Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 35945 del 22/11/2021

Cassazione civile sez. II, 22/11/2021, (ud. 18/03/2021, dep. 22/11/2021), n.35945

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 13762/2016 R.G. proposto da:

R.A., rappresentata e difesa dall’Avv. Paolo Perrelli, del

foro di Cassino, con procura speciale a margine del ricorso ed

elettivamente domicilia in Roma, via Conegliano n. 8, presso lo

studio dell’Avv. Lanfranco Cugini, – studio legale Di Vito;

– ricorrente –

contro

R.T., R.F. e R.L., rappresentate e

difese dall’Avv. Serena Leone, del foro di Roma, con procura

speciale in calce al controricorso ed elettivamente domiciliate in

Roma, viale Regina Margherita n. 1, presso lo studio dello stesso

difensore;

– controricorrenti –

contro

R.I.;

– intimata –

avverso la sentenza della Corte d’appello di ROMA n. 2516 depositata

il 22 aprile 2015;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 18 marzo 2021

dal Consigliere Dott. Milena Falaschi.

 

Fatto

OSSERVA IN FATTO E IN DIRITTO

Ritenuto che:

– con atto di citazione notificato in data 28 aprile 1984, B., I. e Ro.Fa. evocavano dinnanzi al Tribunale di Roma la germana R.A. chiedendo che venisse dichiarata aperta la successione della loro madre, D.C.M.D., e dichiarata la successione legittima dei figli con divisione del patrimonio in quattro quote, dando atto che i coeredi I., Fa. e R.B. intendevano conservare il loro patrimonio ereditario indiviso e liquidare alla coerede A. la quota in denaro. Al giudizio veniva riunita la causa proposta da R.A. nei confronti dei fratelli, con la quale chiedeva lo scioglimento della comunione con assegnazione a ciascuno degli aventi causa di una porzione degli immobili ai sensi dell’art. 718 c.c.

Il giudice adito, con sentenza non definitiva n. 12074/90, in accoglimento della domanda di divisione di R.A., dichiarava non ammissibile la liquidazione in denaro della quota alla coerede A. che aveva chiesto l’attribuzione in natura, con assegnazione delle quattro quote di eguale valore in natura.

Rimessa la causa sul ruolo ed istruita con CTU per predisporre il progetto di divisione, con sentenza definitiva n. 24695/03 il Tribunale di- Roma attribuiva in proprietà comune ed indivisa i beni immobili individuati nelle quote 2-3 e 4 di cui alla c.t.u. a favore di Fa. e R.I. e delle eredi di R.B. ( P.M.G., T. e R.L.), assegnando ad R.A. i beni immobili individuati nella quota 1, oltre un conguaglio in denaro di Euro 748,57.

In virtù di appello interposto da R.A. avverso entrambe le sentenze, la Corte d’appello di Roma, nella resistenza di R.I., in proprio e quale erede di Ro.Fa., nonché di T., F. e R.L., quali eredi di R.B., rigettava il gravame e, per l’effetto, confermava entrambe le decisioni.

A sostegno della decisione adottata, la Corte capitolina evidenziava l’inammissibilità dell’impugnazione della decisione non definitiva laddove lamentava che la sua domanda era rivolta allo scioglimento di determinati beni in comunione con i fratelli come comproprietaria e non come coerede. Rigettava tale eccezione sull’assunto che non fosse censurata la ratio decidendi, la quale aveva solo ipotizzato il criterio dell’attribuzione dell’immobile al maggior quotista o a più condividenti in comunione indivisa.

Relativamente alla sentenza definitiva, l’appartamento di (OMISSIS), in quanto ritenuto non comodamente divisibile, era stato correttamente attribuito ai tre fratelli che ne avevano chiesto l’assegnazione in comproprietà indivisa.

Avverso tale pronuncia R.A. propone ricorso per cassazione sulla base di nove motivi, cui resistono con controricorso T., F. e R.L., rimasta intimata R.I..

In prossimità dell’adunanza di camera entrambe le parti hanno curato il deposito di memoria ex art. 378 c.p.c.

