Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 35836 del 22/11/2021

Cassazione civile sez. I, 22/11/2021, (ud. 15/02/2021, dep. 22/11/2021), n.35836

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11819/2019 proposto da:

P.S., elettivamente domiciliata in Roma, circonvallazione

Clodia n. 5, presso lo studio dell’avvocato Tripodi Giovanni, che la

rappresenta e difende, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

G.M., nella qualità di difensore della minore

P.N.F. nominato dal Tribunale di Minori di Roma e confermato nella

nomina dalla dottoressa C.G., quale tutore delegato dal

Sindaco di Velletri, elettivamente domiciliato in Roma, via Ippolito

Nievo n. 61, presso il proprio studio, rappresentato e difeso da se

medesimo, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

contro

Pubblico Ministero presso il Tribunale per i Minorenni di Roma;

Sindaco pro tempore del Comune di Velletri;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1595/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 06/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/02/2021 dal Cons. Dott. ALDO ANGELO DOLMETTA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.- Con sentenza depositata nel settembre 2018, il Tribunale per i Minorenni di Roma ha dichiarato lo stato di adottabilità di P.N.F., nata nel (OMISSIS) da P.S..

La madre ha impugnato il provvedimento avanti alla Corte di Appello di Roma. Questa ha rigettato l’impugnazione con sentenza depositata in data 6 marzo 2019.

2.- La Corte territoriale ha ritenuto la madre essere un genitore “inconsapevole e inadeguato”: mentre dichiara di “non avere mai fatto mancare nulla alla figlia” ed è convinta di “avere dato alla figlia tutto l’accudimento e l’amore possibili”, in realtà la tratta “più come un pacco postale, da “sistemare” secondo le proprie esigenze, che non come individuo che necessita di essere “visto” e di ricevere risposte adeguate alle sue esigenze”.

Nei fatti – rileva la pronuncia -, nel corso del tempo la bambina è stata “collocata” dalla madre presso una serie di donne: bastava “un piccolo litigio perché la piccola fosse tolta alla donna che se ne stava da tempo occupando, per essere poi “data” a un’altra, così in un continuo avvicendarsi di “figure familiari” che ne avrebbero dovuto curare l’accudimento finché ciò tornava utile alla P., che dalla figlia tornava saltuariamente, quando riteneva e per il tempo che voleva”.

Da ultimo – si aggiunge – N. è stata “lasciata” ad “alcuni circensi, con l’autorizzazione a portarla via con loro quando si fossero allontanati”. La conseguenza è che la bambina chiama “mamma” tutte le donne che, in un modo o nell’altro, viene a incontrare.

3.- A livello di interazione personale – ha proseguito la sentenza -, emerge una relazione inadeguata tra madre e bambina: la prima “non sembra essere in grado di contenere gli stati interni della figlia, né di comprendere gli stati mentali, i bisogni e le intenzioni di quest’ultima. S. non sembra riuscire a stabilire una sintonizzazione affettiva con la bambina”.

La personalità della madre, sottoposta a valutazione psicodiagnostica, appare rappresentata – si annota – da “oligofrenia di grado lieve e tratti di personalità bordeline e antisociali”, con “vissuti abbandonici e di solitudine, nonché difficoltà nell’aderenza alle regole sociali, tendenza a mentire, scarsa tolleranza alla frustrazione, impulsività nelle scelte di vita”.

4.- Posti questi rilievi, la Corte territoriale ha ritenuto che “a fronte di tanta inconsapevolezza non vi sia spazio alcuno per un recupero della relazione dell’appellante con la figlia. Invero, qualunque opportunità deve necessariamente partire da una presa di coscienza delle proprie criticità e da una reale volontà di affrontarle e superarle. S. invece respinge qualsiasi responsabilità; è convita che quanto le è accaduto sia responsabilità esclusiva degli operatori, che hanno ingiustificatamente allontanato la figlia”.

“Non ritiene la Corte che ad oggi alcuna soluzione diversa” dalla dichiarazione dello stato di abbandono “sia anche solo ipotizzabile”: l'”iter processuale non lascia dubbi sulla irrecuperabilità della situazione”.

“Non appare concretamente realizzabile alcun sostegno, tenuto conto che in passato ciò non è stato possibile, proprio per l’assoluta assenza di qualsivoglia consapevolezza e per l’incapacità di farsi veramente carico del benessere della piccola”.

5.- Avverso questa decisione P.S. ricorre per cassazione, affidandosi a due motivi.

Resiste, con controricorso, l’avvocato G.M., nella veste di difensore di N. (come nominato dal Tribunale dei Minori di Roma e confermato nella nomina, poi, dal tutore delegato dal sindaco di Velletri).

6.- Non hanno svolto difese gli altri soggetti intimati.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

7.- I motivi di ricorso sono stati intestati nei termini qui di seguito riportati.

Primo motivo: “violazione e falsa applicazione della L. n. 184 del 1983, artt. 1,8 e 15”.

Secondo motivo: “omessa e insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (psicopatologia della madre e disfunzioni psichiche)”.

8.- Con questi motivi – che vanno trattati in modo congiunto, in ragione della loro unitarietà sostanziale -, il ricorrente assume che le argomentazioni della Corte romana “sono apodittiche” e “applicano un ragionamento alquanto “punitivo” per l’adottabilità di N.”.

