Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3588 del 16/02/2010

Cassazione civile sez. III, 16/02/2010, (ud. 21/01/2010, dep. 16/02/2010), n.3588

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIFONE Francesco – Presidente –

Dott. AMATUCCI Alfonso – Consigliere –

Dott. URBAN Giancarlo – Consigliere –

Dott. SPAGNA MUSSO Bruno – Consigliere –

Dott. SPIRITO Angelo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 964/2005 proposto da:

A.D. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, LUNGOTEVERE MICHELANGELO 9, presso lo studio dell’avvocato

ZUCCHINALI PAOLO (ST. TRIFIRO’ & PARTNERS), rappresentata e

difesa

dagli avvocati BERNARDUZZI Marcello, DI GIOVANNI ISIDORO giusta

delega in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MIN ECONOMIA FINANZE in persona del Ministro p.t., AMMINISTRAZIONE

AUTONOMA DEI MONOPOLI DI STATO in persona del Direttore p.t.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, da cui sono difesi per legge;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 556/2004 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

Sezione Prima Civile, emessa il 10/3/2004, depositata il 29/06/2004,

R.G.N. 870/2003;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

21/01/2010 dal Consigliere Dott. Angelo SPIRITO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il pretore di Bergamo ingiunse al Ministero delle Finanze – Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato – di pagare alla A. la somma di L. 30 milioni, oltre interessi e spese, quale credito derivante dalla vincita dalla stessa conseguita a seguito dell’acquisto di tre biglietti della lotteria istantanea “Sette e vinci”.

L’opposizione del Ministero – il quale sosteneva che i biglietti erano solo in apparenza vincenti perchè i numeri crittografati su di essi apposti non erano inclusi nella lista predisposta dall’Istituto Poligrafico dello Stato e depositati presso uno studio notarile – fu respinta dal Tribunale di Bergamo.

L’appello del Ministero fu accolto dalla Corte di Brescia con la sentenza che ora la A. impugna per cassazione attraverso quattro motivi. Si difende con controricorso il Ministero. La ricorrente ha depositato memoria per l’udienza.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo d’impugnazione – deducendo la violazione e la falsa applicazione del D.M. 12 febbraio 1991, n. 183 (Regolamento delle lotterie nazionali ad estrazione istantanea) e del D.M. 19 gennaio 1996 (Indizione e modalità di svolgimento della lotteria ad estrazione istantaneà, con particolare riferimento al D.M. 12 febbraio 1991, n. 183, artt. 1 e 5 ed al D.M. 19 gennaio 1996, artt. 4 e 6 – la ricorrente sostiene che il giudice avrebbe erroneamente interpretato le suddette norme col ritenere che per il conseguimento del premio non sia sufficiente che il biglietto riporti una delle combinazioni vincenti, ma occorra anche che si tratti di biglietto rientrante tra quelli identificati a mezzo di appositi numeri di c.d.

validazione secondo una lista predisposta in precedenza. Assume, altresì, che la interpretazione propugnata dalla Corte bresciana sarebbe in contrasto non solo con i principi dell’ordinamento in tema di ermeneutica, ma anche con la disciplina in tema di errore e di tutela della buona fede, in quanto essa porrebbe a carico del privato l’errore, non riconoscibile, imputabile in via esclusiva all’Amministrazione.

Con il secondo motivo d’impugnazione – deducendo l’errata qualificazione del rapporto negoziale originato dal D.M. 19 gennaio 1996, nonchè la violazione e la falsa applicazione del medesimo decreto ministeriale – la ricorrente critica l’impugnata sentenza nella parte in cui essa ha ritenuto che i biglietti vincenti non possono eccedere il numero previsto dal D.M. 19 gennaio 1996, art. 5, e sostiene che l’autorizzazione alla lotteria è costituita dallo stesso decreto ministeriale, nel quale il rapporto tra i premi e l’entrata non costituisce un presupposto imprescindibile dell’autorizzazione, tale da dar luogo alla nullità del contratto.

Specifica che, seppure uno dei motivi che inducono l’Amministrazione Finanziaria a bandire tali lotterie sia il fine di lucro, nel caso di specie la causa del negozio sarebbe da determinare nella garanzia di una utilità patrimoniale in incertam personam, onde la validità di detta causa permane pur quando l’utilità patrimoniale dell’Amministrazione sia minore di quella preventivata.

