VIA FULCIERI PAULUCCI DE’ CALBOLI,

rappresentate e difese dall’avvocato UBALDO PERFETTI, giusta procura

in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

Z.O.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

RONCIGLIONE 3, presso lo studio dell’avvocato FABIO GULLOTTA, che la

rappresenta e difende giusta procura speciale in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3300/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 24/05/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/07/2021 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Lette le memorie delle parti.

 

Fatto

RAGIONI IN FATTO DELLA DECISIONE

K.Y.E.M., padre dell’appellante, con citazione del 1996 aveva evocato in giudizio le appellate, deducendo di essere il figlio di K.Y.S.L., deceduta in data (OMISSIS), che era la sorella del de cuius e che aveva quindi diritto alla metà dell’asse relitto, spettando l’altra metà alle convenute, in quanto figlie dell’altro fratello premorto del de cuius, P.T.E..

Evidenziavano altresì che la difesa delle convenute era consistita nella negazione della qualità di coerede in capo all’attore, e ciò sul presupposto che la persona indicata come madre dell’attore non era la stessa P.T.S. che si assumeva fosse appunto la sorella del defunto P.T.M..

Il Tribunale aveva accolto le eccezioni delle convenute, rilevando che gli atti dello stato civile italiano evidenziavano che P.S. era nata a (OMISSIS), mentre dalla documentazione in lingua russa prodotta dall’attore, risultava che la madre era nata il (OMISSIS), venendo quindi iscritta nei registri degli atti di nascita della chiesa di (OMISSIS), il che denotava un contrasto tra le certificazioni prodotte, che non consentiva di affermare l’identità delle due persone.

Z.O.E., quale erede di Y.E.M.K., proponeva appello avverso la sentenza del Tribunale di Roma con la quale era stata rigettata, per difetto di prova della qualità di erede, la domanda di riconoscimento della detta qualità, con la conseguente divisione, relativamente ai beni relitti di P.T.M..

Nella resistenza delle appellate, P.L.T.E. e F., la Corte d’Appello di Roma, con la sentenza non definitiva n. 3300 del 24 maggio 2016, accoglieva il gravame, accertando che l’appellante era nipote in linea retta di P.T.S., che era erede legittima del de cuius, in quanto sorella, e per l’effetto dichiarata aperta la successione legittima di P.T.M., morto in data (OMISSIS), ab intestato e senza figli, rimetteva la causa sul ruolo per il prosieguo delle operazioni divisionali.

I giudici di appello, in fatto, evidenziavano che in data (OMISSIS) era morto in (OMISSIS) P.T.M., nato in (OMISSIS), senza figli e senza lasciare testamento.

La sentenza d’appello riteneva che però la conclusione del giudice di prime cure fosse erronea, emergendo unicamente un’inesattezza quanto all’individuazione della data di nascita, ma senza che ciò potesse inficiare l’identificazione nella stessa persona come interessata dalle varie certificazioni in atti.

Effettivamente il certificato rilasciato dal Comune di Como attesta che P.S., figlia di P.G., è nata in data (OMISSIS).

Il certificato dell’Archivio Statale Storico Centrale di San Pietroburgo, munito di apostille, una volta correttamente tradotto, evidenziava invece che nel registro degli atti di nascita di cui alla menzionata chiesa di (OMISSIS), governatorato di San Pietroburgo, risultava la presenza di S., nata il (OMISSIS), battezzata l'(OMISSIS), padre P.T.G.L., di religione cattolica, madre Z.A. di religione ortodossa.

Dalla certificazione russa emergeva quindi che la stessa fosse stata battezzata in Russia, ma non anche che fosse lì nata. L’unica incongruenza era relativa alla data di nascita, indicata in Italia come quella del 29 marzo 1906, e nella certificazione russa in quella del (OMISSIS), ma, ricordava la Corte d’Appello, che la stessa Sofia, in una missiva spedita in data 14 marzo 1996, riportava i dati del suo passaporto, dai quali emergeva che la data di nascita era quella del (OMISSIS). Quindi, trattandosi di fatti risalenti molto indietro nel tempo, era ragionevole ipotizzare che si fosse verificato un errore per l’imprecisione in occasione della denuncia della nascita, ma stante il tempo trascorso, era ormai impossibile accertare se l’errore fosse stato commesso in Italia ovvero in Russia.

Restava però confermato che la madre dell’attore fosse nata in Italia, e precisamente a Como.

In merito alla diversa prova che l’attore fosse il figlio di P.S., la Corte d’Appello dava atto dei tre matrimoni della nonna dell’appellante, evidenziando che dal terzo era appunto nato K.Y.E.M..