Atteso che:

– va preliminarmente respinta l’eccezione di inammissibilità del ricorso per genericità dei motivi sollevata dalle controricorrenti, in quanto le censure pur se sinteticamente formulate risultano comprensibili, salvo quanto si dirà con riferimento a ciascuna doglianza;

– venendo al merito, il primo motivo si articola in due censure, relative rispettivamente alla sentenza non definitiva del Tribunale di Roma e a quella definitiva, entrambe riferite all’art. 360 c.p.c., n. 5.

Con la prima censura la ricorrente deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio in riferimento alla circostanza che la domanda di attribuzione congiunta delle quote da parte dei tre coeredi non avrebbe dovuto essere presa in esame. Precisa che la domanda di divisione dell’odierna ricorrente era volta allo scioglimento della comunione parziale dell’asse ereditario in qualità di comproprietaria e non di erede, con esclusione dell’abitazione di (OMISSIS) e del ripostiglio di (OMISSIS) e solo su tale domanda il tribunale poteva decidere con sentenza non definitiva.

Con la seconda censura, riferita alla sentenza definitiva, R.A. deduce ancora una volta l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, relativamente alla circostanza che la domanda di attribuzione congiunta delle quote non poteva essere presa in esame in quanto non corrispondeva alla domanda iniziale avanzata da B., I. e Ro.Fa., intesa piuttosto a conservare indiviso il patrimonio ereditario della defunta madre ( D.C.M.D.), liquidando la quota alla sorella A.. La prima delle due doglianze è volta a contestare l’esame della domanda di attribuzione congiunta delle quote: essa è infondata. Non illustra la ricorrente la ragione e il danno che ne deriverebbe per cui il giudice territoriale non avrebbe potuto esaminare la domanda in discorso, volta a far perdurare tra i fratelli una comunione ordinaria sui beni della defunta madre, posto che lo scioglimento della comunione ereditaria non è incompatibile col perdurare di uno stato di comunione ordinaria su singoli beni compresi nell’asse ereditario in divisione e ciò a prescindere dal fatto che altri coeredi si oppongano (così Cass. n. 15182 del 2019).

Ancora, nell’ipotesi di non comoda divisibilità dei beni, è consentita l’attribuzione a più coeredi di un unico cespite “pro indiviso” ove vi sia la richiesta congiunta dei coeredi interessati, ancora una volta a prescindere dall’opposizione degli altri coeredi (così Cass. n. 2025 del 2016).

Trattasi peraltro di esito che risulta imposto proprio dalla disciplina generale in tema di divisione, che impone al giudice di dover perseguire in via prioritaria il risultato della divisione in natura, posto che la regola dettata dall’art. 720 c.c. interviene solo nel caso in cui il primo risultato non sia conseguibile, individuando quindi come soluzioni alternative, dapprima la richiesta di attribuzione al condividente che ne faccia richiesta (e secondo i criteri preferenziali dettati dal codice, nell’ipotesi di richieste concorrenti), ed infine, ove risulti mancante una richiesta siffatta, la vendita del bene, vista appunto come extrema ratio alla quale ricorrere solo nel caso in cui sia impedita la possibilità di mantenere il bene nella sfera degli originari comunisti.

Non appare, altresì, fondata la deduzione relativa alla diversità della domanda proposta dai fratelli R. rispetto a quella iniziale, intesa a conservare il patrimonio ereditario indiviso: il giudizio di scioglimento della comunione ereditaria non è compatibile con le preclusioni che disciplinano il processo in generale, dipendendo le strategie difensive dei singoli condividenti anche dalle richieste e dai comportamenti delle altre parti con riferimento al progetto di divisione, potendosi richiedere per la prima volta anche in appello l’attribuzione congiunta del compendio immobiliare (così Cass. n. 9367 del 2013).