Con il terzo motivo d’impugnazione – deducendo la violazione e la falsa applicazione dei principi e delle disposizioni in materia di riconoscibilità dell’errore (art. 1427 c.c., e segg.) e di tutela della buona fede nell’esecuzione del contratto (art. 1375 c.c.) – la ricorrente sostiene che, se l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato è incorso in errore nella stampa computerizzata dei biglietti vincenti, detto errore non sarebbe opponibile al concorrente nè avrebbe potuto giustificare il mancato pagamento del premio.

Con il quarto motivo – deducendo l’insufficiente motivazione in ordine all’asserita prova dell’errore di stampa dei biglietti – la ricorrente sostiene che il giudice del merito, a fronte di espressa contestazione della circostanza, non avrebbe dovuto ritenere dimostrato, sulla scorta della documentazione proveniente dalla documentazione della parte pubblica, che il pagamento del premio era avvenuto a favore di coloro che avevano presentato i biglietti con numero di c.d. validazione corrispondente a quelli inseriti nella lista dei vincenti.

I motivi vanno trattati congiuntamente, essendo strettamente connessi quanto alla natura del rapporto negoziale ed alla sua specifica disciplina.

La Corte d’appello ha considerato che il regolamento della lotteria “Sette e vinci”, del tipo “Gratta e vinci”, è contenuto nel D.M. 19 gennaio 1996, da ritenersi conosciuto dai giocatori per effetto della sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e della sua esposizione nei locali in cui è effettuata la vendita dei biglietti, per obbligo gravante sui venditori, il cui inadempimento l’appellato non aveva rilevato. In base alle previsioni del detto D.M. 19 gennaio 1996, (artt. 5, 6 ed 8), in tanto il biglietto può considerarsi vincente, in quanto contenga non solo una determinata combinazione di numeri, ma anche il numero del codice di validazione, impresso sotto il rettangolo ricoperto da speciale vernice con la scritta “attenzione non grattare qui”; essendo infatti programmata la massa dei premi vincenti, con predeterminazione del numero dei premi di ciascuna categoria e predisposizione dei corrispondenti tagliandi, l’esistenza del premio è garantita solo se il codice di validazione impresso sul biglietto giocato sia incluso nella lista dei codici attribuiti ai biglietti vincenti.

La parte (oggi ricorrente per cassazione) non aveva, quindi, diritto al premio corrispondente all’indicazione riportata sul biglietto, essendo detta indicazione soltanto apparente in quanto derivante dall’errore di stampa, poichè il codice di validazione del biglietto non era inserito nella lista dei premi della categoria corrispondente alla quaterna, ma in quella dei premi della categoria inferiore.

Il ricorso non può essere accolto per le ragioni di seguito esposte, che valgono anche ad integrazione della motivazione della impugnata sentenza (art. 364 c.p.c., comma 2).

Dette ragioni, già enunciate in conformi, precedenti decisioni di questa Corte (tra le varie, cfr. Cass. n. 17458/2006; Cass. n. 20958/2006; Cass. n. 9505/2007), sono le seguenti.

Anzitutto si deve osservare che anche la lotteria istantanea va ricondotta nel contratto di lotteria di cui all’art. 1935 c.c.. La specificità di tale lotteria consiste nel fatto che la vincita non è subordinata, come nelle lotterie tradizionali, all’evento futuro ed incerto dell’estrazione del numero del biglietto vincente.

A fronte della prestazione del giocatore, l’Amministrazione finanziaria si impegna a mettere a disposizione un determinato montepremi, suddiviso in un numero prefissato di vincite, che non vengono attribuite “a posteriori”, dopo la vendita dei biglietti, ma sono predeterminate a monte – prima dell’immissione dei biglietti stessi nel circuito di vendita – attraverso l’inserimento casuale, nei lotti diffusi sul mercato, dei tagliandi vincenti, restando celata la possibilità per gli acquirenti e per gli altri soggetti, di scoprire anzitempo la natura vincente o meno del biglietto.