L’interpretazione della documentazione sostenuta in precedenza era poi confortata dal fatto che vi era una missiva con la quale la stessa P.T.L.E. comunicava a S. ed all’attore la morte dello zio M., missiva che era stata seguita dalla risposta dei destinatari del 14 marzo 1996.

Inoltre, su iniziativa delle stesse convenute era stata intrapresa in Italia una procedura ex art. 772 c.p.c., per la nomina di un notaio in rappresentanza della presunta erede, indicata come P.T.L.K.Y.S., nata a (OMISSIS) e residente in (OMISSIS).

Si palesava quindi come incoerente la difesa delle appellate che negavano di avere scritto una lettera alla presunta zia a seguito della morte del de cuius, salvo poi introdurre un ricorso ex art. 772 c.p.c., identificando come erede non residente o domiciliata nel circondario, per la quale si palesava la nomina in rappresentanza di un notaio, la madre dell’attore, secondo le indicazioni dalla medesima fornite.

Una volta quindi attribuita all’appellante la qualità di erede, la sentenza rilevava altresì che P.T.S., dinanzi ad un notaio russo aveva riferito di essere la sorella del de cuius, e che “in conseguenza di ciò ho il diritto di rivendicare l’eredità di P.T.M.”. Trattandosi di dichiarazione resa da soggetto di cittadinanza e di lingua russa innanzi ad un notaio russo, poteva quindi ritenersi che la stessa fosse espressiva della volontà di accettare l’eredità.

Inoltre, risultava anche la prova che l’attore avesse accettato l’eredità materna, mentre quanto all’appellante, la sua qualità di erede del padre, deceduto il 20/11/2009, come da certificazione allegata sub n. 4, era non contestata.

Per la cassazione di tale sentenza propongono ricorso P.T.L.E. e P.T.L.F. sulla base di otto motivi.

A tale ricorso ha resistito con controricorso Z.O.E..

Entrambe le parti hanno depositato memorie in prossimità dell’udienza.

Diritto

RAGIONI IN DIRITTO DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2729 c.c., comma 1.

Assume parte ricorrente che la sentenza impugnata ha risposto positivamente al dubbio circa l’identità tra la persona indicata negli atti dello stato civile del Comune di Como, identificata come P.S., e P.T.S., quale sorella del de cuius.

Ma tale risposta sarebbe stata data, senza però avvedersi del fatto che la certificazione anagrafica italiana non riporta anche il cognome T., ma solo quello P.. Inoltre, i giudici di appello avrebbero erroneamente riferito che il battesimo in Russia sarebbe avvenuto in data (OMISSIS), non avvedendosi che l’anno è invece quello del (OMISSIS), come si ricava dalla stessa certificazione in lingua straniera.

Senza tenere conto già di tali inesattezze, si è ritenuto che l’unica incongruenza tra i documenti prodotti risiedesse solo nella data di nascita, mentre in realtà ve ne erano di ulteriori e ben più rilevanti.

La decisione di appello ha quindi basato la sua decisione su di un ragionamento di tipo presuntivo, per il quale è stata ritenuta corretta la data del (OMISSIS) come corrispondente a quella della nascita della dante causa dell’appellante, trascurando però che:

– Il passaporto non è mai stato prodotto in giudizio e risulta esclusivamente la circostanza che la data del (OMISSIS), come corrispondente alla nascita, è stata indicata dalla stessa L.K.Y.S. nella missiva recante la data del 14 marzo 1996;

– Nella medesima missiva, la dante causa dell’appellante riferiva di essere stata battezzata in Italia dopo appena cinque giorni dalla nascita in una chiesa di Como, mentre la certificazione tratta dagli Archivi di Stato russi, dava atto di un battesimo avvenuto nella chiesa di (OMISSIS) l'(OMISSIS), a conferma della impossibilità di identificare la persona ivi indicata con la sorella del de cuius;

In una missiva redatta dai difensori della presunta sorella del de cuius, si riferiva che la loro cliente non era nata a (OMISSIS);

– L’estratto del certificato di nascita rilasciato in Italia attesta il solo cognome P., laddove il de cuius ha altresì il cognome T., cognome che non risulta indicato nemmeno negli attestati dei tre matrimoni della nonna dell’appellante;

– Analoga discrasia si rinviene mettendo a raffronto il contenuto della lettera del 14 marzo 1996, ove la dante causa dell’attore si qualifica come nata P.T., con l’estratto per riassunto dell’atto di nascita che rivela il solo cognome P..

Assume parte ricorrente che in realtà non vi era una sola incongruenza, ma ve ne erano numerose, il che denota la violazione nella applicazione della regola posta dall’art. 2729 c.c..

Il secondo motivo di ricorso denuncia la violazione dell’art. 116 c.p.c., in relazione all’art. 451 c.c..