Va ricordato che poiché nel giudizio di divisione, al fine della compatibilità con il regime delle preclusioni, deve tenersi conto anche delle strategie difensive imposte dalla necessità di adeguarsi alle richieste ed ai comportamenti assunti dalle altre parti con riferimento al progetto di divisione, occorrendo adottare i necessari correttivi anche in ragione degli eventuali sopravvenuti atti negoziali traslativi, che modifichino il numero e l’entità delle quote, e ciò anche in sede di appello (cfr. Cass. n. 15926 del 2019), deve escludersi che sussista una preclusione per i condividenti di prospettare per la prima volta, anche in grado di appello, la richiesta di rimanere tra loro in comunione, con la conseguente formazione di una quota unitaria (e destinata a rimanere indivisa), anche al fine di superare gli ostacoli scaturenti dalla difficoltà, invece, di pervenire ad un progetto di divisione in natura che tenga conto delle quote vantate invece singulatim.

Ne’ può sostenersi che la permanenza della comunione tra alcuni dei condividenti impedisca di dar vita ad una vera e propria divisione, avendo già in passato questa Corte chiarito che (Cass. n. 287 del 1962) perché si abbia negozio divisorio non è necessario che si verifichi lo scioglimento della comunione nei confronti di tutti i coeredi, ma basta che ciò avvenga nei confronti dei coeredi partecipanti all’atto; in tal caso, infatti, lo scioglimento della comunione opera egualmente pur se limitato ai soli partecipanti all’atto ed ancorché i coeredi che rimangono in comunione dovranno poi mettere in essere un altro (od altri) negozi per pervenire allo scioglimento definitivo e totale della comunione stessa. Ferma restando la necessità che l’attribuzione congiunta di una quota, in luogo di quelle spettanti individualmente ai condividenti, sia conseguenza di una richiesta delle parti stesse (cfr. Cass. n. 489 del 1966; Cass. n. 4984 de11978; Cass. n. 2450 del 1976, che ribadisce come tale modalità di scioglimento della comunione non contrasta con principi assoluti ed inderogabili, essendo rimesso all’accordo ed alla volontà delle parti);

– con il secondo motivo, riferito al n. 3 dell’art. 360 c.p.c., R.A. deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 729 e 746 c.c. in relazione alla richiesta di estrazione a sorte delle quote. Ad avviso della stessa, in sede di scioglimento della comunione il sorteggio è il criterio ordinario per garantire il più possibile l’imparzialità in sede di attribuzione delle porzioni ai condividenti. E’ da escludere, dunque, che il giudice possa derogare al sorteggio attribuendo rilievo ad una presunta volontà delle parti, dovendo la deroga essere adeguatamente motivata. Nel caso di specie, vi sarebbe a tal riguardo un difetto di motivazione.

Anche la seconda doglianza appare infondata.

Il criterio dell’estrazione a sorte non e’, in sede di scioglimento della comunione ereditaria, assoluto ed inderogabile, ma soltanto tendenziale e posto a garanzia della trasparenza delle operazioni divisionali contro ogni possibile favoritismo. La deroga è possibile in base a valutazioni discrezionali rimesse al giudice di merito e non sindacabili in sede di legittimità (così Cass. n. 4426 del 2017; Cass. n. 3461 del 2013).

Peraltro, la domanda di assegnazione congiunta delle quote da parte dei fratelli R., diversi dalla ricorrente, altera l’originaria eguaglianza delle quote ereditarie, il che determina un inevitabile riflesso sulle modalità di attuazione della divisione e giustifica la mancata adozione del criterio di estrazione a sorte (così Cass. n. 407 del 2014);

– con il terzo motivo, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 5, R.A. deduce sub specie di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio l’errore in ordine all’individuazione dei beni oggetto di divisione ed in ordine al presunto mancato deposito della donazione. Parte ricorrente insiste nel dire di aver chiesto solo la divisione di alcuni beni e non di tutti quelli caduti in successione ed essendo stata ritenuta tale domanda ammissibile dal tribunale di Roma con sentenza non definitiva la richiesta di scioglimento della comunione ereditaria andava esaminata con riguardo soltanto a detti beni. Il locale sito in (OMISSIS) non e’, infatti, compreso nell’atto di donazione della dante causa, D.C.M.D., atto depositato all’udienza del 12.6.1991.

La terza doglianza è del pari priva di pregio perché non tiene conto della diseguaglianza delle quote per quanto sopra esposto.