Occorre a questo punto ricordare che il biglietto di questa lotteria, come le ricevute di tutte le altre lotterie, non è riconducibile tra i titoli di credito ex art. 1992 c.c., perchè non dotato dei requisiti di letteralità ed autonomia che connotano i predetti titoli: esso, valendo ad attestare la giocata del possessore, cui pagare la vincita, costituisce titolo di legittimazione in senso ampio, ai sensi dell’art. 2002 c.c., cioè documento atto ad individuare l’avente diritto alla prestazione e quindi idoneo, per un verso, a liberare il debitore che paga in buona fede al possessore e, per l’altro verso, a legittimare il possessore della ricevuta a richiedere il pagamento della vincita, non incorporando il diritto indicato (Cass. n. 351/02; Cass. n. 11924/93).

In altri termini, il giocatore ha diritto ad ottenere la prestazione costituente la vincita, non perchè essa è contenuta nel biglietto, che sotto questo profilo non gode di alcuna caratteristica di autonomia ed astrazione, ma perchè le regole del contratto di lotteria poste in essere gliela attribuiscono in presenza di determinate condizioni, anche estranee al biglietto stesso.

Da ciò consegue che è fondamentale, al fine di stabilire se sia maturato il diritto ad ottenere detta prestazione della vincita, esaminare la normativa delle lotterie istantanee e, quindi, la regolamentazione particolare di quella in questione. La L. 26 marzo 1990, n. 62, art. 6, statuisce che il “Ministro delle Finanze è autorizzato ad istituire, con proprio decreto, le lotterie nazionali ad estrazione istantanea, previa adozione di idoneo regolamento da emanare entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge”.

L’art. 1 del regolamento emesso con D.M. 12 febbraio 1991, n. 183, stabilisce che: “Nelle lotterie nazionali ad estrazione istantanea i partecipanti possono immediatamente conoscere la vincita attraverso l’acquisto di un biglietto sul quale è stato in precedenza impresso, e celato ad ogni forma di possibile evidenza o ricognizione esplorativa, il risultato di una combinazione casuale di vincita”.

Il successivo art. 3 statuisce che: “I decreti del Ministro delle Finanze, di cui alla L. 26 marzo 1990, n. 62, art. 6, stabiliscono i criteri e le modalità di effettuazione di ogni lotteria nazionale ad estrazione istantanea.

Con gli stessi decreti saranno determinate le caratteristiche ed i valori di vendita di ciascun biglietto, nonchè il numero dei biglietti vendibili e la quota del ricavato da destinare ai vincitori di ciascun premio, secondo un programma correlato alle singole combinazioni vincenti”. L’art. 5 dello stesso regolamento statuisce al comma 3, per pagamenti di vincite superiori ad un milione di lire, che: “Il pagamento va richiesto all’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato che deve comunque effettuarlo entro trenta giorni dalla presentazione del biglietto vincente, salvo esito negativo del controllo di autenticità da effettuarsi, a richiesta dell’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato, dall’istituto poligrafico e Zecca dello Stato, come per le lotterie nazionali di cui alla L. 26 marzo 1990, n. 62, art. 1”.

In applicazione della suddetta normativa si pone il decreto ministeriale istitutivo della lotteria istantanea “Sette e vinci”, nella specie il D.M. 19 gennaio 1996.

Rileva il Collegio che nell’ambito del contratto di lotteria con il singolo giocatore tale decreto ministeriale rappresenta il regolamento contrattuale di formazione non pattizia, ma unilaterale, che costituisce la regola contrattuale (Cass. n. 1424/1969, in tema di natura contrattuale dei regolamenti di lotterie connesse a pronostici sportivi; Cass. n. 2194/1977). Esso deve ritenersi noto ed accettato dai singoli giocatori-contraenti, sia pure implicitamente con l’acquisto del biglietto, in quanto il decreto è affisso nei luoghi di vendita dei biglietti stessi, come disposto dal D.M. n. 183 del 1991, art. 7.

Il ricorrente assume che la Corte di merito non abbia spiegato i motivi per i quali il D.M. 19 gennaio 1996, sia stato individuato quale lex contractus; ma osserva il Collegio che è proprio la parte ricorrente che apoditticamente critica la scelta di tale lex contractus, senza precisare le ragioni per le quali questa scelta sarebbe erronea ed illegittima.

Così inquadrato il rapporto contrattuale, risulta fondamentale, al fine di decidere la questione oggetto del presente giudizio, accertare quando la regolamentazione prevista per questa specifica lotteria ritenga che si siano verificate le “condizioni contrattuali” sulla base delle quali il giocatore può pretendere il pagamento della vincita.