Si ricorda che l’estratto dei registri degli atti di nascita del Comune di Como attesta che in data 29 marzo 1906 sarebbe nata tal P.S., ma la Corte d’Appello ha superato il contrasto tra tale data con quella invece emergente dalla documentazione rilasciata in Russia e dalla lettera del 14 marzo 1996, ritenendo che si fosse verificato un errore per una imprecisa denuncia del giorno di nascita, ma che non fosse possibile verificare se ciò sia avvenuto in Italia ovvero in Russia.

Ma in tal modo è stata negata l’efficacia fidefaciente degli atti dello stato civile, che può venir meno solo a seguito di un’azione di stato, trascurandosi ancora una volta che nel documento rilasciato dagli uffici anagrafici emergeva che l’unico cognome fosse quello P., senza alcuna menzione anche dell’ulteriore cognome T., invece posseduto dal de cuius.

2. I motivi, che possono esser congiuntamente esaminati per la loro connessione, sono infondati.

Occorre ricordare che secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di successione legittima, il rapporto di parentela con il “de cuius”, quale titolo che, a norma dell’art. 565 c.c., conferisce la qualità di erede, deve essere provato tramite gli atti dello stato civile. Tuttavia, ove essi manchino o siano andati distrutti o smarriti ovvero, ancora, omettano la registrazione di un atto, la prova dei fatti oggetto di registrazione – quali la nascita, la morte o il matrimonio – può essere data con qualsiasi mezzo, ai sensi dell’art. 452 c.c. (Cass. n. 22192/2020; Cass. n. 7276/2006; Cass. n. 4414/1999), onere che effettivamente incombe su chi rivendica lo status di erede (così già a far data da Cass. n. 2506/1973).

Nella fattispecie, le ricorrenti non negano che il de cuius avesse una sorella, e precisamente P.T.S., ma contestano l’identificazione in questa della dante causa dell’attore, sostenendo che in realtà si chiamerebbe solo P.S. (essendo priva anche del cognome T.), che in realtà sarebbe nata in (OMISSIS) e non in (OMISSIS), e che sarebbe nata in un giorno diverso da quello in cui è nata P.T.S. cui fa riferimento la documentazione in lingua russa.

I giudici di merito, senza pervenire a negare l’efficacia fidefaciente degli atti dello stato civile, per la parte che è appunto prevista dell’art. 451 c.c., comma 1 (e cioè il fatto che sia stata denunciata la nascita di tal P.S. figlia di G.), hanno invece ritenuto che il complesso del materiale probatorio in atti deponesse per la possibilità di identificare P.S., oggetto dell’atto di stato civile, con P.T.S., sorella del de cuius.

E’ stato sottolineato che non vi era contrasto tra i documenti italiani e quelli russi quanto al luogo di nascita, posto che i secondi non riferivano che la persona di cui offrivano certificazione fosse nata in Russia, ma solo che lì fosse stata battezzata.

Quanto al contrasto circa le date di nascita, i giudici di appello, pur dando atto effettivamente di una discrasia, hanno però reputato che la stessa non fosse tale da inficiare l’identificazione nella madre dell’attore della sorella del de cuius.

Infatti, avuto anche riguardo all’epoca remota cui risaliva la nascita, è stato evidenziato come non vi fosse in realtà contrasto sul luogo di nascita e che la differenza di un solo giorno ben poteva giustificarsi, senza però inficiare la riferibilità di entrambe le certificazioni alla medesima persona fisica, posto che la stessa persona cui si riferiva pacificamente la certificazione dello stato civile italiana, era solita riferire di essere nata il giorno invece risultante dalla certificazione straniera, avendo riferito tale data anche in occasione del rilascio del passaporto da parte delle autorità estere dello stato in cui oramai viveva.

Ritiene il Collegio che il giudizio della Corte distrettuale non sia però limitato alla sola messa a confronto delle certificazioni prodotte in corso di causa ovvero al contenuto della missiva di risposta del 14 marzo 1996, ma che abbia invece una base probatoria ben più ampia, la quale non è direttamente e specificamente attinta dai motivi in esame.

La conclusione circa il fatto che la certificazione anagrafica rilasciata in Italia, sebbene riferita a P.S., riguardasse la medesima persona che nella certificazione estera era indicata come P.T.S., e cioè il soggetto che era erede del de cuius, è stata altresì avvalorata dalla corrispondenza intercorsa tra le parti e dalla condotta tenuta prima del giudizio dalle stesse convenute.

