Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 35881 del 22/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 22/11/2021, (ud. 07/10/2021, dep. 22/11/2021), n.35881

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – rel. Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2232-2020 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE (C.F. (OMISSIS)), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERATE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

contro

G.A.M.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 8399/16/2018 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE della CAMPANIA, depositata il 04/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 07/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MARIA ENZA

LA TORRE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

L’Agenzia delle Entrate, Direzione Provinciale di Caserta, ricorre per la cassazione della sentenza della CTR Campania, depositata il 04.10.2018, che ha accolto l’appello di G.A.M. avverso l’avviso di accertamento, emesso nei suoi confronti, per Irpef, anno di imposta 2007 (Irpef pari ad Euro 7.893,00 e relative addizionali comunale e regionale, oltre sanzioni).

L’AG, accertava a carico della contribuente, un imponibile pari ad Euro 40.920,00 derivante da “Reddito di partecipazione” in ragione del possesso di una quota societaria pari al 2,78% della ” O.G., C.M., Ca.An. e altri 33 S.d.f” e “Reddito di lavoro dipendente” ascrivibile a retribuzione corrisposta dalla società “Nitor s.r.l.” irrogando una sanzione amministrativa pecuniaria unica (di Euro 10.189,20).

L’atto scaturiva dalle risultanze del processo verbale di contestazione redatto dalla GdF – gruppo di (OMISSIS) – che aveva scoperto l’esistenza di un sodalizio criminale, di cui risultava partecipe la stessa G.. Nello specifico era stato individuata nella Nitor s.r.l. un’organizzazione per procurae i finanziamenti tramite fittizie cessioni di quinto dello stipendio, apparentemente poste in essere da soggetti, in realtà ignari di tutto.

Avverso l’avviso di accertamento, la contribuente proponeva ricorso alla CTP di Caserta, lamentando: nullità dell’atto per intervenuta decadenza in violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43; nullità dell’atto per essere stato emesso prima del decorso dei 60 giorni dalla notifica del processo verbale di costatazione della GdF; illegittimità dell’atto per violazione del principio del contraddittorio e per vizio di motivazione; illegittimità dell’accertamento per carenza di presunzioni gravi, precise e concordanti. La CTP di Caserta accoglieva il ricorso della contribuente, ritenendo che l’emissione dell’avviso di accertamento prima del decorso di sessanta giorni dalla chiusura del processo verbale di Constatazione redatto dalla GdF, non fosse supportato da ragioni di urgenza tali da consentire la mancata osservanza della disposizione di cui alla L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, con violazione del principio del contraddittorio e del diritto di difesa. Dato il carattere assorbente di tale questione la CTP non aveva esaminato il merito della controversia.

Avverso la sentenza di prime cure, l’Ufficio ha interposto appello innanzi alla CTR della Campania, che lo ha rigettato, statuendo che “la sussistenza di una affectio societatis tra tutti detti soggetti, fino a considerarli tutti componenti di un sistema unitario percettore di redditi illeciti tra di loro suddivisi in parti uguali, non poteva considerarsi emergente con evidenza dalle indagini compiute. Nella specie, l’appellante non era tra i soci e amministratori della Nitor s.r.l., bensì ne era dipendente; non era pertanto immediatamente desumibile una sua diretta sistematica partecipazione a reiterate violazioni di norme penali tributarie. E’ evidente che l’eccezione alla regola del rispetto del termine di sessanta giorni va ancorata a ragioni direttamente e immediatamente riferibili al contribuente in questione, con riguardo a violazioni di norme penali non sic et simpliciter, bensì di natura peculiarmente tributaria. Nel caso concreto non si ravvisano tali presupposti”.

G.A.M. è rimasta intimata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con l’unico motivo di ricorso si deduce violazione o falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, ex art. 360, comma 1, n. 3.