In primo luogo, infatti, si rileva che per quanto il principio dell’universalità della divisione ereditaria non sia inderogabile, potendo chiedersi una divisione solo parziale, allorché gli alti coeredi abbiano esteso la domanda divisionale all’intero asse non c’e’ dubbio che la divisione debba essere universale (così Cass. n. 6931 del 2016 e Cass. n. 5869 del 2016).

In secondo luogo, la circostanza che l’immobile non fosse compreso nella donazione dell’ava alla dante causa, D.C.M.D., non ha alcuna rilevanza, essendo pacifico e risultando agli atti che esso rientrava nel patrimonio della de cuius;

– con il quarto motivo, riferito anch’esso all’art. 360 c.p.c., n. 5, R.A. deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio in ordine alla presunta non comoda divisibilità dei beni. Si osserva che la prima perizia a firma del geom. C. riteneva i beni comodamente divisibili e così anche la pronuncia non definitiva del Tribunale. Le successive perizie, che hanno concluso invece nel senso della non comoda divisibilità dei beni oggetto di giudizio, sono state contestate dall’odierna ricorrente sia in primo grado che in appello, ma la corte d’appello non ha osservato alcunché in ordine alla contraddizione tra le consulenze né ha motivato l’adesione alla consulenza dell’arch. Ro..

Con il quinto motivo di ricorso, sempre ex art. 360 n. c.p.c., R.A. deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, lamentando il contrasto tra la sentenza non definitiva e quella definitiva del Tribunale in ordine alla divisibilità dei beni e il contrasto tra le perizie sul punto. Ancora una volta si rileva che la Corte d’appello non ha esaminato le discrasie tra le perizie rese in corso di causa, ritenendo pacifico che vi fossero beni non comodamente divisibili.

La quarta e la quinta doglianza, da trattare congiuntamente in quanto entrambe relative all’evidenziato contrasto tra le perizie succedutesi in corso di causa quanto alla definizione della comoda divisibilità o meno dei beni in oggetto, vanno rigettate.

La Corte d’appello afferma chiaramente che il Tribunale ha ben argomentato le ragioni della scelta di attribuire l’appartamento di (OMISSIS) in proprietà comune ed indivisa al maggior quotista che ne aveva fatto richiesta, “spiegando che l’eventuale frazionamento dell’immobile, oltre ad essere antieconomico, comportando ingenti spese per la creazione dei nuovi servizi, avrebbe determinato anche la costituzione di servitù reciproche” (pag. 6 sentenza impugnata). La non comoda divisibilità giustifica dunque appieno l’assegnazione congiunta ai fratelli R., diversi dall’odierna ricorrente. Del resto la divisibilità della massa va valutata in relazione al numero dei condividenti, anziché al numero degli originari coeredi (cfr. da ultimo Cass. n. 13206 del 2017, secondo cui per l’accertamento della comoda divisibilità degli immobili, ai sensi dell’art. 720 c.c., deve aversi riguardo al numero delle quote che spettano agli originari chiamati). Ed, infatti, Cass. n. 8827 del 2008 ha effettivamente sostenuto che in tema di divisione, in presenza di contrapposte richieste di attribuzione, l’immobile comune non comodamente divisibile – salvo ragioni di opportunità, ravvisabili nell’interesse comune dei condividenti – vada attribuito al condividente titolare della quota maggiore e non ai condividenti che ne abbiano fatto richiesta congiunta e le cui quote, sommate tra loro, superino la quota maggiore del condividente antagonista e tanto in applicazione del principio del “favor divisionis” di cui all’art. 720 c.c. (conf. Cass. n. 1566 del 1999), ma in una situazione in cui la contrapposizione era tra la richiesta di attribuzione proveniente dal maggior quotista individuale e la richiesta di attribuzione proveniente dai titolari di quote individuali non maggioritarie, che solo accorpandosi, riuscivano a raggiungere una quota di valore complessivo superiore a quella dell’antagonista.

In tal caso effettivamente viene in gioco il contrasto tra due dei criteri preferenziali contemplati dall’art. 720 c.c., e si giustifica quindi che, in assenza di diversi criteri idonei ad orientare la scelta del giudice, possa farsi richiamo al principio del favor divisionis, che appunto depone a favore della soluzione che determini il venir meno di ogni comunione.