Tutte le relazioni e gli accertamenti compiuti dai Servizi Sociali e dal Tribunale dei Minorenni hanno messo in luce – si nota – che “la figlia della ricorrente, quanto all’aspetto “materiale” era in ottime condizioni igieniche, pulita e ben nutrita” e che, “sul piano affettivo, di cura e di preoccupazione derivante dalla condizione di solitudine della P., la madre svolgeva in maniera sufficiente il ruolo di genitore con un rapporto affettivo, di cura e di preoccupazione per la figlia”.

“Ogni eventuale carenza caratteriale e relativa alla personalità del genitore” – si è precisato – “doveva comunque essere evidenziata da una CTU, stante la carenza del quadro valutativo, anche sotto il profilo procedurale”. “Si ravvisa, invero, la carenza di progettualità dei servizi e di chi l’ha lasciata vivere nella relazione con la figlia senza un adeguato sostegno”.

La Corte ha errato – si assume – pure per una ragione ulteriore: “nessuna diagnosi di grave malattia mentale è emersa a carico della ricorrente”; nei fatti, il “quadro psicologico” fornito da P.S. non è idoneo a giustificare la soluzione estrema della disgregazione del nucleo familiare e della separazione definitiva della bambina dalla famiglia di origine.

9.- Secondo la giurisprudenza di questa Corte, “il diritto del minore di crescere nell’ambito della propria famiglia d’origine, considerata l’ambiente più idoneo al suo armonico sviluppo psicofisico, è tutelato dalla L. n. 184 del 1983, art. 1. Con la conseguenza che il giudice di merito deve, prioritariamente, tentare un intervento di sostegno diretto a rimuovere situazioni di difficoltà o disagio familiare e solo quando, a seguito del fallimento del tentativo, risulti impossibile prevedere il recupero delle capacità genitoriali entro tempi compatibili con la necessità del minore di vivere in uno stabile contesto familiare, è legittima la dichiarazione dello stato di adottabilità” (cfr., in specie, Cass., 29 settembre 2017, n. 22589; Cass., 26 marzo 2015, n. 6137; Cass., 27 marzo 2018, n. 7559).

“Compito del servizio sociale” – si è in questa prospettiva pure precisato – “non è solo quello di rilevare le insufficienze in atto del nucleo familiare, ma soprattutto di concorrere, con interventi di sostegno, a rimuoverle ove possibile”, ferma restando che “ricorre la “situazione di abbandono” nel caso di rifiuto ostinato a collaborare con i servizi predetti” (Cass., 29 marzo 2011, n. 7115).

10.- Nel caso di specie, la decisione adottata dalla Corte romana si è focalizzata, in modo particolare, sulla ritenuta inconsapevolezza di P.S. di prendere atto delle proprie insufficienze e dei propri limiti genitoriali, come congiunta a una visione di vita concentrata in modo assorbente sulla propria persona, con esclusione degli altri da sé (“ancora oggi” – nota la sentenza – “con scarsa aderenza alla realtà, chiede del tempo per sé… non avendo di fatto modificato in alcun modo le sue condotte di vita”).

Questa valutazione – pur certo avvalorata da taluni episodi di manifesta gravità (quale quello delle “plurime consegne” della piccola “ad altre donne”) – non risulta tuttavia supportata dal concreto espletamento di un’apposita CTU avente a oggetto la persona e la personalità di S..

Con la conseguenza che resta sostanzialmente aperta, non definita, l’alternativa tra il carattere strutturale o per contro reversibile delle disfunzionalità che sono state rimarcate dalla sentenza: la presenza di quegli episodi denota atteggiamenti immaturi, erronei, non necessariamente una compiuta e definitiva inclinazione (nei fatti, la donna è stato sottoposta solo a una valutazione psicodiagnostica per test, con esiti non particolarmente probanti: cfr. nell’ultimo capoverso del precedente n. 3).

Appare evidente, da quest’angolo visuale, l’esigenza che siano posti in essere ulteriori, e approfonditi, accertamenti sulle condizioni genitoriali della madre.

11.- D’altra parte, la pronuncia della Corte romana viene a negare la sussistenza di una credibile possibilità di recupero della capacità genitoriale di S. sulla base dell’assunto per cui “una qualunque opportunità deve partire da una presa di coscienza delle proprie criticità”.

Ora, una simile affermazione non può essere ritenuta in sé stessa condivisibile. Perché la presa di coscienza delle proprie criticità si pone, tipicamente, come punto di arrivo di un percorso di crescita della persona e non già quale punto di partenza del medesimo. E perché, come pure in via correlata, la detta affermazione contraddice il sopra richiamato orientamento di questa Corte per cui il compito dei servizi sociali non si arresta con la constatazione delle insufficienze in atto, bensì si snoda attraverso programmi e interventi di sostegno e recupero.

Sì che anche da quest’angolo visuale si manifesta l’esigenza di procedere a ulteriori approfondimenti: o meglio, di approntare un idoneo programma di recupero della capacità genitoriale per S., in modo da poter poi verificare sul campo i margini di una possibile collaborazione della donna ovvero, e all’opposto, di prendere atto della definitività e ostinazione del suo rifiuto (cfr. sopra, nell’ultimo capoverso del n. 9).

12.- Il ricorso va dunque accolto e cassata la sentenza impugnata. Di conseguenza la controversia va rinviata alla Corte di Appello di Roma che, in diversa composizione, provvederà anche alle determinazioni relative alle spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia la controversia alla Corte di Appello di Roma che, in diversa composizione, provvederà anche alle determinazioni relative alle spese del giudizio di legittimità.

In caso di diffusione del presente provvedimento si omettano le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 15 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 22 novembre 2021

 

 

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