Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 35963 del 22/11/2021

Cassazione civile sez. II, 22/11/2021, (ud. 03/06/2021, dep. 22/11/2021), n.35963

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORILIA Lorenzo – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20241-2016 proposto da:

P.A., e B.S., rappresentata e difesa dall’Avvocato

GIUSEPPE DI MEGLIO, e dall’Avvocato GUIDO BELMONTE, per procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

G.S., rappresentato e difeso dall’Avvocato GIANPAOLO

BUONO, per procura in calce al controricorso;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 2209/2016 della CORTE D’APPELLO DI NAPOLI,

depositata il 31/5/2016;

udita la relazione della causa svolta nell’adunanza non partecipata

del 3/6/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE DONGIACOMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

B.M., con atto di citazione notificato il 4/7/1994, ha convenuto in giudizio G.S. chiedendo il rilascio di un appezzamento di terreno in Barano d’Ischia, censito in catasto al f. (OMISSIS), pervenuto all’attore in forza di testamento olografo del 10/3/1960 dal padre B.L.R. il quale, a sua volta, lo aveva acquistato dal fratello B.S. con atto del 16/12/1923. L’attore, a fondamento della domanda, ha dedotto che il fondo era stato concesso in uso gratuito a G.R. e che, a seguito del decesso di quest’ultimo il 2/1/1977, era stato occupato senza alcun titolo da G.S..

G.S. si è costituito in giudizio chiedendo il rigetto della domanda e proponendo domanda riconvenzionale per l’accertamento dell’acquisto della proprietà del terreno per usucapione.

Il giudizio, a seguito del decesso di B.M., è stato riassunto nei confronti delle eredi dello stesso, e cioè la moglie P.A. e la figlia B.S..

Il tribunale di Napoli, con sentenza del 18/5/2010, ha ritenuto che non era stata dimostrata né la proprietà del fondo ad opera della parte attrice, né il possesso ad usucapionem da parte del convenuto, ed ha, quindi, rigettato tanto la domanda principale, quanto la domanda riconvenzionale.

P.A. e B.S. hanno proposto appello censurando la sentenza del tribunale per aver erroneamente ritenuto che l’attore non avesse fornito la prova della proprietà del fondo, che, invece, risultava dai titoli, costituiti dal testamento olografo del padre in data 4/8/1962 e dall’atto del 16/12/1923.

G.S., invece, ha proposto appello incidentale chiedendo che, in riforma della sentenza impugnata, venisse accolta la domanda riconvenzionale di usucapione del fondo in suo favore sul rilievo che le risultanze della prova testimoniale espletata nel corso del giudizio avevano dimostrato il possesso ultraventennale del fondo da parte dello stesso e del padre G.G., al quale è succeduto.

La corte d’appello, con la sentenza in epigrafe, ha accolto l’appello incidentale e rigettato l’appello principale ed, in parziale riforma della sentenza impugnata, ha dichiarato l’acquisto per usucapione del fondo in (OMISSIS), censito in catasto al f. (OMISSIS), da parte di G.S..