I giudici di appello hanno, infatti, ritenuto provato che la stessa convenuta, P.T.L.E., nell’imminenza del decesso dello zio avesse scritto una missiva alla “zia S.” (con un implicito riconoscimento del vincolo parentale), alla quale era seguita la missiva di risposta del 14 marzo 1996, dalla quale la Corte ha tratto alcuni argomenti per l’affermazione della identità delle persone di cui si faceva menzione nelle certificazioni; hanno poi ricordato come le stesse convenute avessero attivato la procedura di redazione dell’inventario dell’eredità dello zio, facendo nominare un notaio in rappresentanza della sorella del de cuius, identificando la stessa secondo i dati anagrafici corrispondenti a quelli che erano riportati nella missiva di risposta della madre dell’attore.

Trattasi di elementi che non appaiono, come visto, specificamente investiti dal motivo in esame né da quelli successivi, ma che appaiono invece volti ad evidenziare come nelle stesse convenute vi fosse la consapevolezza che la nonna dell’appellante fosse proprio quella P.T.S., che vantava la qualità di sorella del de cuius.

Orbene, rileva il collegio che è censurabile in sede di legittimità la decisione in cui il giudice si sia limitato a negare valore indiziario agli elementi acquisiti in giudizio senza accertare se essi, quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziarla, non fossero in grado di acquisirla ove valutati nella loro convergenza globale, accertandone la pregnanza conclusiva. (così ex multis Cass. n. 18822/2018).

Infatti, in tema di prova per presunzioni, il giudice, dovendo esercitare la sua discrezionalità nell’apprezzamento e nella ricostruzione dei fatti in modo da rendere chiaramente apprezzabile il criterio logico posto a base della selezione delle risultanze probatorie e del proprio convincimento, è tenuto a seguire un procedimento che si articola necessariamente in due momenti valutativi: in primo luogo, occorre una valutazione analitica degli elementi indiziari per scartare quelli intrinsecamente privi di rilevanza e conservare, invece, quelli che, presi singolarmente, presentino una positività parziale o almeno potenziale di efficacia probatoria; successivamente, è doverosa una valutazione complessiva di tutti gli elementi presuntivi isolati per accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova presuntiva, che magari non potrebbe dirsi raggiunta con certezza considerando atomisticamente uno o alcuni di essi, così che deve ritenersi censurabile in sede di legittimità la decisione in cui il giudice si sia limitato a negare valore indiziario agli elementi acquisiti in giudizio senza accertare se essi, quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziaria, non fossero in grado di acquisirla ove valutati nella loro sintesi, nel senso che ognuno avrebbe potuto rafforzare e trarre vigore dall’altro in un rapporto di vicendevole completamento (così Cass. n. 9059/2018; Cass. n. 27410/2019; Cass. n. 5374/2017).

Tuttavia, è stato precisato che (Cass. n. 12002/2017) allorquando la prova addotta sia costituita da presunzioni, le quali anche da sole possono formare il convincimento del giudice del merito, rientra nei compiti di quest’ultimo il giudizio circa l’idoneità degli elementi presuntivi a consentire inferenze che ne discendano secondo il criterio dell'”id quod prelumque accidit”, essendo il relativo apprezzamento sottratto al controllo in sede di legittimità, se sorretto da motivazione immune da vizi logici o giuridici e, in particolare, ispirato al principio secondo il quale i requisiti della gravità, della precisione e della concordanza, richiesti dalla legge, devono essere ricavati in relazione al complesso degli indizi, soggetti ad una valutazione globale, e non con riferimento singolare a ciascuno di questi, pur senza omettere un apprezzamento così frazionato, al fine di vagliare preventivamente la rilevanza dei vari indizi e di individuare quelli ritenuti significativi e da ricomprendere nel suddetto contesto articolato e globale (conf. ex multis Cass. n. 26022/2011).

A fronte di una motivazione del giudice di appello che appare connotata da logicità e coerenza nella valutazione complessiva di tutti gli elementi probatori a sua disposizione e che denota come in realtà non sia stata confutata l’efficacia probatoria della certificazione anagrafica rilasciata in Italia (occorrendo piuttosto compiere una lettura combinata della stessa con quella rilasciata all’estero, onde apprezzare come fossero riferite alla medesima persona fisica), la censura mossa con il primo motivo si risolve appunto un una disamina atomistica dei vari elementi di carattere probatorio presuntivo, ritenendo che da tale isolata valutazione emergano delle incongruenze tali da inficiare il ragionamento probatorio – presuntivo posto alla base della decisione gravata.

Ma, come detto, manca una critica di carattere complessivo, ed indirizzata all’assieme degli elementi posti alla base della decisione, come appunto quelli tratti dalla condotta stragiudiziale delle convenute e dallo scambio delle missive che hanno invece rivestito una non secondaria rilevanza nell’esito finale della decisione, e ciò soprattutto nella parte in cui si è sottolineato come la convinzione che la madre dell’attore fosse la sorella del de cuius era insita nella stesse convenute che alla stessa si rivolgevano appellandola come zia, e riferendosi alle sue indicazioni anagrafiche in occasione della procedura di apertura dell’inventario ex art. 772 c.p.c. (palesandosi peraltro tardiva la contestazione mossa per la prima volta solo nelle memorie ex art. 378 c.p.c.).