Rileva il Collegio che la Corte di merito, esaminando gli articoli del D.M. 19 gennaio 1996, ha ritenuto che dall’interpretazione degli artt. 5, 6 e 8, di esso risulta che l’Amministrazione si è impegnata a riconoscere la vincita ed a pagare il premio se il giocatore avesse acquistato non solo un biglietto contenente la combinazione vincente, ma sempre che lo stesso presentasse un codice di validazione corrispondente ai codici segreti preindividuati.

Questa interpretazione del D.M. da parte della Corte territoriale concretizza, a parere del ricorrente, la violazione del D.M. 12 febbraio 1991, n. 183, artt. 1 e 7.

Sotto questo profilo va anzitutto osservato che, mentre tale ultimo decreto ministeriale costituisce il regolamento di cui alla L. n. 26 del 1992, art. 6, ed ha natura normativa, non altrettanto può dirsi del D.M. 19 gennaio 1996, istitutivo della lotteria di cui si tratta.

Come è noto, i caratteri che, sul piano del contenuto sostanziale, valgono a differenziare i regolamenti dagli atti e provvedimenti amministrativi generali, vanno individuati in ciò, che quest’ultimi costituiscono espressione di una semplice potestà amministrativa e sono diretti alla cura concreta di interessi pubblici, con effetti diretti nei confronti di una pluralità di destinatari non necessariamente determinati nel provvedimento, ma determinabili; i regolamenti, invece, sono espressione di una potestà normativa attribuita all’Amministrazione, secondaria rispetto alla potestà legislativa, e disciplinano in astratto tipi di rapporti giuridici mediante una regolazione attuativa o integrativa della legge, ma ugualmente innovativa rispetto all’ordinamento giuridico esistente, con precetti che presentano appunto i caratteri della generalità e dell’astrattezza, intesi essenzialmente come ripetibilità nel tempo dell’applicazione delle norme e non determinabilità dei soggetti cui si riferiscono.

Inoltre, ai sensi della L. 23 agosto 1988, n. 400, art. 17, l’esercizio della potestà normativa attribuita all’esecutivo, quando sia necessario e consentito, deve svolgersi con l’osservanza di un particolare modello procedimentale, secondo cui per i regolamenti di competenza ministeriale sono richiesti il parere del Consiglio di Stato, la preventiva comunicazione al Presidente del Consiglio dei Ministri, il visto e la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (Cass., Sez. Un. n. 10124/94).

Ne consegue che, mentre il D.M. n. 183 del 1991, adottato con il procedimento di cui alla L. n. 400 del 1988, art. 17, costituisce, a norma dell’art. 1 preleggi, sia sotto il profilo formale che sostanziale, una fonte del diritto, non altrettanto può dirsi del D.M. 19 gennaio 1996, che, come detto, contiene la regolamentazione negoziale, predisposta unilateralmente, della lotteria in questione, e quindi costituisce un atto non normativo, ma di negoziazione pubblico-amministrativa. (Cass. n. 16142/2002). Questo decreto ministeriale è stato emesso dall’Amministrazione proprio in attuazione della normativa posta dal D.M. n. 183 del 1991.

Ciò comporta che non possa trovare ingresso la censura di violazione o erronea applicazione del D.M. 19 gennaio 1996, artt. 5, 6 e 8, attesa la natura non normativa di tale decreto, ove con essa si intenda far valere una violazione di norme di diritto.

Diverso è il problema se sì accede all’interpretazione del motivo del ricorso, inteso come censura dell’attività ermeneutica compiuta dal giudice di merito relativamente a tali “norme contrattuali” dello specifico contratto di lotteria posto in essere nella fattispecie.

L’interpretazione del decreto ministeriale in questione, che costituisce un atto non normativo, va condotta non in base ai criteri ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, ma secondo le regole legali di ermeneutica contrattuale, applicabili anche agli atti amministrativi, pur se con gli adattamenti imposti dalla natura di tali atti.

Pertanto, è incensurabile in sede di legittimità, ove immune da violazioni delle predette regole e sorretta da motivazione esente da vizi, l’interpretazione del D.M. suddetto (Cass. n. 16142/2002).

