Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 35850 del 22/11/2021

Cassazione civile sez. II, 22/11/2021, (ud. 11/05/2021, dep. 22/11/2021), n.35850

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERTUZZI Mario – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12939/2016 proposto da:

IMPRESA M.B. DI B.G. & C. SNC, IN PERSONA DEL

SUO LEGALE RAPP.TE PRO TEMPORE, rappresentata e difesa dall’avv.

PIETRO RUSSO;

– ricorrente –

contro

S.E., M.T., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA

BRUNO BUOZZI 32, presso lo studio dell’avvocato MICHELE MIRENGHI,

rappresentati e difesi dall’avvocato MARCO MARIA DONZELLI;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 4559/2015 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 27/11/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

11/05/2021 dal Consigliere Dott. ROSSANA GIANNACCARI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il giudizio trae origine dalla domanda, proposta innanzi al Tribunale di Como, da S.E. e M.T. nei confronti dell’impresa M.B., con la quale gli attori chiesero accertarsi la legittimità del diritto di recesso, ex art. 1671 c.c., dal contratto di appalto avente ad oggetto la costruzione di una villetta a schiera e la restituzione delle somme versate a titolo di acconto, pari ad Euro 78.501,44.

1.1. La ditta appaltatrice si costituì per resistere alla domanda e, in via riconvenzionale, chiese la condanna degli attori al pagamento dell’indennizzo ex art. 1671 c.c., ed il risarcimento dei danni da mancato guadagno.

1.2. Il Tribunale accolse la domanda per quanto di ragione e determinò in Euro 36.500,00 la somma che la ditta aveva diritto a trattenere.

1.3. Propose appello principale la Impresa M.B., cui resistettero S.E. e M.T., proponendo appello incidentale.

1.4. La Corte d’appello di Milano, in parziale riforma della sentenza di primo grado, rideterminò in Euro 8000,00 le somme che l’impresa aveva diritto a trattenere per i lavori svolti.

1.5. La Corte d’appello qualificò il contratto come vendita di bene futuro e non come appalto, previo esame degli aspetti distintivi tra le due figure contrattuali, e reputò che fosse prevalente il dare piuttosto che il facere. L’inapplicabilità della disciplina del contratto non escludeva, tuttavia, che all’impresa non dovessero essere riconosciute le somme spese per la realizzazione della costruzione prima del recesso operato dagli acquirenti. Nessuna somma venne riconosciuta a titolo di compenso per i professionisti, in assenza di prova del pagamento.

2. Per la cassazione della sentenza d’appello ha proposto ricorso l’Impresa M.B. di B.G. & C snc sulla base di quattro motivi.

2.1. Ha resistito con controricorso S.E. e M.T..

2.2. In prossimità dell’udienza, il ricorrente ha depositato memorie illustrative.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per essere la sentenza viziata da ultrapetizione in quanto gli attori avrebbero esercitato il recesso ad nutum dal contratto d’appalto mentre la corte avrebbe mutato la qualificazione giuridica della domanda, violando il principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato.

2. Con il secondo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 1362,1472 e 1655 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte di merito errato nella qualificazione giuridica del contratto come vendita di cosa futura e non come appalto, sostenendo che mancassero gli stati di avanzamento dei lavori, che, invece risulterebbero dai documenti prodotti in giudizio; inoltre l’attività di impresa del ricorrente avrebbe ad oggetto la realizzazione e non la vendita di case con conseguente prevalenza della prestazione di facere. Alla luce di tali elementi, il ricorrente censura l’interpretazione del contratto da parte del giudice di merito, che non avrebbe tenuto conto della volontà delle parti.

3. Con il terzo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 1373 c.c. e 1671 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto nel contratto di vendita il recesso deve essere espressamente previsto mentre, nel caso in esame, mancherebbe un’espressa previsione contrattuale; diversamente, il recesso nel contratto d’appalto trova fondamento nella legge, ovvero nell’art. 1671 c.c., sicché anche questo aspetto deporrebbe per l’erroneità della qualificazione giuridica del contratto da parte del giudice di merito.

4. Con il quarto motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte di merito errato nella valutazione delle prove orali e della CTU relative all’entità delle somme pagate ai professionisti.