Ma anche le pretese incongruenze non si rivelano essere tali.

Nel richiamare quanto incensurabilmente osservato dal Tribunale in merito alla data di nascita, trattandosi di errore che investe solo un giorno di differenza e che ben si potrebbe spiegare in un eventuale ritardo nella denuncia all’ufficio anagrafico, come purtroppo non era infrequente nel passato, è proprio il collegamento biunivoco tra la certificazione italiana con quella russa che consente di superare l’assenza nella prima del cognome T., che invece si rinviene nella seconda, stante l’identità del nome proprio e del cognome del soggetto indicato in entrambi gli atti come genitore.

Ancora, quanto al battesimo, oltre a doversi rilevare l’identità del luogo di nascita del de cuius con quello ove è ubicata la chiesa ove la dante causa della controricorrente è stata battezzata (anche questo elemento che depone per la incensurabilità della soluzione dei giudice di appello), non appare di per sé porre una incongruenza il fatto che la piccola S. sia stata battezzata due volte ed in date diverse, atteso che, come emerge dalla certificazione russa, i genitori erano di professione cristiana diversa (il padre cattolico e la madre ortodossa), sicché non appare irragionevole ipotizzare che sia stata battezzata dapprima in Italia, e secondo il rito cattolico, e poi, una volta giunta in Russia, secondo il rito ortodosso.

Non può del pari inficiare il giudizio di incensurabilità del ragionamento probatorio del giudice di appello la dichiarazione resa dai legali di L.K.Y.S. nella missiva inviata ad P.L.T.E. in data 1 luglio 1996, e nella quale si riferirebbe che la stessa non sarebbe nata in Italia, in quanto trattasi di dichiarazione non riferibile direttamente alla parte e che appare contrastata nella complessiva ricostruzione del giudice di appello, dal richiamo al combinato disposto delle certificazioni, che depongono per l’effettiva nascita in Italia e precisamente a (OMISSIS).

Quanto invece alla asserita presa in esame del contenuto di un passaporto, in realtà mai versato in atti (profilo che ritornerà anche in occasione dei successivi motivi), in realtà, come si evince dalla stessa lettura della sentenza impugnata a pag. 5, si è dato atto che nella missiva P.S. riferiva dei suoi dati quali contenuti nel passaporto, dai quali emergeva la data di nascita del (OMISSIS), ricavandosi da tale affermazione la convinzione, di per sé non illogica, in assenza dell’allegazione di una falsità di tale dichiarazione, che effettivamente gli stessi corrispondessero a quelli riportati nel passaporto.

Deve quindi escludersi che ricorra la dedotta violazione dell’art. 2729 c.c., mentre quanto alla assunta violazione dell’art. 451 c.c., rileva il collegio che la stessa norma chiarisce come l’efficacia di prova legale concerna solo ciò che l’ufficiale attesta essere avvenuto alla sua presenza, essendo le dichiarazioni dei comparenti fidefacienti fino a prova contraria (così il comma 2).

In tale prospettiva, anche la dichiarazione dell’avvenuta nascita il 29 marzo, costituisce una dichiarazione del comparente e come tale suscettibile di prova contraria, ma a ben vedere la conclusione della Corte d’Appello non ha inteso negare la portata probatoria dell’atto dello stato civile italiano anche in relazione alla data di nascita.

Infatti, ha ritenuto che, pur mantenendo fermo il fatto che P.S. sia nata a (OMISSIS), non potevano esservi dubbi sulla conclusione che si trattasse della medesima persona che affermava essere nata il giorno precedente e di cui si attestava il battesimo nella certificazione dell’Archivio di Stato di San Pietroburgo, essendo l’incongruenza della data non idonea ad inficiare tale identificazione, e la stessa ben potendo giustificarsi per un errore commesso in occasione di una delle denunce della nascita, ma che poteva essere superata, senza che avesse carattere dirimente, anche in ragione del tempo trascorso, e senza dover quindi pervenire alla declaratoria di non veridicità delle risultanze dell’atto dello stato civile nazionale.

3. Il terzo motivo di ricorso denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c., in quanto le ricorrenti avevano contestato che l’appellante non fosse avente causa iure successionis dell’attrice, e ciò in quanto pur avendo documentato di essere la figlia non aveva dimostrato però di avere accettato l’eredità paterna.