La sentenza impugnata ha interpretato il regolamento in questione attraverso l’esame sistematico delle diverse disposizioni in esso contenute.

Sulla base della interpretazione dei giudici di appello, immune da vizi logici ed errori giuridici, il codice di validazione (e non di autenticità) non può ritenersi predisposto solo per combattere le contraffazioni, giacchè, da una parte, queste ben possono investire anche lo stesso codice e, dall’altra, esse sono individuabili anche con altri criteri (vedasi la materia dei falsi in banconote).

Inoltre, essendosi l’Amministrazione impegnata con il regolamento negoziale (costituito dal D.M. portato a conoscenza dei giocatori) al pagamento di un certo numero di premi – in caso di vincita – sino al raggiungimento del montepremi prefissato, essa è anzitutto obbligata fino a quel limite, con un numero ben individuato di premi per ognuna delle combinazioni vincenti (salvo poi vedere a quali giocatori “vincenti” essi debbano essere corrisposti).

Il problema che si pone è se tale “tetto” di obbligazioni, costituito dal montepremi e dal numero bene individuato di premi in cui esso si suddivide, integra una violazione della L. 26 febbraio 1990, n. 62, istitutiva delle lotterie istantanee e del D.M. n. 183 del 1991, artt. 1, 4 e 5, che a tali montepremi e numero predefinito di premi non fanno riferimento.

Ritiene il Collegio che la citata L. 26 febbraio 1990, n. 62, art. 6, (non statuendo il contrario) debba essere letta in combinato disposto con le altre norme preesistenti in materia e, quindi, anche con la necessità che le lotterie prevedano un montepremi (che rappresenta un elemento connaturale alle lotterie autorizzate: R.D.L. 19 ottobre 1938, n. 1933, e regolamento generale in materia D.P.R. 20 novembre 1948, n. 1677, art. 17). E’ vero che si è sostenuto che la necessaria predeterminazione dei montepremi, pur costituendo un elemento connaturale ed essenziale delle lotterie autorizzate, non produrrebbe effetti – in caso di violazione per superamento – tra il gestore della lotteria ed il giocatore (Cass., n. 2663/1963), attenendo la stessa solo al profilo amministrativo, di cui è destinatario il gestore, ma non al profilo civilistico tra quest’ultimo ed il giocatore.

Tuttavia, il suddetto arresto giurisprudenziale ha posto in evidenza che tale irrilevanza del montepremi, sotto il profilo civilistico, esiste solo se il montepremi è rimasto ignoto al giocatore, con la conseguenza che se esso è stato reso noto a quest’ultimo nel momento in cui concludeva il contratto di lotteria, tale limite produce effetti anche nel rapporto tra gestore della lotteria e giocatore, e cioè nell’area contrattuale.

Nella fattispecie, quindi, l’Amministrazione si è obbligata al pagamento di un predeterminato numero di premi, di varia entità, fino a dar luogo, nel totale, al massimale dei premi indicato nel regolamento, ed ha conseguentemente immesso nel circuito di vendita tanti biglietti vincenti delle varie categorie quanti erano i premi messi in palio.

Come correttamente rilevato dal giudice di merito, ciò emerge dal decreto-regolamento D.M. 2 novembre 1995, art. 8, del, da cui si evince che il Poligrafico garantisce “la certezza di inserimento dei premi previsti dal presente decreto secondo criteri programmati che conducano all’assoluta casualità dei biglietti stampati…

garantisce altresì che su ogni biglietto vengano impressi gli elementi elettronici e grafici atti a determinare la validità in caso di vincita”.

Proprio il riferimento ai “criteri programmati” nell’inserimento delle combinazioni vincenti e l’esistenza di un codice di validazione per determinare la “validità” del biglietto, comporta che i biglietti vincenti siano “preindividuati” da parte dell’Amministrazione e che la validità del biglietto sussiste solo nel caso in cui il biglietto con una combinazione vincente risulti tra quelli di cui al “criterio programmato”. Poichè tali condizioni negoziali risultano portate a conoscenza dei giocatori con l’affissione del regolamento nei locali di vendita dei biglietti ed accettate dagli stessi implicitamente con l’acquisto del biglietto, esse sono vincolanti tra le parti. Ne consegue che il fatto che sul biglietto risulti una combinazione vincente, non comporta di per sè la vincita del premio, ove lo stesso non risulti tra quelli di cui al “criterio programmato”.