La corte, in particolare, dopo aver premesso che il mero vincolo parentale dei testi non è sufficiente ad escluderne l’attendibilità, “trattandosi di testi che abitano nella zona” (e uno addirittura al confine) “e che hanno conoscenza diretta dei fatti di causa, che vantano una frequentazione quotidiana dei luoghi ed hanno reso dichiarazioni circostanziate e del tutto concordi, neppure idoneamente contrastate dalle dichiarazioni rese dai testi di parte attrice”, ha ritenuto che le prove testimoniali raccolte in giudizio avevano concordemente e compiutamente dimostrato il possesso ultraventennale uti dominus esercitato dal G. in relazione al fondo in questione. Peraltro, la descrizione, i confini e le caratteristiche del fondo, con la zona di passaggio ed il manufatto ivi esistente, così come svolta dai testimoni, trova riscontro, ha aggiunto la corte, con la situazione dei luoghi riportata dal consulente tecnico d’ufficio lì dove ha descritto la presenza sul fondo del manufatto in tufo adibito a deposito agricolo, corrispondente al “casellino” del quale hanno riferito i testi. Il consulente, del resto, ha precisato che la consistenza del manufatto insiste in parte sulla p.lla (OMISSIS) di proprietà G. ed in parte sulla p.lla (OMISSIS), oggetto della causa, e che tale costruzione con sconfinamento conferma ulteriormente il possesso ad usucapionem del fondo in questione da parte di G.S., non contrastato nel tempo dal suo legittimo proprietario. Non hanno, invece, trovato riscontro, le circostanze dedotte dalla parte attrice, e cioè che fino al 1977 il fondo era stato concesso in comodato a G.R. e che l’occupazione del fondo da parte del convenuto era iniziata dopo la morte dello stesso nel (OMISSIS). Non v’e’ dubbio, quindi, che l’esclusiva disponibilità del fondo, utilizzato in proprio per la coltivazione, la realizzazione di manufatti, come il “casellino” e il locale garage, con accesso dal fondo, l’apposizione di un recinzione e di un cancello, come confermato da un teste di parte attrice, “che ha riferito dell’impedimento al passaggio a lui opposto dallo stresso G.S. nel 1982-1983”, ed il transito esclusivo sul fondo da parte di quest’ultimo, confermano un’attività materiale specifica e significativa dell’esercizio del diritto di proprietà vantato dal convenuto: e poiché tale comportamento pubblico, pacifico, continuo e non interrotto è stato concordemente riferito dai testimoni per un durata ultraventennale, deve ritenersi acquisita, ha concluso la corte, la prova sufficiente della sussistenza dei presupposti per l’invocato acquisto del bene in questione per usucapione. In effetti, ha osservato la corte, quando è dimostrato il potere di fatto, pubblico e indisturbato, esercitato sulla cosa per il tempo necessario ad usucapirla, ne deriva, a norma dell’art. 1141 c.c., comma 1, la presunzione che esso integri il possesso, per cui incombe alla parte, che invece correla detto potere alla detenzione, provare il suo assunto, in mancanza dovendosi ritenere l’esistenza della prova di possessio ad usucapionem.

In conseguenza, la corte d’appello, in parziale riforma della sentenza del tribunale, ha rigettato la domanda di rilascio proposta dalle appellanti ed ha, invece, accolto la domanda di usucapione avanzata dal convenuto, dichiarando, di conseguenza, l’intervenuto acquisto per usucapione del fondo in questione.

P.A. e B.S., con ricorso notificato il 28/7/2016, hanno chiesto, per sei motivi, la cassazione della sentenza della corte d’appello, dichiaratamente notificata il 31/5/2016.

G.S. ha resistito con controricorso notificato il 6/10/2016, proponendo, per un motivo, ricorso incidentale condizionato, al quale le ricorrenti hanno, a loro volta, resistito con controricorso notificato il 15/11/2016.

Le parti hanno depositato memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo, le ricorrenti, lamentando la violazione e la falsa applicazione dell’art. 1158 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha affermato che il convenuto aveva acquistato per usucapione la proprietà dell’immobile senza, tuttavia, considerare la rilevanza che, ai fini della corretta affermazione di un possesso ad usucapionem, assume il pagamento del tributo diretto da parte di chi lo invoca.

1.2. Il G., infatti, hanno osservato le ricorrenti, non ha provato, come le appellanti avevano dedotto nell’atto d’impugnazione, di aver provveduto, in relazione al fondo in questione, al pagamento dell’imposta diretta dovuta allo Stato.

1.3. I documenti prodotti in giudizio, del resto, attestano che le dichiarazioni dei redditi ed il pagamento della relativa imposta provenivano, con riguardo al fondo per cui è causa, da B.M. e che, alla morte dello stesso, avvenuta il (OMISSIS), le appellanti avevano presentato la relativa denuncia di successione.

2. Con il secondo motivo, le ricorrenti, lamentando l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha omesso di accertare il fatto decisivo che il G. non avesse mai pagato il tributo gravante sull’immobile che pretende di aver usucapito.