Nel caso in esame, invece, come ammesso dalla stessa ricorrente, i condividenti (o gruppi di condividenti) vantavano ab origine una quota eguale, ipotesi per la quale questa Corte ha affermato il principio secondo cui (cfr. Cass. n. 10216 del 2015), quando nella comunione ereditaria sia compreso un immobile non comodamente divisibile e vi siano coeredi titolari di quote identiche, la scelta tra coloro che ne richiedano l’attribuzione è rimessa, ai sensi dell’art. 720 c.c., al giudice sulla base di ragioni di opportunità e convenienza, mentre il rimedio residuale della vendita all’incanto trova applicazione solo ove non sia ravvisabile alcun criterio oggettivo di preferenza, senza che, peraltro, l’individuazione del condividente cui assegnare il bene possa dipendere dalla maggiore offerta, che uno di essi faccia, rispetto al prezzo di stima, non caratterizzandosi il procedimento divisionale come una gara tra i coeredi. Non essendo la ricorrente titolare della maggior quota, ove alla stessa si fossero contrapposte le richieste individuali delle altre condividenti, al giudice sarebbe stato attribuito il potere discrezionale di individuare il soggetto da preferire, sicché la sola circostanza che gli attori abbiano manifestato una richiesta di attribuzione congiunta non può andare a loro detrimento, né può riverberare in una condizione di preferenza per la convenuta, che altrimenti ove posta a raffronto con le singole richieste degli altri coeredi non sarebbe necessariamente risultata vittoriosa.

L’assenza di un condividente avente quota maggiore pone quindi fuori gioco uno dei criteri preferenziali dettati dal legislatore, e consente di apprezzare, come idoneo ad orientare la scelta ai fini dell’attribuzione, il diverso criterio legale della richiesta congiunta, nel caso in cui, come appunto ricorre nella fattispecie, non vi sia a monte il titolare di una quota maggioritaria;

– con il sesto motivo, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 5 R.A. deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ossia la CTU sarebbe nulla in quanto redatta dal geometra Ciaccia, dovendo invece l’ausiliario avvalersi di un perito agrario. Erroneamente il Tribunale e la Corte d’appello avevano ritenuto che, di fronte all’autorizzazione giudiziale al c.t.u. di avvalersi della collaborazione di un perito, l’indicazione di un perito agrario fosse meramente esemplificativa e non tassativa. La consulenza redatta sarebbe dunque viziata sotto questo profilo e la Corte avrebbe dovuto, quanto meno, disporne la rinnovazione.

La doglianza è inammissibile perché non censura la ratio decidendi, limitandosi a riproporre una deduzione già formulata nei precedenti gradi di giudizio. Tanto il Tribunale quanto la Corte d’appello hanno, infatti, rilevato che l’autorizzazione rivolta dal giudice di primo grado al c.t.u. ad avvalersi della collaborazione di un perito agrario è meramente esemplificativa e non tassativa, dovendo intendersi come autorizzazione ad avvalersi di “un collaboratore di sua fiducia che ritenga abbia le necessarie competenze per coadiuvarlo” (pag. 6 della sentenza impugnata) e siffatto argomento non risulta in alcun modo sottoposto a critica;

con il settimo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 5 R.A. deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, relativamente alle eccezioni sollevate dalla ricorrente in corso di causa sulla CTU e reiterate anche in appello. Parte ricorrente contesta la statuizione del giudice di merito relativa alla genericità e tardività di tali eccezioni, rilevando che all’udienza del 17.7.2002 aveva dichiarato di non aver rinvenuto in cancelleria la CTU e dunque di non averla potuta esaminare, chiedendo il rinvio per poter controdedurre.

Tale doglianza va rigettata in quanto, come accertato nella stessa sentenza impugnata (v. pag. 7 del provvedimento gravato), si tratta di eccezioni formulate dopo l’udienza del 17 luglio 2002, nella quale era presente il c.t.u. (arch. Ro.) e nel corso della quale non è stato a lui richiesto dalla parte alcun chiarimento sulla perizia depositata.