Tale circostanza può, invece, comportare un inadempimento contrattuale dell’Amministrazione, per essersi il giocatore trovato in possesso di un biglietto che, pur presentando una combinazione vincente, non rientrasse tra quelli predeterminati come vincenti ed in eccedenza rispetto alla categoria di premi previsti, mentre l’Amministrazione si era impegnata con il regolamento negoziale del citato D.M. a porre in vendita solo o biglietti non vincenti o biglietti con combinazione vincente e con codice di validazione rientrante tra quelli predeterminati. Sennonchè tale inadempimento può dar luogo solo al risarcimento dei danni nei confronti dello specifico giocatore, che si trovasse in possesso del biglietto anomalo, pari al costo del biglietto stesso, salvi gli ulteriori eventuali maggiori danni che il medesimo assumesse e provasse come conseguenza di tale errore di stampa. Ad eguali conclusioni di rigetto della tesi della ricorrente si giunge considerando che il D.M. 2 novembre 1995, in questione costituisce non solo il regolamento negoziale nei rapporti tra Amministrazione e privato scommettitore, ma anche l’autorizzazione ministeriale alla specifica lotteria.

Da ciò consegue che, stante la suddetta interpretazione di tale decreto correttamente effettuata dal giudice di merito, il pagamento di un numero di premi superiore a quello previsto per ciascuna categoria comporta in parte qua una violazione dei limiti entro i quali era stata autorizzata la lotteria.

Le lotterie, infatti, per poter produrre effetti civili, devono essere autorizzate a norma dell’art. 1935 c.c.. Ciò significa che l’autorizzazione è un elemento integrativo della fattispecie ed è un presupposto di validità del contratto di lotteria, la cui mancanza ne determina la nullità delle prestazioni, anche se eseguite dopo la presa di conoscenza del risultato.

Poichè la lotteria, organizzata come quella in esame, da luogo ad un fascio di contratti bilaterali ognuno dei quali intervenuto tra l’Amministrazione ed il giocatore, il superamento dei limiti disposti dall’autorizzazione ministeriale nei premi posti in palio (e, quindi, per questa eccedenza, senza autorizzazione ministeriale) non investe tutti i contratti generandone l’invalidità, ma solo quelli relativi ai biglietti eccedenti il numero dei premi previsti dall’autorizzazione.

Proprio perchè l’autorizzazione ministeriale coincide, nella specie, con il regolamento negoziale unilateralmente predisposto dall’Amministrazione ed è portato a conoscenza dei singoli giocatori con affissione nei luoghi di vendita, il superamento del limite di autorizzazione (quindi, la mancanza di autorizzazione in parte qua) resta opponibile al giocatore da parte dell’Amministrazione stessa.

Ove si dovesse seguire detta impostazione, ugualmente si giungerebbe all’obbligo del gestore della lotteria di restituire la somma percepita da controparte, ed anche in questo caso sarebbero risarcibili i danni che il giocatore provi di aver subito quale conseguenza immediata e diretta, ma solo nei termini e nei limiti di cui all’art. 1338 c.c. (tuttavia, il punto non è rilevante in questa sede, avendo la ricorrente agito esclusivamente per l’esatto adempimento dell’obbligazione a carico dell’Amministrazione da contratto di lotteria autorizzata e non per il risarcimento del danno).

Invece, la fattispecie in questione non può trovare inquadramento – come pure sostenuto da qualche autore, sul presupposto che il fatto era stato determinato da un errore di stampa dei biglietti – nella disciplina civilistica dell’errore, con la conseguenza che, non essendo riconoscibile l’errore di stampa da parte del giocatore, esso sarebbe irrilevante nei confronti del medesimo. Infatti, nella fattispecie non si ricade in alcuna delle due tradizionali categorie dell’errore rilevante secondo il nostro ordinamento, e cioè l’errore- motivo, attinente al momento formativo della volontà (art. 1428 e.e, e segg.), ovvero l’errore ostativo (art. 1433 c.c.), attinente alla dichiarazione o trasmissione di tale volontà.