3.1. Con il terzo motivo, le ricorrenti, lamentando la

violazione dell’art. 1146 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello non ha rilevato che il possesso esercitato dal convenuto, ove mai avesse tutte le caratteristiche necessarie per essere idoneo all’usucapione, non ha avuto, comunque, come emergeva dagli atti del giudizio, quella della continuità.

3.2. Il convenuto, infatti, aveva dedotto di essere subentrato nel possesso del bene esercitato dal padre G.G.G., deceduto nel (OMISSIS), senza, tuttavia, produrre una denuncia di successione che includesse il bene nel cui possesso aveva dedotto di essere subentrato, e dimostrando, così, di non volersi avvalere della successione in tale possesso.

3.3. D’altra parte, hanno proseguito le ricorrenti, la teste D.C. ha affermato che G.S. era subentrato nella coltivazione del fondo dopo la morte, avvenuta nel (OMISSIS), di suo fratello G.R., del quale, però, non ha dimostrato di essere erede.

3.4. Il possesso del convenuto, pertanto, non può essere cumulato con quello esercitato, fino al (OMISSIS), dal fratello R., per cui la domanda dell’attore, incontestatamente proposta il 4/7/1994, ha tempestivamente interrotto la decorrenza del relativo ventennio.

4. Con il quarto motivo, le ricorrenti, lamentando l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha omesso di considerare il fatto, emerso dalla deposizione resa dalla teste D.C., impropriamente ritenuta contraddittoria dalla corte, che il convenuto aveva cominciato a possedere il fondo solo dopo che era finita quella di suo fratello R..

5. Con il quinto motivo, le ricorrenti, lamentando la violazione degli artt. 113,115,116 e 246 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello non ha considerato l’inutilizzabilità della testimonianza resa in giudizio da G.G.G., figlio di G.R., che dopo la morte del padre aveva occupato il fondo, trattandosi di persona incapace di testimoniare in ragione del suo interesse nella lite.

6. Con il sesto motivo, le ricorrenti hanno dedotto che la Corte di cassazione, riformando la decisione, si pronuncerà sulle spese facendo applicazione dei principi sanciti dagli artt. 91 e 385 c.p.c..

7.1. Il primo, il secondo, il terzo, il quarto ed il quinto motivo, da trattare congiuntamente, sono, per la gran parte delle censure ivi esposte, inammissibili e, per il resto, infondati, con assorbimento del sesto.

7.2. Le ricorrenti, in effetti, pur invocando vizi di violazione di legge sostanziale e processuale, si sono, in realtà, dolute non già dell’erronea interpretazione o applicazione da parte della sentenza impugnata delle norme giuridiche invocate ma dell’erronea ricognizione della fattispecie concreta che in ragione delle risultanze istruttorie ha operato il giudice di merito, lì dove, in particolare, questi, ad onta delle relative emergenze, ha affermato che G.S. avesse esercitato il possesso uti dominus sul fondo in questione per oltre venti anni.

7.3. La valutazione delle prove raccolte, però, anche se si tratta di presunzioni (Cass. n. 2431 del 2004; Cass. n. 12002 del 2017; Cass. n. 1234 del 2019), costituisce un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in cassazione se non per il vizio consistito, come stabilito dall’art. 360 c.p.c., n. 5, nell’avere del tutto omesso, in sede di accertamento della fattispecie concreta, l’esame di uno o più fatti storici, principali o secondari, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbiano costituito oggetto di discussione tra le parti e abbiano carattere decisivo, vale a dire che, se esaminati, avrebbero certamente determinato un esito diverso della controversia.

7.4. L’esame degli elementi istruttori costituisce, infatti, un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in cassazione (Cass. n. 11176 del 2017, in motiv.). Nel quadro del principio, espresso nell’art. 116 c.p.c., di libera valutazione delle prove (salvo che non abbiano natura di prova legale), del resto, il giudice civile ben può apprezzare discrezionalmente gli elementi probatori acquisiti e ritenerli sufficienti per la decisione, attribuendo ad essi valore preminente e così escludendo implicitamente altri mezzi istruttori richiesti dalle parti: il relativo apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità, purché risulti logico e coerente il valore preminente attribuito, sia pure per implicito, agli elementi utilizzati. (Cass. n. 11176 del 2017).