2. Il motivo è fondato.

3. Nel caso di specie è pacifico che l’accertamento non è avvenuto a seguito di ispezioni presso i locali della società ma è stato effettuato “a tavolino” presso gli uffici dell’Amministrazione. A tale proposito questa Corte ha già avuto occasione di affermare che “l’ambito di applicabilità dei “diritti e delle garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali” stabiliti dallo statuto dei diritti del contribuente, art. 12, postula, a norma del comma 10, della norma, lo svolgimento di accessi, ispezioni e verifiche fiscali nei locali destinati all’esercizio di attività commerciali, industriali, agricole, artistiche o professionali” del contribuente (ex plurimis Cass. Sent. n. 7957 del 4 aprile 2014; Cass. Sent. 13.6.2014 n. 13588; Cass. 26 settembre 2012, n. 16354Cass. 4 dicembre 2013, n. 22700). La ragione sta nel fatto che, in questi casi, lo statuto di diritti e garanzie fa da contrappeso all’invasione della sfera del contribuente, nei luoghi di sua pertinenza, dando corpo ad una specifica esigenza di dare spazio al contraddittorio, al fine di conformare ed adeguare l’interesse dell’amministrazione alla situazione del contribuente. Differente e’, invece, l’ipotesi in esame, in cui la pretesa impositiva sia scaturita dall’esame degli atti sottoposti all’amministrazione dallo stesso contribuente e dall’amministrazione esaminati in ufficio. (Cass. 11539/16). Da ciò discende che le ipotesi del controllo eseguito presso la sede del contribuente e del controllo c.d. a tavolino non possono essere assimilate giacché” “la naturale vis expansiva” dell’istituto del contraddittorio procedimentale nei rapporti tra fisco e contribuente non giunge fino al punto da imporre termini dilatori all’azione di accertamento che derivi da controlli fatti dall’Amministrazione nella propria sede, in base ai dati forniti dallo stesso contribuente o acquisiti documentalmente” (Cass. n. 24793/2020; Cass. n. 11539/16, vedi anche Cass. n. 18103/18 e Cass. n. 27732/18).

4. Invero, secondo la giurisprudenza di legittimità, a differenza dal diritto dell’Unione Europea, il diritto nazionale, allo stato della legislazione, non pone in capo all’Amministrazione fiscale che si accinga ad adottare un provvedimento lesivo dei diritti del contribuente, in assenza di specifica prescrizione, un generalizzato obbligo di contraddittorio endoprocedimentale, comportante, in caso di violazione, l’invalidità dell’atto. Ne consegue che, in tema di tributi “non armonizzati”, l’obbligo dell’Amministrazione di attivare il contraddittorio endoprocedimentale, pena l’invalidità dell’atto, sussiste esclusivamente in relazione alle ipotesi, per le quali siffatto obbligo risulti specificamente sancito; mentre in tema di tributi “armonizzati”, avendo luogo la diretta applicazione del diritto dell’Unione, la violazione dell’obbligo del 44 R.G. 25.162/13, da parte dell’Amministrazione comporta in ogni caso, anche in campo tributario, l’invalidità dell’atto, purché, in giudizio, il contribuente assolva l’onere di enunciare in concreto le ragioni che avrebbe potuto far valere, qualora il contraddittorio fosse stato tempestivamente attivato, e che l’opposizione di dette ragioni (valutate con riferimento al momento del mancato contraddittorio), si riveli non puramente pretestuosa e tale da configurare, in relazione al canone generale di correttezza e buona fede ed al principio di lealtà processuale, sviamento dello strumento difensivo rispetto alla finalità di corretta tutela dell’interesse sostanziale, per le quali è stato predisposto”.

5. La decisione impugnata si pone in contrasto con l’enunciato principio di diritto. Ha, infatti, disposto l’annullamento dell’atto impositivo dedotto in controversia per difetto di contraddittorio endoprocedimentale ancorché, quanto all’accertamento a fini IRPEF (esclusivamente assoggettato alla normativa nazionale), non sussistesse in capo all’Amministrazione fiscale, vertendosi in tema d’indagine “a tavolino”, alcun obbligo di contraddittorio endoprocedimentale (cfr., Cass. SS.UU. n. 24823 del 2015; Cass. n. 20799 del 2017; Cass. n. 20267 del 2017; Cass. n. 15837 del 2017).

6. Da quanto sopra, consegue l’accoglimento del ricorso dell’Agenzia delle entrate e la cassazione della sentenza impugnata, con rinvio alla CTR della Campania in diversa composizione, anche per la determinazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia per nuovo esame alla CTR della Campania in diversa composizione, anche per la determinazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 7 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 22 novembre 2021

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