Qui, invero, non si sostiene che vi sia stato un errore dei suddetti tipi nella formazione della volontà negoziale, quale risulta dal regolamento negoziale (costituito dal D.M.) ovvero nell’accettazione dello stesso da parte del giocatore, ma che vi sia stato un errore di stampa di alcuni biglietti (tra i quali quello per cui è causa), con l’attribuzione di una combinazione vincente, che invece non doveva essere ivi apposta, sia perchè non prevista “nei criteri predeterminati computerizzati” sia perchè eccedente il numero dei premi messi in palio.

Tale errore di stampa integra, perciò, un vizio non già della volontà delle parti (o dell’esternazione della stessa), ma del mezzo tecnico adoperato per il contratto di lotteria. Va rilevato che la migliore dottrina considera causa di nullità del gioco e della scommessa anche l’imperfezione dei mezzi con cui il gioco viene attuato, con la conseguenza che tale difetto si ripercuote sull’esito del gioco ed impedisce il sorgere di una valida scommessa, con conseguente ripetibilità del pagamento. Nella specie non trattasi però di contratto di gioco o scommessa, ma di lotteria autorizzata, con la conseguenza che essa da luogo ad un vero e proprio contratto produttivo di obbligazioni e di azione in giudizio, secondo la chiara formula di cui all’art. 1935 c.c., in contrapposizione all’art. 1933 c.c..

Ciò comporta che il gestore della lotteria, come avviene generalmente, ha anche l’obbligo di predisporre i mezzi tecnici per l’espletamento della stessa, con la conseguenza che il vizio di tali mezzi tecnici non impedisce il sorgere del contratto di lotteria, ma integra un inadempimento contrattuale risarcibile nei termini suddetti.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato, con l’enunciazione dei seguenti principi:

a) il biglietto di una lotteria autorizzata (nella specie, lotteria istantanea “sette e vinci”) non è riconducibile tra i titoli di credito, ex art. 1992 cod. civ., in quanto non è dotato dei requisiti di letteralità e autonomia che connotano tali titoli;

esso, valendo ad attestare la giocata del possessore, cui pagare la vincita, costituisce titolo di legittimazione in senso lato, ex art. 2002 cod. civ., atto ad individuare l’avente diritto alla prestazione e quindi idoneo a liberare il debitore che paga in buona fede al possessore e a legittimare il possessore della ricevuta a richiedere il pagamento della vincita;

b) le norme del regolamento ministeriale emanato con D.M. 19 gennaio 1996, relative alla lotteria istantanea “sette e vinci”, predisposte dall’ente gestore della lotteria medesima e approvate dalla competente autorità governativa, hanno natura di regolamentazione contrattuale unilateralmente predisposta, che viene implicitamente accettata dal partecipante alla lotteria con l’acquisto del biglietto, essendo il relativo decreto (avente valore, non di atto normativo, ma di negoziazione pubblico-amministrativa) affisso nei luoghi di vendita dei biglietti; ne consegue che l’interpretazione di tali norme va condotta secondo i criteri di ermeneutica contrattuale (pur con gli adattamenti imposti dalla natura di tali atti), e non secondo quelli dettati dall’art. 12 preleggi;

c) nel contratto di lotteria istantanea (nel caso di specie, lotteria “sette e vinci”) disciplinato dal regolamento ministeriale emanato con D.M. 19 gennaio 1996, avente natura contrattuale, e riconducibile al contratto di lotteria disciplinato dall’art. 1935 cod. civ., la vincita non è subordinata all’evento futuro e incerto della estrazione del numero del biglietto vincente, ma si verifica quando il giocatore viene in possesso di un biglietto che non soltanto deve recare la combinazione vincente, ma deve anche presentare un codice di validazione corrispondente ad uno dei codici segreti preindividuati e inseriti nelle liste depositate presso un notaio. Ne consegue che, se per un errore di stampa un biglietto riporti la combinazione vincente ma non sia fornito del codice di validazione, il gestore della lotteria istantanea – che risponde verso gli acquirenti dei biglietti solo nei limiti del montepremi messo a disposizione – non è tenuto a corrispondere il premio al possessore del tagliando apparentemente vincente, ma risponde nei suoi confronti a titolo di inadempimento contrattuale, e può pertanto essere tenuto al solo risarcimento dei danni pari al costo del biglietto stesso, salvi gli ulteriori danni che questi assumesse e provasse, come conseguenze dell’errore di stampa.

Sussistono giusti motivi per compensare le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 21 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 16 febbraio 2010

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