7.5. La valutazione delle risultanze delle prove e il giudizio sull’attendibilità dei testi, così come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono, in effetti, apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito, il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili, senza essere tenuto ad un’esplicita confutazione degli altri elementi probatori non accolti, anche se allegati dalle parti (v. Cass. n. 42 del 2009; Cass. n. 20802 del 2011).

7.6. In particolare, tanto la valutazione delle deposizioni testimoniali, quanto il giudizio sull’attendibilità dei testi, sulla credibilità e sulla rilevanza probatoria delle loro affermazioni sono rimessi al libero convincimento del giudice del merito: in tema di procedimento civile, sono riservate al giudice del merito l’interpretazione e la valutazione del materiale probatorio, il controllo dell’attendibilità e della concludenza delle prove, la scelta, tra le risultanze probatorie, di quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, nonché la scelta delle prove ritenute idonee alla formazione del proprio convincimento ed e’, pertanto, insindacabile, in sede di legittimità, il “peso probatorio” di alcune testimonianze rispetto ad altre, in base al quale il giudice di secondo grado sia pervenuto a un giudizio logicamente motivato, diverso da quello formulato dal primo giudice (Cass. n. 21187 del 2019).

7.7. Nell’ambito di tale apprezzamento delle risultanze istruttorie, e per quanto concerne, in particolare, la prova testimoniale, l’insussistenza (per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 248 del 1994) del divieto di testimoniare sancito per i parenti dall’art. 247 c.p.c., se non esclude che l’esistenza di uno dei vincoli in essa indicati possa, in concorso con ogni altro utile elemento, essere considerato dal giudice di merito ai fini della verifica della maggiore o minore attendibilità delle deposizioni stesse, neppure consente al giudice di merito una aprioristica valutazione di non credibilità delle deposizioni rese dalle persone indicate da detta norma (cfr. Cass. n. 20802 del 2011; Cass. n. 17630 del 2010; Cass. n. 98 del 2019).

7.8. In definitiva, sia la valutazione delle deposizioni testimoniali, sia il giudizio sull’attendibilità dei testi, sulla credibilità e sulla rilevanza probatoria delle loro affermazioni sono rimessi al libero convincimento del giudice del merito, la cui valutazione, ove motivata in modo non apparente né contraddittorio, non è censurabile in cassazione. In effetti, il compito di questa Corte non è quello di condividere o non condividere la ricostruzione dei fatti contenuta nella decisione impugnata né quello di procedere ad una rilettura degli elementi di fatto posti fondamento della decisione, al fine di sovrapporre la propria valutazione delle prove a quella compiuta dai giudici di merito (Cass. n. 3267 del 2008), dovendo, invece, solo controllare se costoro abbiano dato conto delle ragioni della loro decisione e se il loro ragionamento probatorio, qual è reso manifesto nella motivazione del provvedimento impugnato, si sia mantenuto, com’e’ accaduto nel caso in esame, nei limiti del ragionevole e del plausibile (Cass. n. 11176 del 2017, in motiv.).

7.9. La corte d’appello, invero, dopo aver correttamente

premesso che il mero vincolo parentale dei testi non è sufficiente ad escluderne l’attendibilità, “trattandosi di testi che abitano nella zona” (e uno addirittura al confine) “e che hanno conoscenza diretta dei fatti di causa, che vantano una frequentazione quotidiana dei luoghi ed hanno reso dichiarazioni circostanziate e del tutto concordi, neppure idoneamente contrastate dalle dichiarazioni rese dai testi di parte attrice”, ha ritenuto, per un verso, che le prove testimoniali raccolte in giudizio avevano concordemente e compiutamente dimostrato che il convenuto aveva esercitato il possesso uti dominus sul fondo in questione, pubblico, pacifico, continuo e non interrotto per oltre vent’anni (tanto più che la descrizione, i confini e le caratteristiche del fondo, con la zona di passaggio ed il manufatto ivi esistente, così come svolta dai testimoni escussi, aveva trovato riscontro con la situazione dei luoghi riportata dal consulente tecnico d’ufficio), e, per altro verso, che non avevano trovato riscontro le circostanze dedotte dalla parte attrice, e cioè che fino al (OMISSIS) il fondo era stato concesso in comodato a G.R. e che l’occupazione del fondo da parte del convenuto era iniziata solo dopo la morte dello stesso nel (OMISSIS).