La Corte d’Appello ha superato tale contestazione limitandosi ad affermare che sulla legittimazione dell’appellante, come erede del padre K., deceduto il (OMISSIS), non vi era contestazione, come da certificazione allegata sub 4.

In realtà si afferma essere non contestata la legittimazione, senza però tenere conto della specifica eccezione mossa dalle appellate.

Il motivo è inammissibile, ed in ogni caso è infondato.

E’ inammissibile nella parte in cui denuncia il vizio di omessa pronuncia su di un’eccezione, sebbene la sentenza impugnata abbia dato espressa risposta alla deduzione delle appellate, affermando come provata la legittimazione dell’appellante quale erede dell’attore.

Peraltro, è anche infondato.

Infatti, ancorché non possa ritenersi del tutto appropriato l’utilizzo dell’espressione “non v’e’ contestazione”, alla luce delle difese assunte dalle appellate, la reale ragione del rigetto dell’eccezione si coglie per effetto del richiamo al contenuto della certificazione sub 4, che lascia intendere che in realtà il rigetto è ancorato alla valutazione della portata probatoria del documento espressamente richiamato.

Ma la deduzione è ancor di più priva di fondamento, avuto riguardo al fatto che l’eccezione sollevata quanto alla legittimazione dell’appellante non investiva la qualità di figlia dell’originaria parte attrice e la sua qualità di chiamata alla successione paterna (cfr. pag. 14 del ricorso), ma solo il fatto che non fosse intervenuta l’accettazione della stessa.

Ma è evidente che è la stessa proposizione dell’appello, con la coltivazione in sede di impugnazione di una domanda volta a far valere diritti successori vantati dal padre che deve essere qualificata alla stregua di un’accettazione tacita ex art. 476 c.c., e che fornisce contezza dell’intervenuta accettazione da parte dell’appellante (cfr. Cass. n. 16814/2018), anche a prescindere dal contenuto del documento cui fa rinvio il giudice di appello.

4. Il quarto motivo di ricorso denuncia la violazione dell’art. 116 c.p.c., in relazione all’art. 2697 c.c., quanto alla prova della legitimatio ad causam consistente nella dimostrazione da parte di L.K.Y.S. della qualità di erede di P.T.M..

Deducono le ricorrenti che avevano contestato sin dal primo grado che la madre dell’attore avesse accettato l’eredità del preteso fratello nei dieci anni dall’apertura della successione, e la Corte d’Appello ha rigettato la stessa, ritenendo provata tale accettazione per effetto della dichiarazione resa da P.S. dinanzi ad un notaio russo, che esprimeva anche la volontà di accettare l’eredità.

La dichiarazione del seguente tenore “In conseguenza di ciò (e cioè del fatto di essere figlia di P.T.G.L. e di Z.A. e sorella di P.T.M.) ho il diritto di rivendicare l’eredità di P.T.M.”.

La Corte d’Appello ha ritenuto di superare ogni incertezza circa l’effettiva portata della dichiarazione quale atto di accettazione, assumendo che era una affermazione resa da soggetto di cittadinanza e lingua russa, dinanzi ad un notaio russo e che con tranquillante certezza esprimeva la volontà di accettare l’eredità fraterna.

Il motivo contesta che la dichiarazione sia stata resa da un soggetto di cittadinanza russa (essendo S. nata in Italia) e soprattutto evidenzia che la soluzione della Corte d’Appello avrebbe attribuito la prova dell’accettazione ad una dichiarazione sostituiva di atto notorio, che invece non può avere valore di prova nel processo civile, soprattutto in presenza di contestazioni.

Il quinto motivo denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 475 c.c., comma 1, sempre in relazione alla valenza della detta dichiarazione come atto di accettazione dell’eredità, posto che la stessa non contiene in alcun modo l’assunzione della qualità di erede o comunque una manifestazione di volontà di accettare ex art. 475 c.c..

I motivi, che per la loro connessione possono essere congiuntamente esaminati, sono infondati.

La violazione dell’art. 2697 c.c., si configura se il giudice di merito applica la regola di giudizio fondata sull’onere della prova in modo erroneo, cioè attribuendo l’onus probandi a una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione della fattispecie basate sulla differenza fra fatti costituivi ed eccezioni, mentre per dedurre la violazione del paradigma dell’art. 115, è necessario denunciare che il giudice non abbia posto a fondamento della decisione le prove dedotte dalle parti, cioè abbia giudicato in contraddizione con la prescrizione della norma, il che significa che per realizzare la violazione deve avere giudicato o contraddicendo espressamente la regola di cui alla norma, cioè dichiarando di non doverla osservare, o contraddicendola implicitamente, cioè giudicando sulla base di prove non introdotte dalle parti e disposte invece di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio (fermo restando il dovere di considerare i fatti non contestati e la possibilità di ricorrere al notorio, previsti dallo stesso art. 115 c.p.c.), mentre detta violazione non si può ravvisare nella mera circostanza che il giudice abbia valutato le prove proposte dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività consentita dal paradigma dell’art. 116 c.p.c., che non a caso è rubricato alla “valutazione delle prove” (Cass. n. 11892 del 2016; Cass. S.U. n. 16598/2016; Cass. S.U. n. 20867/2020).