A riguardo la Corte territoriale, nel respingere l’eccezione di nullità della c.t.u. costituente uno dei motivi di gravame, si è conformata all’univoca giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. n. 22843 del 2006 e, più specificamente, Cass. n. 15133 del 2001), sulla scorta della quale la nullità della consulenza tecnica d’ufficio per qualunque ragione attinente alla prosecuzione delle operazioni peritali implicante l’obbligo di renderne partecipi le parti costituite, avendo carattere relativo, resta sanata se non eccepita nella prima istanza o difesa successiva al deposito, per tale intendendosi anche l’udienza di mero rinvio, non rilevando che il giudice, nell’udienza successiva al deposito, abbia rinviato la causa per consentire alle parti l’esame della relazione, poiché la denuncia di detto inadempimento formale non richiede la conoscenza del contenuto della relazione (così Cass. sent. n. 1744/2013);

– con l’ottavo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 4 R.A. deduce l’omessa pronuncia della sentenza di appello in ordine al secondo motivo di gravame. La Corte si sarebbe limitata ad affermare che la riassunzione del procedimento “portante” comportava implicitamente riassunzione anche del procedimento ad esso riunito, omettendo ogni statuizione sull’eccezione di estinzione avanzata dalla ricorrente.

La censura appare infondata in quanto, trattandosi di cause inscindibili vertenti fra le stesse parti, non occorre autonoma riassunzione per ciascun giudizio e l’atto di riassunzione posto in essere da una sola delle parti, ha l’effetto di impedire l’estinzione del giudizio anche con riguardo alle altre, qualora le stesse destinatarie della notifica dell’atto di riassunzione – si siano costituite in giudizio ed abbiano riproposto tutte le domande, principali e riconvenzionali, già appartenenti alle cause riunite, senza che sia necessario che ciascuna di esse proceda formalmente ad un autonoma riassunzione, con l’effetto di impedire l’estinzione del giudizio riunito (così Cass. n. 11686 del 2014);

– con il nono motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 4 R.A. deduce l’omessa pronuncia della sentenza di appello in ordine ai motivi di appello nn. 10-11-12-14-15-16-1718. I menzionati motivi inerivano alla natura edificatoria del terreno, alla divisibilità dell’abitazione, alla conformità della stima degli immobili ai prezzi di mercato e ad altri profili inerenti la CTU. La corte omettendo di pronunciarsi su di essi avrebbe violato in modo manifesto l’art. 112 c.p.c.

Anche questo motivo va rigettato in quanto con lo stesso si deducono ora argomentazioni alle quali la Corte d’appello ha già risposto ovvero doglianze generiche.

Quanto ai punti nn. 11 e 12 dell’appello, relativi alla non comoda divisibilità dell’immobile e all’attribuzione congiunta ai fratelli, il Collegio si è già pronunciata; quanto al punto n. 14, relativo alla mancata verifica di conformità della stima degli immobili ai prezzi di mercato, esso è irrilevante essendo avvenuta l’attribuzione in natura; quanto al punto n. 15, relativo alle lacune della CTU per mancata individuazione di alcuni terreni, esso è generico, non risultando chiaro di quali terreni non considerati si tratterebbe; quanto al punto n. 16, che censurava la ritenuta imparzialità delle quote risultanti dal progetto divisionale, si osserva che vi è una CTU che non risulta contestata in siffatto punto; quanto al punto n. 17, con cui si censura la carenza nella CTU di acquisizione del certificato ipotecario ventennale sugli immobili, esso è irrilevante poiché neanche precisa la finalità di siffatto atto rispetto a quelle considerate dal consulente di ufficio nel predisporre il progetto di divisione; quanto infine al punto n. 18 dell’appello, relativo all’errata valutazione dei terreni e del locale sito in (OMISSIS), si tratta di una valutazione della ricorrente sovrapponibile a quella dei giudici di merito e come tale inammissibile in sede di legittimità.

Conclusivamente, il ricorso va respinto.

Le spese processuali, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso;

condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio in cassazione, liquidate in complessivi Euro 7.400,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda civile della Corte di Cassazione, il 18 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 22 novembre 2021

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