7.10. Ed una volta affermato, come la corte ha ritenuto senza che tale apprezzamento in fatto sia stato utilmente censurato (nell’unico modo possibile, e cioè, a norma dell’art. 360 c.p.c., n. 5) per omesso esame di una o più circostanze decisive (come tale non potendosi certo considerare, attesa la sua completa estraneità al possesso materiale del bene ed al suo effettivo e non interrotto esercizio per oltre vent’anni da parte del possessore, né il mancato pagamento delle imposte sul fondo da parte del possessore, né la denuncia di successione che lo dichiari delle appellanti), che il convenuto avesse dimostrato in giudizio il fatto di esercitato il possesso del fondo per almeno vent’anni, non si presta, evidentemente, a censure la decisione che la stessa corte ha conseguentemente assunto, e cioè l’accoglimento della domanda riconvenzionale con la quale lo stesso aveva chiesto l’accertamento della proprietà, per usucapione, del bene rivendicato dall’attore.

7.11. L’accertamento relativo al possesso ad usucapionem, alla rilevanza delle prove ed alla determinazione del decorso del tempo utile al verificarsi dell’usucapione è devoluto al giudice del merito, e il relativo apprezzamento di fatti e’, in effetti, incensurabile in sede di legittimità se sorretto, come nel caso in esame, da motivazione immune da vizi logici (cfr. Cass. n. 4035 del 2007; Cass. n. 26633 del 2019). In effetti, quando è dimostrato il potere di fatto, pubblico e indisturbato, esercitato sulla cosa per il tempo necessario ad usucapirla, ne deriva, a norma dell’art. 1141 c.c., comma 1, la presunzione che esso integri il possesso, con la conseguenza che incombe alla parte, che invece correla detto potere alla detenzione, provare il suo assunto, in mancanza dovendosi ritenere l’esistenza della prova della possessio ad usucapionem (Cass. n. 26984 del 2013, la quale, in applicazione del principio affermato, ha riconosciuto nella coltivazione di un terreno, con messa a dimora di piante, l’esercizio di un potere di fatto sulla cosa corrispondente a quello del proprietario, ponendo perciò a carico del convenuto l’onere di dimostrare la mera detenzione; conf., Cass. n. 14640 del 2017).

7.12. D’altra parte, anche a voler ammettere che (come ha ritenuto Cass. n. 18215 del 2013), ai fini della prova degli elementi costitutivi dell’usucapione, la coltivazione del fondo non è sufficiente in quanto, di per sé, non esprime, in modo inequivocabile, l’intento del coltivatore di possedere, resta pur sempre il fatto che, secondo la citata pronuncia, tale attività materiale corrisponde all’esercizio del diritto di proprietà tutte le volte in cui sia accompagnata da indizi, i quali consentano di presumere che essa è svolta uti dominus: come, in effetti, è accaduto nel caso di specie. La corte d’appello, infatti, ha ritenuto che il terreno in questione è stato costantemente e continuativamente posseduto dall’attore in modo pacifico e pubblico per oltre vent’anni traendo tale convinzione non solo dalla coltivazione dello stesso da parte del convenuto ma anche, ad ulteriore conferma del possesso ad usucapionem del fondo in questione da parte di G.S., dal fatto che il manufatto ivi esistente insiste in parte sulla proprietà dello stesso ed in parte proprio sulla p.lla (OMISSIS), oggetto della causa.

8. Il ricorso principale dev’essere, quindi, rigettato, con il conseguente assorbimento del ricorso incidentale subordinato.

9. Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

10. La Corte dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte delle ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

PQM

La Corte così provvede: rigetta il ricorso principale, assorbito il ricorso incidentale condizionato; condanna le ricorrenti a rimborsare al controricorrente le spese di lite, che liquida in Euro 1.300,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori e spese generali nella misura del 15%; dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte delle ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 3 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 22 novembre 2021

 

 

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