Ritiene la Corte che la critica di cui alla combinata disamina dei due motivi si risolva nella censura alla valutazione in fatto della valenza probatoria della detta dichiarazione, e che la stessa non sia in grado di inficiare la correttezza della soluzione raggiunta.

Va a tal fine ricordato che, ai sensi dell’art. 475 c.c., si ha accettazione espressa dell’eredità ogni qualvolta il chiamato assuma il titolo di erede in una scrittura privata, trattandosi di autonomo negozio giuridico unilaterale e non recettizio, che conserva appieno la sua validità, ancorché, per effetto della mancata registrazione in base al R.D.L. 27 settembre 1941, n. 1015, sia stata colpita da nullità la distinta convenzione, eventualmente contenuta nello stesso documento (così Cass. n. 19711/2020), dal che è dato ricavare che la dichiarazione di accettazione assume una sua portata autonoma, ancorché, come nella fattispecie possa essere stata inserita in una più ampia dichiarazione sostituiva di atto notorio.

Non ignora il Collegio come sia stato affermato che, colui che, assumendo di essere erede di una delle parti originarie del giudizio, intervenga in un giudizio civile pendente tra altre persone, ovvero lo riassuma a seguito di interruzione, o proponga impugnazione, deve fornire la prova, ai sensi dell’art. 2697 c.c., oltre che del decesso della parte originaria, anche della sua qualità di erede di quest’ultima, e che a tale riguardo la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà di cui del D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, artt. 46 e 47, non costituisce di per sé prova idonea di tale qualità, esaurendo i suoi effetti nell’ambito dei rapporti con la P.A. e nei relativi procedimenti amministrativi, dovendo tuttavia il giudice, ove la stessa sia prodotta, adeguatamente valutare, anche ai sensi della nuova formulazione dell’art. 115 c.p.c., come novellato dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 45, comma 14, in conformità al principio di non contestazione, il comportamento in concreto assunto dalla parte nei cui confronti la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà viene fatta valere, con riferimento alla verifica della contestazione o meno della predetta qualità di erede e, nell’ipotesi affermativa, al grado di specificità di tale contestazione, strettamente correlato e proporzionato al livello di specificità del contenuto della dichiarazione sostitutiva suddetta (Cass. S.U. n. 12065/2014).

Tuttavia, non può accomunarsi in un unico giudizio di inutilizzabilità in chiave probatoria quella dichiarazione sostitutiva di atto notorio, che accanto a dichiarazioni che concernono fatti, dei quali si pretende di fornire la prova con la stessa dichiarazione pro se, contempli anche dichiarazioni di volontà suscettibili di un’autonoma valutazione in chiave negoziale.

Avuto riguardo al tenore della dichiarazione resa dinanzi al notaio russo, se effettivamente la stessa non può assumere valore di prova quanto ai rapporti di parentela tra la dichiarante ed il de cuius (prova che però è stata ritenuta raggiunta dalla Corte d’Appello sulla base di diversi elementi probatori), non può però negarsi valore negoziale alla diversa affermazione secondo cui P.S. vantava il diritto di rivendicare l’eredità del fratello premorto.

Tale affermazione non attiene alla ricognizione di fatti preesistenti di cui si vorrebbe fornire una prova a sé vantaggiosa, ma costituisce un’espressione di volontà negoziale volta a ribadire la volontà di conseguire quanto le spetta sull’eredità di P.T.M..

Questa Corte ha affermato altresì che (Cass. n. 4426/2009) a norma dell’art. 475 c.c., l’atto pubblico o la scrittura privata in cui il chiamato all’eredità assume il titolo di erede deve consistere in un atto scritto che provenga personalmente dal chiamato stesso o nella cui formazione questi abbia avuto parte