4.1. I motivi, che per la loro connessione vanno trattati congiuntamente, sono infondati.

4.2. Secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte, l’interpretazione della domanda e l’individuazione del suo contenuto integrano un tipico accertamento di fatto riservato, come tale, al giudice del merito e questa Corte deve solo effettuare il controllo della correttezza della motivazione che sorregge sul punto la decisione impugnata.(Cassazione civile, sez. VI, 21/12/2017, n. 30684; Cassazione civile, sez. lav., 24/07/2008, n. 20373; Cassazione civile, sez. I, 07/07/2006, n. 15603)

4.3. L’applicazione del principio “iura novit curia”, di cui all’art. 113 c.p.c., comma 1, importa la possibilità per il giudice di assegnare una diversa qualificazione giuridica ai fatti ed ai rapporti dedotti in lite, nonché all’azione esercitata in causa, ricercando le norme giuridiche applicabili alla concreta fattispecie sottoposta al suo esame, potendo porre a fondamento della sua decisione principi di diritto diversi da quelli erroneamente richiamati dalle parti. Tale principio deve essere posto in immediata correlazione con il divieto di ultra o extra-petizione, di cui all’art. 112 c.p.c., in applicazione del quale è invece precluso al giudice pronunziare oltre i limiti della domanda e delle eccezioni proposte dalle parti, mutando i fatti costitutivi o quelli estintivi della pretesa, ovvero decidendo su questioni che non hanno formato oggetto del giudizio e non sono rilevabili d’ufficio, attribuendo un bene non richiesto o diverso da quello domandato. (Cassazione civile sez. lav., 03/03/2021, n. 5832; Cass. Civ., n. 8645 del 2018; Cass. Civ., n. 30607 del 2018).

4.4. Nel caso di specie, la corte di merito, con accertamento di fatto, insindacabile in sede di legittimità, ha qualificato il contratto come vendita di cosa futura e non come appalto in quanto ha ritenuto prevalente la prestazione di dare e non quella di facere poiché l’impresa realizzava villette a schiera e le modifiche richieste dagli attori in corso di realizzazione erano marginali rispetto alle villette tipo realizzate dalla medesima; inoltre, il corrispettivo era stabilito a corpo e non a misura e mancava la previsione degli stati di avanzamento dei lavori e di variazioni del prezzo della manodopera o dei materiali.

4.5. Sulla base di tali elementi fattuali, il giudice di merito si è conformata all’orientamento consolidato di questa Corte, secondo cui il contratto, con il quale un imprenditore si obbliga a fornire ad un altro soggetto manufatti che rientrano nella propria normale attività produttiva, apportando ad essi le modifiche di forma, misura e qualità richieste specificamente dalla controparte, costituisce vendita di cosa futura se dette modifiche non snaturano le caratteristiche essenziali del prodotto, ma consistono in accorgimenti tecnici marginali e secondari diretti ad adattarlo alle specifiche esigenze dell’acquirente, mentre è da qualificarsi contratto di appalto allorché le modifiche siano tali da dar luogo ad un prodotto diverso, nella sua essenza, da quello realizzato normalmente dal fornitore e richiedente altresì un cambiamento dei mezzi di produzione predisposti per la lavorazione in serie (ex multis Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 5074 del 29/04/1993).

4.6. Ne consegue che, essendosi sciolto il contratto per mutuo dissenso, correttamente la Corte distrettuale ha ritenuto il diritto dell’impresa alle restituzioni ed al risarcimento dei danni.

4.7. Nell’ambito degli accertamenti di fatto, demandati al giudice di merito, la Corte di merito ha ritenuto che non fosse sufficiente la nota informativa dell’impresa in cui si dava atto del pagamento perché priva di indicazioni sulle modalità di pagamento, in assenza di annotazioni nelle scritture contabili dell’impresa o della produzioni di estratti bancari. Inoltre, uno dei professionisti aveva dichiarato di non aver ricevuto il compenso per l’attività svolta in favore degli attuali controricorrenti mentre l’altro testimone riferiva di essere stato pagato e di aver emesso regolare fattura, documento che però non veniva prodotto in giudizio.

4.8. La Corte di merito non ha affermato che il pagamento doveva essere provato solo attraverso la prova documentale ma, nell’ambito della valutazione complessiva del materiale istruttorio, ha reputato che la documentazione prodotta non fosse idonea a provare il pagamento.

5. Il ricorso va pertanto rigettato.

5.1. Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate in dispositivo.

6. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente di un importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente di un importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte di Cassazione, il 11 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 22 novembre 2021

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