Poiché ai sensi dell’art. 475 c.c., vigente, si ha accettazione espressa dell’eredità ogni qualvolta il chiamato assuma il titolo di erede in una scrittura privata, e la stessa costituisce un autonomo negozio giuridico unilaterale e non ricettizio (cfr. Cass. n. 3021/1969), va ricordato altresì che secondo questa Corte l’accertamento se il chiamato all’eredità abbia assunto il titolo di erede in un atto pubblico o in una scrittura privata, al fine di ritenere che il medesimo abbia accettato espressamente l’eredita, è rimesso al giudice del merito (Cass. n. 1486/1965). Ritiene la Corte che, anche a voler sorvolare sull’argomento relativo alle difficoltà di carattere linguistico derivanti dal fatto che la dichiarante, se non anche cittadina russa, fosse quanto meno pacificamente di lingua russa ed ivi abitante, il riferimento alla qualità di sorella del de cuius consente di annettere alla successiva affermazione del diritto di rivendicare l’eredità fraterna una piena equipollenza all’assunzione della qualità di erede, posto che la rivendicazione di diritti successori non può che competere all’erede, come confermato dall’attribuzione allo stesso della specifica azione di petizione ereditaria che contiene in sé implicitamente anche l’accertamento della qualità di erede con efficacia di giudicato. Anche tali motivi vanno quindi disattesi.

5. Il sesto motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., in quanto la sentenza impugnata, per risolvere i dubbi circa l’identificazione della madre dell’attore nella sorella del de cuius, ha fatto riferimento ai dati del passaporto russo della prima, passaporto che non risulta però essere mai stato prodotto in giudizio.

Il settimo motivo di ricorso denuncia la violazione dell’art. 116 c.p.c., in ordine alla valutazione della prova offerta dalla lettera del 14 marzo 1996, nella quale si faceva riferimento ai dati comunicati per il rilascio del passaporto di P.S., in quanto la Corte avrebbe attribuito valore di prova, analoga a quella ricavabile da documenti ufficiali ad una dichiarazione contenuta in una missiva privata, violando in tal modo la regola del prudente apprezzamento delle prove.

L’ottavo motivo denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c., in quanto nel dare rilevanza di prova ai dati anagrafici di cui alla citata missiva del 14 marzo 1996, non si sarebbe tenuto conto delle eccezioni formulate dalle convenute, che avevano contestato tutte le prove prodotte dalle controparti, ivi inclusa la detta missiva.

I motivi, che possono essere congiuntamente esaminati per la loro connessione, sono privi di fondamento.

Quanto alla denuncia della violazione di cui agli artt. 115 e 116 c.p.c., vanno richiamati i principi di diritto esposti in occasione della disamina del quarto e quinto motivo di ricorso, evidenziandosi che anche in tal caso non risulta in realtà denunciata la violazione delle dette norme, quanto piuttosto si contesta l’apprezzamento delle risultanze probatorie alla luce del giudizio riservato al giudice di merito.

Va poi fatto rinvio a quanto esposto in occasione della disamina dei primi due motivi circa la valenza del richiamo al passaporto contenuto in sentenza, ed alla precisazione secondo cui la convinzione che i dati riportati nella missiva del 14 marzo 1996 corrispondessero a quelli riportati sul passaporto non deriva dalla disamina di un documento, che in effetti non è in atti, ma è frutto del non implausibile convincimento che effettivamente poi il passaporto riportasse i dati riferiti nella missiva.

Peraltro la sentenza ha ampiamente motivato in merito alla rilevanza di tali dati anagrafici – il che esclude anche la ricorrenza della violazione dell’art. 112 c.p.c. – e lungi dal ritenere assodato che effettivamente la madre dell’attore fosse nata il (OMISSIS), ha però, nell’ottica di una valutazione complessiva delle risultanze probatorie, ritenuto che non potessero esservi dubbi circa l’identità tra P.S. nata a (OMISSIS) e P.T.S. battezzata in (OMISSIS), e che si trattasse appunto della madre dell’attore.

Anche in questo caso la critica si rivolge in maniera atomistica nei confronti di uno solo degli elementi probatori posti all’attenzione del giudice di merito, che ha invece inquadrato il contenuto della missiva, quale conferma del fatto che la madre dell’attore era solita riferire di essere nata il (OMISSIS) (ma che si trattava di un’incongruenza rispetto agli atti dello stato civile italiani non decisiva), sottolineando però che tale missiva si inseriva in una corrispondenza intercorsa con le convenute, dalla quale si ricavava una sorta di riconoscimento di queste ultime dell’esistenza del rapporto di parentela che aveva addirittura portato alla indicazione, ai fini della procedura ex art. 772 c.p.c., instaurata dalle convenute, proprio dei dati anagrafici di cui alla detta missiva, e sul presupposto che fossero quelli della sorella del de cuius, legittimata a concorrere alla successione.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato.

6. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo

7. Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto del Testo Unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte delle ricorrenti di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

La Corte rigetta il ricorso, e condanna le ricorrenti, in solido tra loro, al rimborso delle spese del giudizio di legittimità, in favore della controricorrente che liquida in complessivi Euro 8.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15 % sui compensi ed accessori come per legge;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte delle ricorrenti del contributo unificato per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 21 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 22 novembre 2021

 

 

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